Bianchitudine, l’altro razzismo

Europa
Il mondo culturale francese si sta interrogando sulla nozione di blanchité, dopo la categoria di negritudine

Chi di tweet colpisce, di cinguettio perisce. O, meglio, viene licenziato per il razzismo sfrontatamente esibito, come nel caso della pr americana Justine Sacco. Al momento del suo atterraggio in Sudafrica, dopo avere inviato un messaggio che si commenta stolidamente da solo («Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’Aids. Sto scherzando. Sono bianca!»), Sacco era stata fulmineamente liquidata dall’impresa per la quale lavorava (un gigante della new economy del web), così come erano stati rimossi da Twitter il suo account e il testo di cattivissimo gusto.

La vicenda, accaduta un paio di giorni fa, ha fatto il giro del mondo e della Rete, e non è che uno degli incessanti episodi di razzismo e xenofobia ai quali (purtroppo) ci è dato di assistere quotidianamente.

Proprio come quelli che hanno visto oggetto di insulti su Facebook la ministra francese della giustizia Christiane Taubira. E visto che la Francia, a dispetto di tutto e tutti, mantiene la (sana, a nostro avviso) abitudine di riflettere sulle cose, il suo mondo culturale si sta interrogando proprio in questi mesi sulla nozione di blanchité. Così, dopo la celebre categoria di negritudine-négritude coniata dallo scrittore (e presidente del Senegal) Léopold Sédar Senghor (1906-2001), gli intellos ritengono opportuno scandagliare quella di (possiamo suppergiù tradurla in questo modo) “bianchitudine”, mentre la sinistra accademica transalpina riscopre il gusto della dura battaglia delle idee à la Bourdieu.

Il sociologo della comunicazione Maxime Cervulle (docente all’università di Paris-8-Vincennes), nel suo libro Dans le blanc des yeux (éditions Amsterdam), e un gruppo di lavoro raccolto da Sylvie Laurent et Thierry Leclère nel volume De quelle couleur sont les Blancs? (éditions La Découverte) analizzano le narrazioni della diversità, descrivendo il processo di costruzione di un’“egemonia bianca nella rappresentazione” mediatica. Appoggiandosi alle indagini sui canali televisivi francesi del Csa (Conseil supérieur de l’audiovisuel), le équipe di sociologi evidenziano come la percentuale di rappresentazione di individui non di pelle bianca rimanga alquanto ridotta (intorno al 10%). E la sottorappresentazione vale anche, sottolineano, per il cinema e per altre fonti audiovisive, con l’effetto di plasmare in maniera unidirezionale l’immaginario nazionale.

Da questa situazione non derivano necessariamente forme di alimentazione del razzismo, osservano gli studiosi, quanto, piuttosto, il rischio di apatia e indifferenza nei confronti delle sue manifestazioni. Alla base di questi volumi c’è infatti una concezione dei mass media quali sentinelle e strumenti di vigilanza democratica, nonché l’idea della centralità della dimensione simbolica della rappresentazione (che i progressisti italiani dovrebbero tenere bene a mente…).

I sociologi francesi traggono parte della loro strumentazione analitica dai Critical White Studies anglosassoni (uno dei vari rivoli dei cultural studies) con la loro decostruzione dei “rapporti sociali di ‘razza’” e delle “identità bianche” – e non mancano di attribuire la responsabilità delle gerarchie etniche alla strutturazione delle relazioni sociali e alla divisione del lavoro determinate dal modo di produzione capitalistico (siamo, come chiaro, dalle parti della gauche molto, ma molto rouge).

Tutto troppo teorico? Il punto è che la teoria (il più delle volte) non serve affatto a “pettinare le bambole” (per adottare le parole di un lucido osservatore della realtà italiana prestato alla comicità), ma diventa sostanza politica. E la cosa si può apprezzare particolarmente Oltralpe, dove, non a caso, qualche tempo fa, alcuni intellettuali capitanati da Alain Finkielkraut (già esponente di punta dei nouveaux philosophes) e Pascal Bruckner (autore di Le Sanglot de l’homme blanc, pamphlet anti-multiculturalismo) – con l’adesione, da sinistra, di Bernard Kouchner – si erano scagliati contro il “razzismo anti-bianchi”, dando vita a un filone revisionista che voleva farla finita con il “senso di colpa” per il colonialismo. Una guerra culturale con un sottotesto, dunque, ancora una volta, di tipo politico. Perché mille sono i colori (e le implicazioni) del bianco…

@MPanarari

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