Breve storia di Pignatone, il procuratore che non ama il professionismo dell’antimafia

Europa
Prima a Palermo, poi a Reggio Calabria: ritratto dell'uomo chiave di Mafia Capitale. Che di sé dice: «Faccio processi, non scrivo giornali»

Ancora se la ricordano, a Reggio Calabria, l’alba del 3 gennaio 2010: un bombola a gas collegata a un panetto di tritolo viene fatta esplodere sotto la porta della procura generale della Repubblica. È l’inizio della “strategia della tensione” della ‘ndrangheta nei confronti di un pool di magistrati che aveva cominciato a non lasciarne passare una ai clan, una squadra che aveva a suo capo l’uomo che oggi è al centro dell’attenzione nazionale, cioè il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone.

Arrivato nel capoluogo calabrese due anni prima, dopo aver lavorato a lungo a Palermo, dove aveva fatto catturare Bernardo Provenzano, Pignatone si trova presto sotto la pressione dei capibastone che aveva contribuito a ferire insieme agli uomini che dirigeva. Minacce, lettere intimidatorie, proiettili recapitati come avvertimenti, un bazooka e perfino un fiat Marea nera ricolma di armi fatta ritrovare sulla strada che doveva percorre il presidente della repubblica Giorgio Napolitano.

Nemmeno allora il procuratore Pignatone si prestò a diventare una stella dell’antimafia, un guru del professionismo in diretta nazionale, tanto per soddisfare la propria umana vanità.

«Io faccio processi, non scrivo articoli sui giornali». È una frase che ripete spesso, l’uomo che oggi è a capo della procura di Roma e ha messo in piedi l’inchiesta Mafia Capitale. L’ha ribadita anche giovedì davanti alla commissione d’inchiesta antimafia: «Le inchieste si fanno per celebrare processi e produrre sentenze». Non per scuotere l’opinione pubblica.

Chi l’ha seguito nel suo lavoro a Reggio Calabria, sa bene che Pignatone è un magistrato scrupoloso, uno di quelli che preferisce lasciare un colpevole fuori di galera, piuttosto che sbatterne dentro uno innocente. Il suo scrupolo investigativo per alcuni è stato il segno del rigore, per altri il volto di una prudenza eccessiva. In Calabria si discusse tanto di una microspia che gli uomini del Ros erano riusciti a installare (e poi disattivarono) in casa di una delle famiglie che comandavano nella provincia di Reggio, i Pesce. Vennero fuori incontri con politici. Arresti. Ricostruzioni di legami tra criminalità, amministrazione e partiti. Eppure ci fu chi insinuò il sospetto che si poteva fare di più. Che Pignatone non era stato abbastanza radicale nell’intervenire.

Dalla politica, Pignatone ha sempre cercato di stare più alla larga possibile. Non ha mai puntato ai nomi importanti per fare clamore. Ai politici ci è arrivato partendo dalla ricostruzione dei crimini, risalendo da un reato all’altro sino ad arrivare a delineare l’immagine dell’insieme, con la sua gerarchia e le sue collusioni. Nell’operazione Crimine, condotta insieme alla procura di Milano, finirono in galera più di 300 persone. Furono sequestrati beni per un valore di decine di milioni di euro. E per la prima volta si è stabilito che la ‘ndrangheta ha un’organizzazione rigidamente centralizzata, a cui le succursali del nord Italia e del resto del mondo rispondono ogni volta che c’è da prendere una decisione importante. Anche da Sydney, quando un affare conta, chiamano a Siderno per ricevere ordini.

I processi che si sono tenuti, ancora non arrivati sino all’ultimo grado di giudizio, stanno confermando le accuse mosse da Pigntone e dalla sua squadra. A dimostrazione che il metodo d’indagine adottato dal procuratore – basato sull’idea che quando si colpisce qualcuno è bene avere tutti gli elementi per metterlo con le spalle al muro – è rigoroso e fattuale. Non c’è clan della provincia di Reggio Calabria che Pignatone non abbia colpito nei suoi quattro anni che è stato alla procura calabrese. In alcuni casi, radendolo completamente al suolo. Sindaci, assessori regionali, consiglieri provinciali: a decine sono finiti dentro per concorso in associazione mafiosa.

E pensare che quando arrivò a Reggio Pignatone trovò una procura quasi ingessata. Che da almeno un decennio non conduceva inchieste di grandi dimensioni. C’erano magistrati di primo piano come Nicola Gratteri, che aveva sempre lavorato sul narcotraffico. Ma il valore aggiunto di Pignatone fu quello di riunire numerose inchieste che andavano per conto proprio in un unico filone d’indagine. È il metodo che ha adottato appena insediatosi a Roma. E che ha portato a creare, da numerosi fascicoli, l’inchiesta di Mafia Capitale.

Schivo, pignolo, infaticabile studioso, sempre in dialogo con i colleghi, capace di dirigere e indirizzare: Pignatone non è un uomo solo al comando. Alla procura di Roma, oggi, lavorano numerosi uomini che stavano al suo fianco già a Reggio Calabria. La sua è una squadra collaudata e rodata. Ci sono magistrati come Michele Prestipino, procuratore aggiunto, e suo braccio destro già a Palermo. Sara Ombra, titolare dell’inchiesta che ha fatto condannare il governatore calabrese Giuseppe Scopelliti. Giovanni Musarò, arrivato a Roma da alcuni mesi. Ma ci sono anche investigatori come Stefano Russo, comandate dei Ros di Reggio e oggi di Roma; Cosimo di Gesù, colonnello della Guardia di finanza, anche lui uomo chiave nelle indagini di Mafia Capitale e prima di quelle reggine; Gerardo Mastrodomenico, comandante del Gruppo investigativo sulla criminalità organizzata; e Renato Cortese, capo della squadra mobile di Reggio Calabria, ora a Roma, e già nel gruppo che ha lavorato in Sicilia – sempre con Pignatone – alla cattura di Provenzano. Per non parlare della miriade di altri ufficiali di livello più basso, che svolgono un lavoro preziosissimi benché meno visibili e spettacolari.

Si è capito: tra le doti di Pignatone non c’è l’interesse per le occasioni pubbliche. Quando può, le evita con gentilezza. Con i giornalisti, invece, parla giusto il necessario. Quando si congedò da Reggio Calabria, promosso alla guida della più importante procura italiana, salutò tre cronisti soltanto. Senza nessuna enfasi. Nelle sue corde c’è però la tenacia, questo tratto del carattere che non gli fa mai mollare l’osso. Raggiunto un obiettivo, è subito pronto per saltare al prossimo. Ogni inchiesta per lui è un gradino per salire a un’altra. E c’è da prenderlo in parola, perciò, quando dice: «Presto ci saranno nuove operazioni» a Roma. Finora è stato sempre un uomo di parola.

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