Bruxelles e la tela di Penelope

Europa
UN’EUROPA PI?DEMOCRATICA A colloquio con il presidente della Commissione, Romano Prodi

Oggi esce in libreria La tela di Prodi – Una Costituzione per un’Europa
più democratica, a cura di Giuseppe Tognon per i tipi della Baldini &
Castoldi. Professore di Storia dell’educazione all’Università Lumsa di Roma,
Tognon ricorda nel libro che «l’Europa resta il più grande e innovativo cantiere
politico del mondo». Di seguito ampi stralci dell’intervista al presidente della
Commissione europea Romano Prodi.


Presidente, il 4 dicembre 2002 lei ha presentato
alla Commissione il progetto per una Costituzione europea che tra gli addetti ai
lavori è circolato con il nome di Penelope che evoca fedeltà, tenacia,
accortezza. Abbiamo saputo dai giornali e dalle voci di corridoio di Bruxelles
che quella riunione del 4 dicembre è stata tempestosa. Si aspettava
un’accoglienza diversa?

È vero, al momento della sua pubblicazione il
progetto Penelope non ha ricevuto una calorosa accoglienza. Ho
però l’impressione che la maggior parte delle critiche fossero del tutto
strumentali, nella logica del “tiro al bersaglio della Commissione” che è
propria di certi ambienti: queste me le aspettavo.
Le contestazioni non
prevenute sono state invece, a mio parere, frutto di malintesi nel
frattempo chiariti. Per esempio, promuovendo il progetto Penelope non ho
inteso affatto porre la Commissione in competizione con la Convenzione –
di cui sono stato ?n dall’inizio uno dei più strenui sostenitori – , ma
piuttosto fornire un solido contributo per la ri?essione ulteriore dei
suoi membri, al pari di altri progetti di Costituzione che sono stati resi
pubblici nel corso del 2002, per esempio il testo del Partito popolare
europeo presentato da Elmar Brok o il contributo redatto
dall’Università di Oxford e presentato da Peter Hain a nome del governo
britannico.
Inoltre, è inesatto affermare che il
progetto Penelope è stato ripudiato dalla Commissione, in quanto non ho mai
pensato di chiedere agli altri Commissari di adottare formalmente questo testo,
avendo sempre considerato che le posizioni che le posizioni ufficiali della
Commissione dovessero avere un carattere squisitamente politico e istituzionale,
alla stregua delle due comunicazioni presentate nel maggio e nel dicembre
2002.
In varie aree del mondo prosegue, pur tra molte incertezze, il tentativo di
organizzare e sostenere aggregazioni economiche e politiche regionali e
continentali. Quella europea è tra le più antiche e certamente, pur con tutti i
suoi limiti, la più efficace. Alcuni sostengono a questo punto che non vale la
pena di metterla a repentaglio in nome di un’infatuazione politica…
L’esperienza
di integrazione europea è senza dubbio un successo e, come
praticamente unico esempio di gestione democratica della globalizzazione
su scala regionale, è diventato anche un modello per altre aree del mondo
che si stanno avviando sullo stesso cammino di condivisione e di
cooperazione. Naturalmente, si tratta di un modello perfettibile e in
continua evoluzione, ma che ha comunque già raggiunto obiettivi importanti
e costituisce oggi un nucleo di prosperità, di stabilità, di valori comuni
che non è possibile ignorare all’interno della comunità
internazionale.
Questa Europa è oggi confrontata a un processo di crescita
e di cambiamento che, per sua natura, non le è possibile evitare. Non si
tratta di un sussulto legato all’emozione del momento, ma di qualcosa di
molto più profondo, che sarebbe imperdonabile ignorare e sul quale occorre
piuttosto ritrovare un comune stile.
I cittadini ci chiedono di
completa
 
 
re l’uni?cazione dell’Europea dandole le istituzioni, gli strumenti e
i meccanismi di decisione capaci di trasformarla in un’autentica Unione
politica. Solo così potrà esprimere una politica unitaria ed efficace in
campo non solo economico, ma delle relazioni internazionali e
della difesa. Non c’è un’opzione tra un’Europa più piccola e più efficace
e una invece più ampia ma più debole. Al contrario, il processo di
allargamento comporterà vantaggi economici, sociali e politici rilevanti.
Questo sarà possibile se verranno intraprese parallelamente riforme
istituzionali precise e importanti che permettano all’Europa di decidere e
agire in modo ancor più efficiente e democratico.
Un allargamento senza
una forte prospettiva politica comune può andare bene solo a chi vuole
ridurre la nostra Unione a una zona doganale. Le idee che raccolgo sono
ben diverse e spingono per la crescita di una forte identità politica
europea.
Uniti si vince
tutti: la strada ci è già stata indicata, dobbiamo solo avere il coraggio di
percorrerla nel migliore dei modi, perché le nostre potenzialità comuni si
sviluppino appieno.


In questi anni è
diventato di moda contrapporre il modello statunitense al modello europeo
per evidenziare i limiti di quest’ultimo. Ma è ormai noto che negli ultimi
trent’anni il modello europeo (in verità oggi fa più

 
fatica) ha garantito una crescita economica più sostenuta di quella
americana.
Se questo è vero, non le pare che
tutto quello che l’Europa è come modello sociale, anche solo a parità di
crescita e di benessere, rappresenti un valore aggiunto straordinario?

Questo è certamente vero. Il
modello europeo ha in sé tutte le potenzialità per affrontare al meglio,
in linea con i diritti e i valori di solidarietà che protegge, le s?de
della globalizzazione. Oggi, questo modello attraversa una fase cruciale e
deve rispondere a domande che non possono più essere ignorate. Occorre
dare sostanza al concetto di cittadinanza europea e articolare
maggiormente il modello europeo di sviluppo, il che solleva ovviamente la
questione dei rapporti tra Stato e mercato e il ruolo dell’Europa in tutto
questo. La strategia di Lisbona mira a rendere l’economia europea
«più competitiva e dinamica nel mondo, capace di una crescita economica
sostenibile con opportunità di lavoro migliori e più numerose e una
maggiore coesione sociale». Questi tre fattori, prosperità economica,
coesione sociale e protezione dell’ambiente, e soprattutto le sinergie
create dalla loro combinazione, danno al nostro modello di sviluppo la sua
forza trainante e la sua originalità.
Non illudiamoci, però, che il nostro
modello economico e sociale possa durare senza cambiamenti. Il welfare è stata
la nostra migliore conquista del secolo scorso. Ma non basta l’orgoglio per
vincere la s?da della modernizzazione.


Presidente, si
afferma spesso che il problema della sovranità è prima di tutto il
problema della capacità di difendere e tutelare gli interessi
fondamentali.
Che cosa hanno da
guadagnare i cittadini europei dalla perdita di una parte signi?cativa della
rispettiva sovranità nazionale a vantaggio di quella europea?

È ormai presente in Europa, tra i
governi nazionali così come tra i cittadini e all’interno delle
istituzioni comunitarie, la consapevolezza della necessità di
riformare profondamente l’Unione e dotarla di una nuova
costituzione.
Il sistema comunitario, che ha funzionato egregiamente per
cinquant’anni, ha oggi bisogno di essere aggiornato e sono pronto a
ribadire con forza quest’impegno: non è possibile andare avanti se ognuno
resta fermo sulle proprie certezze.
Il metodo inaugurato dalla
Convenzione ha innescato esattamente il processo democratico di cui
l’Unione, e i suoi cittadini, hanno bisogno. Prima i negoziati si tenevano
a porte chiuse. Ora i governi vengono alla Convenzione e si esprimono alla
luce del sole. Essa offre al mondo intero una ri?essione pubblica
 
 
 
 
 
su tutti gli aspetti delle nostre istituzioni, il che conferma in
sostanza la volontà di consolidare un’Unione di popoli e di Stati che sia
la prima vera democrazia sovranazionale.
La coerenza ci impone però di
garantire che tutte le decisioni rispecchino la doppia legittimità dei
popoli e degli Stati. Per questo, abbiamo presentato, tra le altre,
quattro proposte speci?- camente volte a una maggiore democrazia: un
presidente della Commissione eletto dal parlamento, una
Commissione responsabile sia di fronte al parlamento che al Consiglio
europeo, una procedura legislativa che coinvolga il parlamento e il
Consiglio generalizzando il metodo della codecisione, e in- ?ne una
procedura di bilancio riformata.
A ciò si aggiungono altre misure, quali
ad esempio una riforma radicale delle competenze d’esecuzione
della legislazione europea. Occorre affidare tali competenze
esclusivamente alla Commissione che, ricordo, sarà responsabile dinnanzi a
entrambi i rami legislativi dell’Unione.
Il nostro
contributo alla Convenzione si concentra dunque su istituzioni più funzionali e
su un processo decisionale più semplice, veloce ed efficiente.


La Carta di Nizza e quindi Penelope, che la
riprende, dedica ben 17 articoli al capitolo della solidarietà. Perché è così
importante per noi europei?

Porre il
principio della solidarietà tra le nostre priorità signi?ca riconoscere
l’importanza di lottare, oggi più di ieri, contro l’esclusione sociale e
offrire un’alternativa realistica al “pensiero unico” dominato dal
mercato. Nella società globalizzata in cui viviamo, il tentativo di
arrivare a una gestione e a un controllo democratico dei processi economici è
di vitale importanza, in nome dei diritti di tutti i lavoratori. C’è la
necessità di ripensare i rapporti all’interno delle comunità e di
ricostituire un tessuto sociale sano, attraverso ad esempio
interventi speci?ci nelle periferie delle società europee.
Solidarietà signi?ca anche un sistema di sicurezza sociale
efficace e nuovi diritti ai lavoratori. La Commissione promuove in tutte le sue
politiche questo punto di vista. Nostro grande cavallo di battaglia è oggi il
diritto alla formazione permanente dei lavoratori non più una semplice opzione,
ma l’unica via per permettere al maggior numero possibile di persone di
partecipare pienamente e attivamente alla nuova società della conoscenza.
Promuovere il cambiamento nell’organizzazione della ricerca e una sua maggiore
apertura sono gli obiettivi dello “spazio europeo della ricerca”. E sulla
mobilità degli studenti, dei docenti e dei ricercatori si può fare di più.
Queste sono le vie concrete per evitare nuove forme di frattura ed esclusione
sociale.


Che differenza c’è rispetto alla direzione di un governo nazionale,
esperienza che lei fece in Italia con il governo dell’Ulivo tra il 1996 e il
1998? Che cosa ha imparato dal confronto?
C’è certamente una
notevole differenza tra la guida di un governo nazionale e quella della
Commissione europea. La Commissione europea non è, non ancora, un governo
europeo comparabile a un’istituzione nazionale. Ma come presidente della
Commissione, pur esercitando un minor potere immediato in supporto a
un’esperienza di governo nazionale, si ha tuttavia la sensazione di contribuire
alla realizzazione di un progetto storico. Lavorare per l’Europa comporta
responsabilità e capacità di guardare oltre i con?ni, con la consapevolezza di
partecipare alla costruzione un progetto nuovo all’interno di una dimensione,
sia in termini di impegni che di visione, veramente mondiale. Certo, nel futuro
bisognerà oliare ancora di più i meccanismi interni, favorire sempre di più
l’interazione non solo al momento apicale di una singola decisione, ma già al
momento della preparazione.        

di GIUSEPPE TOGNON

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