Caro Federico, è stato un grande onore

Europa
Un saluto, un omaggio, soprattutto un ringraziamento a Federico Orlando.

E così è arrivato, caro Federico, quel momento sul quale avevamo perfino scherzato, già che con te si poteva fare anche questo tipo di scherzi. Il momento in cui proprio non posso chiederti di ricordare vita e opere di qualche padre della patria defunto – uno dei compiti ai quali ti prestavi, immagino senza particolare entusiasmo, consapevole di essere tra i giovanotti o ex giovanotti di Europa la vera memoria, il vero testimone del tempo, anzi di molti tempi diversi.

Già, perché stavolta dovresti scrivere di te stesso, invece non ci sei più, e non c’è più nessuno tra di noi in grado di raccontare altrettanto bene le persone e le cose del tempo, con la tua vivacità, la tua precisione, il tuo puntuto sarcasmo se necessario, la tua capacità di definire i contesti storici e politici.

Del giornalista, politico e uomo pubblico che sei stato dice (sempre troppo poco) la tua biografia. Vedo scorrere sulle agenzie i commenti di colleghi e uomini politici che ti rendono un meritato omaggio, alcuni di loro a cominciare da Marco Pannella avendo anche goduto della tua amicizia ultra-decennale e del tuo sostegno di militante liberale, democratico, radicale.

Io penso che sia giusto aggiungere qualcosa, che nella biografia non c’è ma è ben saldo nella memoria di questa piccola comunità che negli ultimi undici anni hai voluto onorare con la tua presenza, il tuo aiuto e voglio sperare la tua amicizia. Perché è attraverso certi dettagli, certi comportamenti, che si tratteggia davvero ciò che un uomo è stato, anzi è e rimane.

Parlo a nome della redazione di Europa ma soprattutto a nome mio. Non so se ti abbiamo mai espresso compiutamente lo stupore e la gratitudine per il fatto che un grande giornalista, carico di esperienze e di ruoli importanti, arrivato ormai all’età nella quale ci si potrebbe legittimamente ritirare su una collinetta a guardare gli altri, magari dispensando critiche, consigli e perle di saggezza, si sia invece immerso fino all’ultimo giorno possibile nell’impostazione, nella fattura e nella scrittura di un piccolo giornale.

Caro Federico, nei nove anni nei quali mi hai onorato della co-direzione di Europa, ti sei rivelato l’opposto di come uno immagina le grandi firme. E cioè sei stato sempre disponibile, attento, pronto al commento di giornata come un giovane editorialista rampante, mai reticente se si trattava di esprimere la tua critica e il tuo punto di vista, ma sempre in ascolto dell’opinione altrui. Ti confesso ora perfino l’imbarazzo, nel vederti prendere appunti su ciò che si diceva nella riunione di redazione, quando sapevi che sarebbe toccato a te di sintetizzare nel commento: avevi oltre mezzo secolo di mestiere, eri stato con Montanelli, avevi conosciuto e frequentato tutti i grandi, ed eri lì, interessato alle nostre analisi e pronto a trasformare in editoriale un ragionamento collettivo.

In quelle riunioni la tua parte c’era sempre, e certo non era solo quella professionale.

Chi fa giornali sa come funzionano le dinamiche di un gruppo, come nascono le idee. Sicché ogni giorno non poteva mancare, nei tuoi confronti, la provocazione intenzionale per far scattare in te l’implacabile anticlericale. E un po’ riderne insieme, e un po’ usare la schermaglia per individuare spunti di interesse, di dibattito. Oppure l’evocazione storica, per poter ricevere da te la testimonianza e il ricordo diretti, ricostruire di prima mano vicende che affondavano nel tempo, quando non c’era la Prima Repubblica ma una sola Repubblica, e tu da militante e dirigente politico, e da giornalista, eri già tra i protagonisti. Oppure, infine, scattava la perfida battuta antimeridionale, anche quella mirata a farti reagire, a tirare fuori l’orgoglio del molisano che però non perdona nulla innanzi tutto ai suoi conterranei.

Ancora, più recentemente, in una stagione di rapide novità, ci aiutavi a misurare fin dove era per la sinistra giusto, possibile, utile, ammissibile spingersi nel fare accordi con colui che tu davvero, tra i pochi, avevi diritto a considerare un Cavaliere Nero. Di Berlusconi, insieme a Montanelli, avevi potuto conoscere la durezza, l’aggressività, l’arroganza degli anni dell’assalto ai giornali, alle istituzioni, alla politica e alla democrazia. La tua integrità, il fatto di aver pagato dei prezzi, aveva giustamente fatto di te anche un simbolo, e un leader della stagione dell’insofferenza, gli anni dei girotondi.

Per questo temevo spesso il tuo giudizio negativo, su una linea di Europa che senza mai arretrare nella lotta contro Berlusconi non voleva però mai scadere nell’antiberlusconismo agitato come bandiera. Qui ci hai dato un’altra prova. Non hai smesso di essere quello che se n’era andato dal “suo” Giornale per fondare la Voce, né l’intransigenza morale s’è minimamente addolcita, ma hai visto nel declino di Berlusconi le ragioni e l’opportunità di una iniziativa politica che sfruttasse il momento per fare qualcosa di buono per l’Italia, senza consegnarsi all’impotenza della mera contrapposizione.

Tranquillo Federico, non cercherò di far credere a nessuno che tu fossi diventato renziano. Chi ci crederebbe, e poi delle nostre opinioni rimane la condanna della traccia scritta, indelebile. E davvero molte cose non potevi mandarle giù facilmente, di quest’ultimo scorcio della politica italiana. In compenso però ne avevi viste talmente tante, e di diverse, per decenni, da essere fino all’ultimo disponibile alla curiosità, a correggere le prime impressioni, a prendere atto di situazioni nuove: averne, di ottuagenari così (ve lo sarete detto, con il Capo dello Stato, e anche quel giorno dell’udienza di Europa al Quirinale, non puoi immaginare la mia emozione di essere lì come collega tuo, addirittura tuo direttore).

Potrei continuare a lungo, mi fermo per dirti del sollievo provato, nei giorni scorsi, quando stavi già male, nel ricevere ancora i tuoi commenti: li abbiamo salutati come un bel segnale di ripresa, sapevamo che per te il lavoro, la scrittura, coincidevano in tanta parte con la vita. E dunque finché scrivevi e lavoravi, vivevi nel senso pieno del termine.

È stato un segnale ingannatore, nel quale però forse si riassume un’esistenza, almeno la parte che abbiamo conosciuto noi: hai scritto, hai lavorato, ti sei battuto per le tue convinzioni. Insomma, hai vissuto forte e bene attraversando la storia d’Italia. Per noi è stato un grande onore, averti accanto per questi ultimi undici anni di giornalismo e di vita.

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