Eni inciampa sulla guerra per il gas di Cipro

Europa
La Turchia sospende i contratti del cane a sei zampe: non ha gradito le esplorazioni italiane al largo dell'isola

I progetti del cane a sei zampe in Turchia sono sospesi. Lo ha annunciato ieri il ministro turco dell’energia, Taner Yildiz. Le sue parole sono state riportate da Anadolu, l’agenzia governativa. C’è il sigillo dell’ufficialità, dunque.

La ragione che ha portato Ankara a intraprendere questa scelta giace al largo di Cipro, dove Eni, da gennaio, partecipa ai progetti di esplorazione dei bacini di gas, a quanto pare piuttosto ricchi, situati nella zona economica esclusiva della parte greca dell’isola: quella parte dell’Ue, quella con i conti in profondo rosso. Ankara non la riconosce e ritiene che i proventi dei giacimenti dovrebbero essere ripartiti equamente tra la Cipro greca e quella turca, situata nel versante settentrionale, fondata dopo l’invasione turca del 1974 e riconosciuta dalla sola Turchia.

La decisione del governo di Ankara, che da tempo minaccia “rappresaglie” nei confronti di chi avrebbe fatto affari con i greco-ciprioti, non è certo ininfluente per Eni. L’azienda guidata da Paolo Scaroni vanta infatti qualche buon business a Istanbul e dintorni. Commercializza gas russo, è presente sul mercato dei lubrificanti di base e degli additivi, ha contribuito tramite Snamprogetti all’espansione del petrolchimico di Yarimca e alla realizzazione di Blue Stream, gasdotto che trasporta il gas russo dalla Bulgaria alla Turchia. Partecipa inoltre all’oleodotto Samsun-Ceyahn (trasporta petrolio dal Mar Nero al Mediterraneo) con le russe Rosneft e Transneft, oltre che al segmento offshore (sul fondale del Mar Nero) di South Stream, il lunghissimo tubo, patrocinato da Gazprom, che rifornirà l’Europa di gas siberiano, terminando la sua corsa a Tarvisio.

L’ufficio stampa di Eni non fornisce commenti all’annuncio del ministro Taner Yildiz. In compenso, qualcosa l’ha detto Paolo Scaroni durante la conferenza stampa di ieri Eni-Enel su un progetto di ricarica per le auto elettriche. L’ad ha riferito che «in molti si aspettavano questa reazione», augurandosi che «le relazioni con la Turchia tornino eccellenti» e riferendo di non sapere quali progetti verranno interrotti dalla Turchia. Hurriyet Daily News, sito turco di news in lingua inglese, cita il ministro Yildiz e parla di «ongoing projects». I progetti in corso.

Ne conseguirebbe che il provvedimento riguarda anche il Samsun-Ceyahn e le condotte sottomarine di South Stream. Il primo, tuttavia, è un progetto «dormiente», che non garantisce al momento profitti, ha ricordato Scaroni. E South Stream? Qui il discorso potrebbe farsi più complicato. Forse. «Il ramo di South Stream che corre sul fondale del Mar Nero è un progetto internazionale, con tre soci di minoranza (Eni 20%, Électricité de France e Wintershall al 15) e Gazprom capofila, al 50%. Mi sembra difficile che i turchi possano bloccare la pipeline a causa del contenzioso con Eni», spiega a Europa il giornalista russo Evgeny Utkin, esperto di energia. Utkin, tuttavia, non esclude che Ankara possa «far leva sulla questione Eni allo scopo di ottenere uno sconto sulle tariffe da parte della Russia, da cui dipende in termini di approvvigionamento di gas».

Se le cose andassero così c’è da credere che Gazprom non la prenderebbe troppo bene, visto che, sostiene qualche analista, i russi si sarebbero già irritati con Eni, attribuendole una non del tutto motivata perdita d’interesse nel progetto South Stream.

Ma non è solo questo. Il gelo tra i turchi e il cane a sei zampe potrebbe costare qualcosa anche alla sussidiaria Saipem. «La posa dei tubi di South Stream dovrebbe arrivare nel giro di un anno e Saipem, che ha grandi competenze tecnologiche e il vantaggio di aver lavorato benissimo per le condotte sottomarine di Nord Stream (il gasdotto che porterà il gas russo in Germania passando per il Mar Baltico), ha ottime possibilità di vedersi affidati i lavori. Ma se quella tra Eni e Ankara non fosse una tempesta passeggera, chissà che potrebbe succedere. Forse gli stessi russi si sentirebbero indotti a incaricare altre compagnie», ragiona Utkin.

Si vedrà. In ogni caso questa vicenda, oltre alla sua declinazione italiana, spiega efficacemente perché nei giorni scorsi i russi hanno detto no all’offerta cipriota: bailout in cambio di gas. «Mosca ha semplicemente constatato – così Utkin – che il gioco non valeva la candela. Acquisire le licenze di sfruttamento avrebbe significato rovinare i rapporti con la Turchia. Parliamo di una relazione solidissima. Ci sono Blue Stream, South Stream, il turismo». Senza contare che la Russia è il secondo partner commerciale della Turchia, dopo l’Ue.

E viene da chiedersi, in ultima battuta, perché a Roma, pur conoscendo la posizione turca sul gas cipriota, gravida di possibili conseguenze, s’è deciso comunque di andare avanti.

@mat_tacconi

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