Con Nanni, dopo la piazza

Europa
Aveva in mano un casco, forse lo stesso di Caro Diario, mica la stessa Vespa?, gli chiedo. No, quella è cambiata, pure il casco, ma gli somiglia. Come la manifestazione di martedì somigliava a quella dell’estate 2001, indetta a piazza Navona dai partiti democratici, che avevano perso le elezioni.Avevano parlato tutti i leader, finché dalla […]

Aveva in mano un casco, forse lo stesso di Caro Diario, mica la stessa
Vespa?, gli chiedo. No, quella è cambiata, pure il casco, ma gli somiglia. Come
la manifestazione di martedì somigliava a quella dell’estate 2001, indetta a
piazza Navona dai partiti democratici, che avevano perso le elezioni.
Avevano parlato tutti i
leader, finché dalla folla, dove ce ne stavamo più o meno
convinti, chiese la parola Nanni Moretti, glie la diedero, e lui – con un
coraggio che nessuno di noi aveva potuto permettersi fin lì né avremmo
avuto dopo – pronunciò lo “storico” anatema, l’atto di nascita dei
girotondi: «Con questi dirigenti, non vinceremo mai più». Ne
ero convinto, dopo cinque anni in parlamento, perciò avevo rinunciato proprio
l’ultima sera (spero che Arturo Parisi me l’abbia perdonato, ma non credo)
di presentarmi al senato, quando si lottava ancora faccia a faccia, all’arma
bianca col candidato della destra.
No, la manifestazione di martedì a
piazza Navona, quattro cinque volte più affollata di quella nostra del
2001, non le somigliava per niente: a cominciare dalla sistemazione del
palco, eretto al lato opposto verso l’ambasciata del Brasile e palazzo
Braschi, dov’è la statua di Pasquino, quella malalingua condita di
parolacce che diceva male del papalino e il “popolo” trovava uno sfogo:
uno sfogo antipolitico come quello di martedì, epidermico, non politico,
che quando si provò a trasformarlo in politico, con la nomina di
Pellegrino Rossi a primo ministro di Pio IX, democratici e reazionari si
unirono fraternamente contro, e qualcuno lo pugnalò sulle scale della
Cancelleria, a Campo dei Fiori.
Chiedere ad Andreotti che sa tutto e ci
scrisse un libro, Ore 10, il ministro deve morire.
Sarà stata la vicinanza
di Pasquino a ispirare al palco di piazza Navona l’antipolitica, qui
facilmente prevista, nonostante la nostra personale fiducia nel buonsenso
di Furio Colombo e Antonio Di Pietro: che non avrebbero detto, e non hanno
detto, e anzi hanno represso le male parole altrui contro il Quirinale,
contro Veltroni, più gravi di quelle contro una bellissima donna che ci
piace, la velinaministra Mara Carfagna, parafulmine di tutte le erotomanie
del satrapo-premier che ci comanda.
Ma si sa, voce dal sen fuggita più
richiamar non vale, lo scriveva un poeta che non aveva niente da scrivere,
Metastasio, e si divertiva a fare «meraviglie ». Così a nulla valgono anche i
tentativi di richiamo di Colombo e Di Pietro, l’incazzatura di Leoluca
Orlando, di Claudio Fava che abbandona il palco, il già iniziato defluire
della folla, noi compresi; l’esodo di Nicola Tranfaglia, ex pdci, dal
tavolino al bar in fondo alla piazza; l’abbandono di Giovanni Bachelet,
che ha provato a conciliare il Pd e la piazza, ma non gli è riuscito col
palco; sembra quasi che l’effetto caldo antipolitica ci debiliti e ci
spinga fuori della ressa più che gli spintoni presi fin lì sotto il palco:
dove si ammassava una folla di visi amici, nostri, conosciuti, e tanti
ragazzi e soprattutto ragazze che non vedevo a una manifestazione dal 14
settembre 2002, piazza San Giovanni, dove portammo al massimo dei giri i
motori del nostro elettorato e chiudemmo con un milione di donne e uomini
la stagione dei girotondi.
Qualche volta mi passano fra le mani le
“lettere d’amore” di studentesse salentine e le “preghiere” del parroco di
Rovigo, che per oltre un anno mi tempestarono per ripetere quell’esperienza
nelle loro città. Da quel palco di San Giovanni avevamo soltanto
materializzato in mano al milione di persone reali i loro problemi, tutti i
loro problemi, anche quello della libertà di comunicazione, certo, e della
legge uguale per tutti, del no al previtismo giuridico e al morattismo
televisivo, ma insieme a tutti gli altri problemi reali: cosa ne sarebbe
stato di quegli studenti e studentesse dopo il diploma? E quei genitori
avrebbero conservato il salario per portarli alla laurea o all’impiego? E
loro, i “vecchi” avrebbero avuto di che vivere in vecchiaia, prezzi col
cartellino doppio al mercato, pensione, medicine, badanti, case a fitto equo,
le cose che ai politici dei palazzi non fregano niente e di cui è fatta
in concreto la “giustizia” della gente comune? Aveva gli occhi malinconici
da sembrare velati di pianto Nanni Moretti l’altro ieri, poggiato a un
palazzo di via o vicolo Sant’Agnese in Agone, deserto,
rinfrescato dall’ombra. «Ciao Nanni». Allora sorrise un po’. «Laura, Leo,
giovani artisti di teatro e tv, sinistra radicale». Diede subito la mano
anche a loro. La mano era bagnata di sudore. «Hai ancora caldo?». Fece un
gesto con gli occhi indicando, oltre il muro, il palco da cui provenivano
invettive o discorsi ascoltabili, non aveva con sé le girotondine e i
girotondini di allora, Silvia, Marina, Eduardo, Paul, artisti,
traduttori, docenti universitari. A parole di sguardi, come Welby,
riconoscemmo e commentammo la differenza.
“Quella” era stata una battaglia
vera, pensata, organizzata, imposta anche in conflitto con le teste calde
di sempre; ho ancora la giacca a vento distrutta dalla cera nella fiaccolata
al Quirinale, la sera d’inverno che ci recammo in diecimila a
ringraziare Ciampi di quel che faceva per lo stato e per noi.
Eravamo in
prima fila insieme a Nanni: Silvia, Flores d’Arcais, io, chiamato dal leader
carismatico, e quelli della seconda fila, piegando un po’ avanti le
fiaccole, ci inceravano fino ai piedi. Pioggia calda, forse portò fortuna al
centrosinistra: che da quel 2001 al 2005 avrebbe infilato una serie di
vittorie, comuni, province, europee, elezioni suppletive, baluardi
leghisti come Verona, 18 regioni su 2l.
Come aveva pronosticato Daria, gran
dama delle girotondine milanesi, quelli coi quali non avremmo vinto più
«hanno finalmente capito, la politica ha ripreso a girare, era questo che
volevamo, non sostituirci alla politica, ora possiamo tornare ai
nostri fornelli e ai nostri libri».
Ma la politica è proprio debole di
costituzione a sinistra (a destra non c’è costituzione e il problema è
risolto): così, dopo i 4 milioni e mezzo nei gazebo di Prodi, arrivammo
alla dilapidazione e alla schizofrenia delle 290 pagine del “cantiere” e
alla vittoria del 2006 con gli ultimi 24 mila voti non riassorbiti dal
“caimano”.
Poi i 3 milioni e mezzo per Walter segretario, la grande luna
di miele nelle piazze, che forse volevano riscaldarsi a un sole più
cocente dopo il gelo prodiano: quello del mito, il mito della bacchetta
magica, tanto magica da trasformare in due mesi un patto con gli italiani
in un patto per sé solo.
Ma stavolta piazza Navona è vuota, con
le sue migliaia e migliaia di nostre donne e uomini, che se ne vanno senza
leader e senza prospettive. Ce ne andiamo anche Nanni e la sua compagna da una
parte, io e i miei due giovani amici della sinistra dall’altra, frastornati
tutti e tre fino a farci coinvolgere nel luna park della Roma per turisti dietro
piazza Navona, gettarci su una bottiglia di bianco freddo e su piatti da schifo,
per stranieri. FEDERICO ORLANDO

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