La tre giorni della nuova politica pop

Europa
Anziché contestarli, chi si pone a sinistra di Renzi dovrebbe provare a costruire un immaginario alternativo

Prima è stata la volta della Repubblica dei partiti (con la correlata democrazia partitica), come l’ha descritta Pietro Scoppola. Poi è arrivata la Repubblica dei media (come ha intitolato un suo libro uno dei padri fondatori della comunicazione politica nazionale, Carlo Marletti) e, con essa, la società dello spettacolo e la democrazia del pubblico si sono saldamente instaurate anche in Italia.

Per la verità, non è che qualche forma di “proto-spettacolarizzazione della politica” non si fosse mai manifestata nel corso della cosiddetta Prima repubblica (a partire dal suo momento fondativo, il clash of civilization andato in scena con le elezioni del 1948), ma gli anni Ottanta, pure in questo ambito, hanno innescato un terremoto e fatto da inesorabile spartiacque.

E così anche noi abbiamo assistito – mentre le ideologie passavano nel dimenticatoio, gli iceberg delle culture politiche (seppure in maniera molto più lenta delle precedenti) si scioglievano e i partiti perdevano via via iscritti e militanti – alla trasformazione della politica-spettacolo in politica “pop”.

Ovvero, da interruzione della routine della politica politicante e del politichese (“stato d’eccezione”, ma à la Debord) a prassi ineluttabile e sempre più inseguita, che trovava il brodo di coltura ideale nei media certo, ma veniva ben volentieri assecondata e adottata dai professionisti della politica (con le maggiori resistenze a sinistra). Un fenomeno scaturito dalla postmodernizzazione della democrazia di massa per antonomasia, gli Stati Uniti, e arrivato dovunque, che nel nostro paese ha gettato semi ben solidi e ha trovato clima fertile grazie anche alla nostra radicata predisposizione verso il barocco e il neobarocco, i cui fini sono, appunto, la “meraviglia” e la spettacolarizzazione.

Nell’Italia via via sempre maggiormente iperreale, dove la cultura popolare (e già “di massa”) si è fatta irresistibilmente pop, tra orizzontalizzazione, disintermediazione, egemonie sottoculturali e difficoltà del fare pedagogia, la politica non riesce o, deliberatamente, non vuole più modellare, ma si pone al livello di quello che si muove nella società e di ciò che, maggioritariamente, ne orienta l’immaginario. E, dunque, la televisione, più recentemente la Rete, gli stili di vita e, strettamente collegati ai precedenti, i consumi.

A stendere un affresco completo e in presa diretta di questa tendenza è stato Gianpietro Mazzoleni, autore (insieme ad Anna Sfardini) di Politica pop (il Mulino, 2009); e, nei pochi anni che ci separano dalla pubblicazione di quel volume, il suo oggetto di indagine è diventato quasi onnipervasivo e ha compiuto balzi in avanti impressionanti. La spinta propulsiva della politica pop, nell’epoca del tramonto delle classi sociali intese nell’accezione fordistico-novecentesca, risiede anche nella sua capacità di realizzare l’interclassismo (o il trasversalismo) dell’immaginario (come hanno efficacemente compreso il premier, i suoi spin doctor e vari esponenti del “leopoldismo”).

Dai Parioli alle borgate, da Montenapoleone alle periferie delle metropoli del Sud non si era mai verificata una tale coincidenza di pezzi ed equazione di frammenti degli immaginari, in precedenza rigidamente definiti dalle segmentazioni sociali e sociologiche. È il postmoderno all’italiana, bellezza!, nel quale, indiscutibilmente, un ruolo da primattore lo ha giocato il paradigma mediatico incarnatosi nelle televisioni commerciali berlusconiane (prima neo-tv e ora trans-tv), diventato una sorta di punto di non ritorno.

E così, al giro di boa, tra selfie, tweets e programmi domenicali di genere nazionalgossiparo (odierna reincarnazione del vecchio nazionalpopolare), ci troviamo oggi molto al di là del “populismo progressista”, concetto spesso utilizzato nella politica americana, per entrare nell’orizzonte, per la prima volta in maniera compiuta nel nostro paese, di una politica pop di centrosinistra.

Il “partito del paese” o “partito della nazione” (comunque lo si chiami, in tutto e per tutto un catch all party) che ha in mente Matteo Renzi si appropria direttamente della politica pop (che gli è indispensabile per lo sfondamento presso bacini elettorali differenti da quelli più tipici, e indebolitisi sul piano della consistenza numerica, del fu Pci e delle sue metamorfosi).

Spetta allora a chi si colloca a sinistra di Renzi, se vuole mantenere la propria agibilità politica, la complessa missione di individuare alternative sul piano dell’immaginario; un “vasto programma”, come avrebbe detto qualcuno, ma senza la cui delineazione e implementazione l’ideologia pop renziana – almeno fino a che manterrà le sue performance in termini di consenso – finisce per coincidere di fatto con il campo unico del centrosinistra.

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