Ho sentito in Napolitano qualche eco di Montanelli

Europa
Cara Europa, la sera del 31 dicembre ho sentito nel discorso alla nazione del capo dello stato come un’eco sfumatissima di requisitorie montanelliane contro i difetti degli italiani, che noi stessi spacciamo per pregi. Mi ha fatto molto piacere. Però, io sono un quasi coetaneo di Napolitano, se qualche volta scrivo uso le maiuscole per […]

Cara Europa, la sera del 31 dicembre ho sentito nel discorso alla nazione del
capo dello stato come un’eco sfumatissima di requisitorie montanelliane contro i
difetti degli italiani, che noi stessi spacciamo per pregi. Mi ha fatto molto
piacere. Però, io sono un quasi coetaneo di Napolitano, se qualche volta scrivo
uso le maiuscole per parole come Stato, Patria, ecc. (a proposito, voi perché
scrivete Stato, Presidente, ecc. con la minuscola e Chiesa con la maiuscola?),
ma penso ai giovanissimi: non quelli educati dai miei figli, ma in generale. Che
ne sanno i giovani di questi echi e valori, certo non insegnati dalla scuola e
da tante famiglie e dunque assenti nella società? Anche perché, se l’Italia è
quella che ogni giorno ci danno le cronache politiche, finanziarie, sociali, è
possibile poi amare questo Stato, questa Patria? ARTURO MIRAGLIA, MILANO


Caro Miraglia, lasciamo da parte le nostre minuscole: forse è un tentativo di
laicizzare o, se vuole, demitizzare formalmente le cose in cui sostanzialmente
crediamo. Questo raffigurare le cose in modo diverso da come le si sente è
proprio di chi a quelle cose non vuole rinunciare, ma le vorrebbe migliori, e
perciò ne denuncia le inadeguatezze per esaltarne la necessità. Montanelli – lei
ha buona memoria – pensava proprio questo e scriveva e parlava coerentemente.
Quest’anno si compiranno cento anni dalla sua nascita e la ringrazio di avermi
dato lo spunto per ricordarlo su Europa nel primo numero dell’anno.
Grazie alla
nipote Letizia Moizzi, che me ne ha fatto omaggio, ho riletto alcune pagine
scritte da Montanelli e raccolte nel suo ultimo libro postumo, La mia eredità
sono io (Bur), a cura di Paolo Di Paolo. In particolare ho riletto un
articolo del 1950, appena cinque anni dalla fine della guerra, che s’intitola
“Amare la Patria sapendo dirne male”. Prende spunto da una domanda dello
stesso Montanelli a Stephen Spender, se amasse l’America, e dalla risposta:
«L’amo nell’unico modo in cui si può e si deve amare un paese, e cioè per tutto
quello che in esso vi è di eterodosso, di protestante contro le sue cattive
istituzioni, il suo malcostume, la sua volgarità… In nessun paese come
questo, che sembra condannato all’esistenza collosa e spersonalizzata dei grandi
aggregati polverosi, ho trovato tanti fuggiaschi ed eremiti e disertori. È
questa protesta contro l’America che io amo dell’America».
Il mio vecchio
direttore, caro Miraglia, si doleva che quanti di noi in Italia sentono lo
stesso tipo di amor di patria, e cioè non l’Italia qual è ma quella che non
si contenta di essere ciò che è, siano considerati disfattisti: come fa
il nostro premier Berlusconi, al quale l’Italia va bene com’è (salvo giudici,
giornalisti e parlamento), un’Italia, per dirla con Montanelli, che «continui
ad avere fiducia cieca e fanciullesca nell’abito delle feste e a credere che
per essere puliti basti lavarsi il viso e le parti che si vedono». L’amore
critico, invece, sa che «una sudicia verità può essere riscattata solo da una
onesta denunzia». S’intende, questa è una consapevolezza di minoranza. In
maggioranza, «gli italiani preferiscono il ladro al giornalista che riferisce
il furto» (lei pensi: scriveva queste cose nel 1950, quarantadue anni prima
dell’effimero applauso e del rapido ripudio di Mani Pulite).
Ma, lei dice, i
giovani. Ai giovani bisogna sempre dare fiducia ed esempi, non perché vada di
moda dirlo, oppure per non sembrare passatisti: ma perché anche noi
quand’eravamo giovani, circondati da una società non meno anarco-conformista
di quella d’oggi, siamo cresciuti nell’amore critico del nostro paese e non nei
dogmatismi, solo grazie agli esempi degli Spender e dei Montanelli; e, come
oggi lei coglie, dei Napolitano. Essi insegnano a discutere la patria,
piuttosto che a crederle senza discuterla. E a difendere il modello sociale
mettendolo in gioco.
E così, forse, limitandone i misfatti.
 

FEDERICO ORLANDO RISPONDE

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