«House of Cards? Il lato oscuro della politica». Intervista a Michael Dobbs

Europa
Ironico, cordiale enigmatico: è l'inventore della grande serie tv, la più celebrata del momento, che sbarca stasera su Sky Atlantic

Michael Dobbs è bigger than life. Sul suo sito (michaeldobbs.com) sostiene di non aver mai avuto un vero lavoro. Con tocco ironico, descrive così l’essere stato consigliere di Margaret Thatcher. Classe 1948, sopravvisse all’attacco dell’Ira di Brighton nel 1984, ma non alla furia della Lady di Ferro, che lo cacciò successivamente causa divergenze. Depresso e arrabbiato, si diede nel 1989 con successo alla scrittura grazie al romanzo House of Cards (adesso edito anche in Italia da Fazi). Ha però continuato la sua attività politica, è infatti membro della Camera dei Lords.

Intervistandolo, si ha la sensazione che stia raccontando solo una parte minima del suo vissuto e del suo pensiero. Insomma, la mente che ha dato il via alla serie più celebrata del momento (in onda su Sky Atlantic da stasera nella versione Usa, ma anche quella Bbc è molto dirompente per essere del 1990; la trovate su youtube), è ironica, cordiale, enigmatica.

Chi è Frank Underwood (versione Usa)/Francis Urquhart (versione Bbc)?
Cercherò di spiegare in modo educato l’origine del personaggio. Nel libro si chiama Francis Urquhart e anche nella serie Bbc si chiama così, ma agli americani non suonava bene Urquhart, così è diventato Frank o Francis Underwood. Ma alla radice di entrambi i cognomi c’è il suono “F.U.” E in Inglese “F.U.” è un qualcosa di davvero sgarbato, scortese: sono le iniziali di fuck you. Così “F.U.” è diventato non solo il suo nome, ma anche la sua vera natura. E chiunque sappia cosa voglia davvero dire “F.U.” capisce con che personaggio ha a che fare.

Ha scritto prima trama o personaggio? 
Nel romanzo sono partito dal personaggio. “F.U.” è arrivato per primo. Ero seduto a pensare accanto alla piscina, con una bottiglia di vino nell’isola di Gozo (mi ero esiliato lì dopo la cacciata della Thatcher). Ho finito la bottiglia di vino e tutto quello che avevo scritto sul mio taccuino era “F.U.” , questa sarebbe stata la natura del concept. Ho iniziato dal personaggio, mentre la trama è arrivata dopo. Certamente doveva permettergli di essere il tipo “F.U.” che avevo in mente. Sarebbe sempre stato perfido, oscuro, non sarebbe mai stato un tipo piacevole.

Ha parlato di “F.U.”, ma conosce senz’altro anche la serie inglese “The Thick of It”: in quel caso lo spin doctor usa di continuo l’espressione NOMFUP, notmyfuckingproblem. Qui in Italia Filippo Sensi, ex vicedirettore di “Europa” ora al lavoro per Matteo Renzi, usa su Twitter quel soprannome. Potremmo dire che “fucking” è il comun denominatore della politica? Cos’è la politica?

(Dobbs sorrideHouse of Cards non è un manuale d’istruzioni e neanche un documentario. È un racconto del lato oscuro, la politica ha sempre un lato oscuro perché ha a che fare con il potere. Il potere è un qualcosa per cui si lotta sempre. Ci sono politici con ottime intenzioni che cercano di migliorare il mondo per noi. Possono farlo senza sporcarsi le mani? Quando si è lì si deve essere anche un po’ perfidi, perché si deve lottare. È come la più sporca strategia mai vista in una gara sportiva. Lo si fa perché se non si arriva ai vertici del potere si otterrà il nulla di fatto. Tutti i grandi ideali, tutti i grandi principi non serviranno a nulla, perché saranno come una cattedrale nel deserto. E nessuno potrà ascoltarli.

Avete visto serie tv come “Borgen”, “Boss” o “Scandal”? Cosa ne pensate?
Ha citato Borgen, c’è anche The West Wing, serie con personaggi pieni di buone intenzioni…

Sorkin (autore di West Wing) è forse troppo idealista e voi troppo pessimista?

Ma no, non sono per nulla pessimista, sono un ottimista convinto! Anzi, sono un realista. Un ottimista cinico.

Borgen e The West Wing sono molto diverse da House of cards…
Sì, sono due political drama molto ben fatti, molto diversi da House of Cards. Sono stati concepiti in situazioni diverse, periodi diversi. Sono costruiti attorno a persone perbene. E molti politici sono persone perbene. Ma House of Cards è un The West Wing per lupi mannari. Perché guardo al lato oscuro di queste persone perbene, e lo estremizzo a volte. Getto una nuova luce sulla natura della politica. Non è la storia di tutta la politica ma è una parte molto importante di essa. Puoi andare indietro nel tempo di migliaia di anni e puoi sempre trovare quel mix di idealismo e cupidigia, ambizione e perfidia.

Ha scritto anche lo script “The Turning Point” per uno show teatrale televisivo. Di cosa parla?
È basato su fatti storici. Ho fatto un po’ di ricerche e ho scoperto che in un giorno molto importante, l’1 di Ottobre 1938 – era il giorno dopo il trattato di Monaco – Winston Churchill ha passato l’intera giornata da solo con Guy Burgess. Dieci anni dopo Winston Churchill era il più importante inglese vivente. Guy Burgess era invece diventato il traditore dell’Inghilterra numero uno, una spia di Stalin.
Ecco questi due uomini, con due completamente diversi passati, due età lontane, Burgess era sulla ventina, Churchill era sulla sessantina. Eccoli entrambi disperati e desolati: il trattato di Monaco era la fine del mondo per come la vedevano loro. Quello che ho voluto raccontare è che la linea che separa grandezza e tradimento è molto sottile. Erano entrambi lì, due uomini soli e isolati, a cercare di affrontare la Storia. Per me questa era una vicenda davvero appassionante, qualcosa che molti storici non sapevano nemmeno fosse accaduto. Per me cattura non solo il momento, ma i due uomini in sé.

Pensa che la politica reale ormai sia come un romanzo, come un political drama? La TV e i social media hanno cambiato la politica?
Di sicuro è cambiato il modo in cui si devono comportare i politici. Se tu guardi le due versioni di House of Cards, quella fatta dalla Bbc e quella fatta da Netflix con Kevin Spacey, sono due epoche diverse. Vedi che nella serie Bbc i computer erano ancora nella fase infantile, i cellulari non erano ancora diffusi, non potevano ancora inviare messaggi o connettersi a Internet e agli aggiornamenti news 24 ore su 24. Tutto questo e i social media hanno cambiato enormemente il modo in cui i politici comunicano.

Cambia la velocità con cui devono reagire. Ci sono più notizie e i politici sono più impegnati, devono rispondere a tutto. Quello che credo sia sparito è il tempo e la possibilità di valutare le situazioni da un punto di vista più lontano, di fare un passo indietro per vedere la cosa nel suo insieme. Noi conosciamo meglio i politici e i politici conoscono meglio noi. E non c’è possibilità di prendersi il tempo per valutare la cosa, tutto è all’istante, momentaneo. Se pensi a quello che è successo 24 ore fa, è un lungo lasso di tempo in politica.

Cosa implica lo storytelling in politica? Alcuni lo vedono negativamente, pensano che sia un modo per il politico di occultare la verità. In realtà, per altri, è l’abilità di un politico di raccontare la propria visione del Paese nel futuro. Ci sono differenze o similarità tra il modo in cui un politico costruisce il suo storytelling e il modo in cui un romanziere racconta la sua storia?

Dal punto di vista di uno scrittore, una grande storia significa grandi personaggi, mentre i politici non vedono il loro lavoro in termini di personaggi. E fanno un errore in questo, perché alla fine, la politica è guidata da persone. E per capire la politica, per capire cosa sta accadendo in politica, occorre capire le persone dietro la politica, e per capire chi sono davvero devi conoscere il loro privato, chi sono come persone, non solo come politici. Credo che i due processi siano diversi, penso che i politici dovrebbero passare più tempo a pensare, come fanno gli scrittori.

Sarebbero più aggiornati, avrebbero una visione più completa di come funziona il mondo. Penso sia una questione storica. Tutti i grandi politici, uomini e donne, non sono sempre persone simpatiche, sono persone di fretta, superimpegnate a cambiare le cose, a romperle per poi ripararle e riassestarle, a sconfiggere e sbaragliare altre persone. Tutti i grandi politici che conosco e con cui ho lavorato hanno sconfitto altre persone. E questo è parte del loro lavoro. Troppi politici moderni vanno in giro a chiedere alla gente cosa vuole. Per me non è il miglior modo di fare politica, perché non si deve cambiare la propria visione, quello che politici vogliono realizzare.

Come è stato lavorare con Margaret Thatcher? Cosa ne pensa dei film e delle opere teatrali che la portano in scena?

Margaret Thatcher è stata una delle personalità più grandi, anche se non era una delle più facili con cui avere a che fare. Ho lavorato accanto a lei per molti anni. Non posso dire di essermi mai sentito rilassato accanto a lei. Non aveva altri interessi al di fuori della politica. Ma questa è la caratteristica delle persone eccezionali: sono assolutamente motivate, ossessionate. Se si fosse seduta per parlare di quello che aveva appena visto in Tv, o di un romanzo, o di calcio o di giardinaggio, non avrebbe fatto quello che ha fatto. Era una persona difficile, eccezionale ma difficile. Abbiamo rotto i rapporti, ma mi ha permesso di essere il suo braccio destro in un momento storico molto importante. Ha cambiato il paese. La Gran Bretagna che ci ha lasciato in eredità ha i suoi problemi, non è stata una politica perfetta, ma il paese che ha lasciato è diverso da quello che aveva trovato, decisamente migliore. In Tv o al cinema, tutti cercano di catturarne l’essenza, ci è riuscita Meryl Streep in The Iron Lady. Ha un’enigmatica capacità di rendere non solo la forza ma anche le debolezze di Margaret Thatcher. Chiunque abbia visto The Iron Lady resta con l’impressione che lei fosse una persona straordinaria e potente, ma anche che sic transit gloria mundi: alla fine vediamo questa grandissima donna in giro mentre fatica a comprare il latte. È molto triste, ma è un’importante lezione.

Chissà cosa ne pensa F.U. di questa lezione…

@stefaniacarini

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