Il 18 brumaio del Cavaliere

Europa
FEDERICO ORLANDO Che l’idea del piccolo premier di fare da solo la grande riforma della Costituzione sia “il peggiore degli errori”, lo supponevamo prima ancora di leggerlo sul Corriere della sera, che di solito evita toni men che zuccherosi quando affronta le mattane del cavaliere.Lo sanno anche i dirigenti del Pd, che tornano dolorosamente dirigenti […]

FEDERICO ORLANDO Che l’idea del piccolo premier di fare da solo la grande
riforma della Costituzione sia “il peggiore degli errori”, lo supponevamo prima
ancora di leggerlo sul Corriere della sera, che di solito evita toni men che
zuccherosi quando affronta le mattane del cavaliere.
Lo sanno anche i dirigenti
del Pd, che tornano dolorosamente dirigenti dei due partiti
d’origine, quando vanno allo sciopero di oggi (i ds) o non ci vanno (i
margheriti): ma almeno in questo sono uniti, nel pretendere, come
chiedono Napolitano e Fini, una discussione dialogante sulla
riforma.
Salvo ritornare a dividersi se il tavolo debba essere una
commissione bicamerale (come da sterile tradizione) o di normale
revisione, secondo le regole che la Costituzione stessa prevede per la
propria riforma e di cui tutti abbiamo usato e abusato nelle passate
legislature.
Ma altrettanto bene sappiamo che è l’idea berlusconiana
della riforma ad essere inaccettabile.
Sia per la forma accentratrice
di governo – già scritta nella precedente legislatura di destra e bocciata
dagli italiani nel referendum confermativo; sia per la
riforma dell’ordinamento giudiziario, le cui esigenze (reali) di
cambiamento sono state oscurate – scrive il presidente emerito della corte
costituzionale Valerio Onida – e lo sono tuttora, «dal manifestarsi, anche
in un clima di rivalsa verso procedimenti giudiziari che hanno
coinvolto esponenti politici, di propositi d’indebolimento dei poteri dei
magistrati e di restrizione dell’autonomia della magistratura ». È vero,
amici del Pd, che queste cose le sappiamo tutti, da sempre, anche senza
leggerle nei recentissimi libri di Onida? Più che alla riforma della
Costituzione, Berlusconi pensa a un 18 brumaio (9 novembre 1799)
sostanziale contro «questi signori», cioè l’opposizione parlamentare, con
la quale non si siederà mai a trattare. Infatti Berlusconi (sono parole di
Franceschini, non di Di Pietro) «è l’unico capo di governo al mondo che
non accetta nemmeno psicologicamente l’idea che esista un’opposizione:
passa le giornate a insultarla». Il 18 brumaio (9 novembre 1799) Napoleone
assumeva «la pienezza del potere dittatoriale», invece Berlusconi assume
per ora i quotidiani primi piani televisivi che mandano in sbrodolo un
paese sempre più diviso fra nuovi poveri e blocco sociale degli
arricchiti.
I poteri autoritari al cavaliere verranno dopo, quando, fatto
polpette della magistratura, sarà aperta la strada non alla giustizia
efficiente che tutti sogniamo, non al codice penale che mandi in
affidamento chi ruba tre mele e in galera chi fa una rapina o una truffa
finanziaria (oggi è esattamente il contrario, parola del
segretario dell’Anm Cascini); ma sarà aperta a un regime autoritario,
finalmente liberatosi dall’incubo di un pubblico ministero che possa
esercitare l’azione penale senza il consenso del governo. Che sarebbe, in
qualche caso, del governo inquisito.
«Ci sono voluti secoli (Augusto
Barbera, che con altri ex ds parla di «piena legittimità del progetto di
Berlusconi», ricorda quel che ha scritto insieme a Giuliano Amato nel suo
classico Trattato di diritto pubblico, pagina 741, edizione 1984?) perché
il pubblico ministero si affrancasse dalla dipendenza dall’esecutivo ».
Ora il «pienamente legittimo» progetto di Berlusconi è quello di
ricondurvelo.
Certo, so anch’io che l’autoriforma a maggioranza è prevista
dalla Costituzione stessa e che spetta al popolo dire infine sì o
no.
Ma una cosa è ricorrere all’autoriforma per separare il Molise
dall’Abruzzo, un’altra per spaccare in due il Csm dopo aver separato le
carriere. E so anche che la circonvenzione di Casini e magari di qualche
fuggiasco dal Pd potrebbero consentire al cavaliere di tentare in
parlamento quel quorum che metterebbe al sicuro il suo «progetto
legittimo», con tanti saluti al popolo sovrano. Qui, con i
tanti cacaminuzzoli del Pd (l’espressione è di Edmondo Berselli e non
intendiamo togliergli il copyright), con i Pionati e i Villari, con la
disponibilità dei miei amici radicali a votare almeno una buona
legnata alla magistratura, è proprio imprevedibile una riforma della
Costituzione che eluda le forche caudine del popolo, sotto le quali
naufragò il precedente tentativo? Il dialogo con l’opposizione –
dalla quale ci si aspetta di conoscere i testi delle sue riforme, come
sollecita Pasquino, dalla giustizia all’università al bicameralismo al
federalismo fiscale, dal rapporto governo-parlamento al rapporto
statoautonomie – servirebbe a questo, naturalmente: a definire, per
esempio, i limiti dell’obbligatorietà dell’azione penale: perché non
vogliamo che essa rimanga nell’anarchia di oggi, ma nemmeno che
sia ridotta a paravento per continuare, con altra forma, a colpire i ladri
di mele e lasciare in pace i ladri di potere economico,finanziario e
politico. Il dialogo- confronto, pubblico come uno spettacolo sportivo,
servirebbe anche ad altre cose, non istituzionali ma politiche: il nostro
incubo si chiama riforma dell’articolo 111, il cosiddetto “giusto
processo”, che proprio noi dell’Ulivo, nella nostra legislatura di
governo, contribuimmo a modificare con la legge costituzionale 23 novembre
1999 n.2 e lo facemmo più con l’occhiolino al programma scritto da
Previti che non con l’occhio al programma di Prodi. Anche quello in nome
del dialogo, si capisce.
Un dialogo nel quale, chissà perché, ci si
trovi in maggioranza o in minoranza, siamo sempre perdenti. Ma,
naturalmente, come dicono i vertici istituzionali e come noi del Pd
auspichiamo, il dialogo bisogna farlo, non solo perché esso è l’antitesi
democratica al non dialogo bonapartista di Berlusconi; ma
soprattutto perché la Costituzione, dopo l’avvento del maggioritario
presidenzialista di fatto e la privatizzazione della rappresentanza col
golpe che attribuisce ai segretari dei partiti la scelta dei parlamentari
privando i cittadini del potere di eleggerli, la Costituzione rimane
l’unica garanzia per tutti, non essendolo più il parlamento.
E il rischio
futuro è che non lo sia più neanche la giustizia, compresa quella
costituzionale.
E il rischio finale è che non lo sia nemmeno il capo dello
stato, che già nel precedente progetto riformista del centrodestra era stato
privato di poteri a favore del superpremier o primo console che dir si voglia.
Cose che i cacaminuzzoli dovrebbero ricordare benissimo. FEDERICO ORLANDO

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