Il futuro di M5S? Tra il 15 e il 20 per cento

Europa
In molti in questi giorni si chiedono se finirà presto la giovane epopea del movimento fondato da Beppe Grillo. Ecco come si orienteranno i 4-5 tipi dei suoi elettori

Finirà entro breve tempo la giovane epopea del Movimento 5 Stelle? Se lo stanno chiedendo in molti, in questi giorni, non ultimo il mio editore che si dimostra titubante nel lanciare un nuovo saggio sulla forza politica fondata da Beppe Grillo, temendo un flop delle vendite.

Potrebbe essere un novello Icaro, che si brucia le ali, dopo un’ascesa repentina, avvicinandosi troppo al sole del parlamento, troppo vicino ai centri del potere da venirne bruciato in breve tempo. Ma potrebbe accadere anche il contrario, come suo padre Dedalo, che proprio dalla prossimità con il sole riesce a comprendere quali contro-misure adottare, come calibrare meglio il rapporto con la politica romana.

Certo le conseguenze del boom di solo un anno e mezzo fa (già, tendiamo a dimenticare la giovinezza di questo movimento…) erano ampiamente prevedibili. Parlamentari che in maggioranza non si conoscevano neppure, che non avevano una linea comune, al di là della volontà di aprire la camera o il senato come una scatoletta, avevano bisogno di un po’ di tempo per capire cosa fare e come farlo. Elettori che avevano scelto Grillo alle politiche, e poi alle europee, con motivazioni a volte diametralmente opposte, avevano bisogno di lasciare sedimentare la propria scelta di voto, per permettere un radicamento più duraturo del loro comportamento elettorale.

Per comprendere se ciò che sta accadendo nel movimento sia soltanto una crisi di crescita, con conseguenze anche positive nel medio periodo, oppure i prodromi del fallimento di un’idea troppo utopica per incarnarsi un qualcosa di stabile, occorre comprendere prima di tutto la reazione proprio dei cittadini che l’hanno votato, di fronte agli avvenimenti di questi giorni.

Come è ormai abbastanza noto, gli elettori del M5s non sono tutti uguali: ne esistono almeno 4-5 tipi, ed il modo in cui ognuno di questi tipi ha reagito di fronte ai sommovimenti interni ci può suggerire quali siano gli estremi per valutare la sopravvivenza della formazione politica.

Prima di tutto, quelli che avevo chiamato i “menopeggio”, coloro cioè che vedevano nel M5s lo strumento per dare un colpo definitivo alla casta: per loro la scelta per Grillo era stata abbastanza episodica, legata alla suggestione del momento, tanto che solo in parte si sono ripresentati alle urne per le europee (contro l’Europa dei poteri forti) e quasi nessuno nelle altre consultazioni amministrative.

La loro adesione elettorale, in questo periodo, è fortemente a rischio; l’idea di un M5s più inserito nel dibattito parlamentare li porta a considerarlo sempre più un partito come gli altri, e l’eventuale rinuncia di Grillo, a favore del cosiddetto direttorio, li vedrebbe allontanarsi definitivamente dalla partecipazione politica, se non per approdare magari alla scelta leghista. Valevano almeno il 7-8%, che non sarà facilmente recuperato.

Un secondo tipo, i “razionali”, sono un po’ titubanti: avevano scelto il M5s nella speranza che riuscisse a cambiare le regole della politica, con più trasparenza, più onestà, meno compromessi, e meno schieramenti prestabiliti. Attendono gli sviluppi di questa recente svolta, perché sperano ancora nel ruolo di volano del movimento. In parte hanno visto nel primo Renzi un possibile succedaneo nello stesso ruolo, ma oggi non lo seguono più, e sono ancora inclini a considerare la scelta del M5s se davvero matura le sue capacità di rottura. Valgono un altro 7-8%, e potrebbero essere recuperati.

Gli ultimi due tipi, i “militanti” e i “guachisti”, sono quelli di più antica data, ed entrano oggi a pieno titolo nel dibattito interno: sono grati a Grillo per averli portati così in alto ma, nello stesso tempo, ne temono in parte il dirigismo; sanno che senza di lui non avrebbero avuto la visibilità che hanno oggi, ma vorrebbero un cambiamento nelle forme di interazione e nella guida del movimento stesso, che vorrebbero più orizzontale e meno verticistico. Sono lo zoccolo duro del M5s, che votano in tutte le occasioni, anche nelle amministrative, e valgono il 10%. Probabilmente resteranno vicini al movimento, perché non esistono per loro alternative credibili, se però ci saranno maggiori garanzie di limpidezza e di partecipazione comune alle scelte.

Dunque, è altamente probabile che il M5s sopravviva a questa fase di tribolazione interna, e potrebbe assestarsi, nel prossimo futuro, in una dimensione elettorale compresa tra il 15 ed il 20%, a patto che ci sia un chiarimento positivo tra i vertici del modo di intervenire nella politica. Per questa fetta di elettorato rimane un’esperienza importante, innovativa, che non deve disperdersi nel vento. Il suo ruolo rimarrà quello di pungolo, di sentinelle per una politica diversa. Ma non riusciranno mai, probabilmente, a superare quella soglia. Non è nelle loro corde.

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