Il premier in salita (aspettando il Quirinale)

Europa
Nella conferenza stampa di fine anno il premier è ancora il coach ottimista, ma le difficoltà del paese sono innumerevoli e l’elezione del nuovo presidente della repubblica diventa in questo contesto un passaggio essenziale

La superficie della conferenza stampa di fine anno è proprio come ce la si aspetta da Matteo Renzi: scintillante, smaliziata, positiva, brillante, pop: «Mi sento come Al Pacino in Ogni maledetta domenica, il coach che ha il compito di dire ai suoi che ce la possono fare. E io sono convinto che l’Italia ce la può fare». E poi: «Addio paura. Nel 2015 l’Italia correrà». E ancora: «La parola del 2015 è “ritmo”: dare il senso del cambiamento, per far sì che l’Italia torni a riprendere il suo ruolo nel mondo». E infine, lapidario e autocentrato: «Nessun alibi, se non ce la facciamo è colpa mia. Meglio essere giudicati arroganti che disertori. Qua la sfida è cambiare l’Italia».

Tutto vero, tutto giusto, tutto opportuno: se la parte di Renzi nel comedy drama della politica italiana è quella del coach ottimista, così deve essere fino all’ultima puntata. È importante sottolinearlo proprio perché non si tratta di una novità: il nemico peggiore di Renzi – il più insidioso, il più sornione – è la disillusa pigrizia degli italiani, il nostro cinismo un tanto al chilo, la deriva dell’autocommiserazione pronta ad accendersi in rabbia, il qualunquismo, la cronica mancanza di senso di responsabilità. Pensare che non cambierà niente è una classica profezia che si autoavvera: è la sabbia che blocca il motore prima ancora che la scintilla dell’accensione l’abbia sfiorato.

Contro tutta questa sabbia morale Renzi ha sempre combattuto fin dal primo giorno, scegliendo nella battaglia politica e nell’azione legislativa obiettivi che rendessero chiari a tutti il senso e la direzione del rinnovamento, l’intenzione di non fare sconti a nessuno, la volontà di scrollarsi di dosso i lacci e lacciuoli che paralizzano il paese.

Ma Gulliver, per la prima volta, sembra patire le corde dei lillipuziani. Per la prima volta l’ottimismo sembra un pochino consumato, e leggermente incrinato. Non è mutata la volontà e neppure la forza del premier, ma è cambiata l’aria in cui risuonano le sue parole: e qualcuna cade inghiottita dalla sabbia, altre si perdono oltre l’orizzonte, mentre lo sguardo degli ascoltatori vaga inquieto altrove.

Il punto di svolta nell’umore dell’opinione pubblica è la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024. Concepita da Renzi come occasione per un rilancio dell’orgoglio nazionale all’indomani dell’esplosione atomica di Mafia Capitale, la candidatura olimpica è stata invece generalmente accolta con un misto di ostilità, sufficienza e disinteresse. Hanno vinto i gufi, ed è la prima volta che accade nell’opinione pubblica: organizzare le Olimpiadi – questo il messaggio che è passato – equivale a rubare denaro pubblico in cambio di opere incompiute, malfatte e in ogni caso destinate ad un rapido degrado.

L’eco di quella sconfitta (mediatica, cioè politica) si è sentita ieri alla conferenza stampa di fine anno, alterandone il tono e la tonalità della percezione. È come se di Renzi ci si fidasse ancora (e non soltanto, come sostengono i suoi avversari, perché senza alternative), ma con una diversa, e forse più realistica consapevolezza: le difficoltà sono innumerevoli, e il paese rischia davvero di finire schiacciato fra crisi economica e corruzione, fra virtù europea e malaffare nostrano.

L’elezione del nuovo presidente della repubblica diventa in questo contesto un passaggio essenziale: non soltanto per le ovvie conseguenze politiche, ma anche per scuotere il clima limaccioso del paese. Renzi ne è consapevole, e per questo fa di tutto per depistare alleati e avversari, spie e interlocutori. Deve trovare una personalità gradita non soltanto al parlamento, ma anche e soprattutto all’opinione pubblica: per prestigio, per indipendenza, e per la capacità di trasmettere il senso di un cambiamento reale. L’impresa non è facile, ma è decisiva.

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