Il primo question time di Renzi formato fast (a sorpresa, non sfora i tempi)

Europa
Da Meloni a Brunetta alla Lega, il premier a braccio polemizza con tutti. Per lui era la prima volta di questo appuntamento parlamentare

 

Stavolta è andato lui a rispondere al question time. Era dovuto. Non l’aveva mai fatto, Renzi, incappando nella stessa “maleducazione istituzionale” che ha contraddistinto per anni Silvio Berlusconi, che a questo particolare appuntamento parlamentare non andava mai. Dunque, alle 15 il presidente del consiglio si è presentato puntuale al banco del governo sotto gli occhi di Laura Boldrini pe rispondere alle interrogazioni di tutti i gruppi.

Com’è andato, Renzi? Considerando che i tempi del question time sono rigidamente regolamentati, sia per l’interrogante che per il governo, c’era da temere che il presidente del consiglio, abituato a parlare a braccio, tendesse a “sforare” il tempo. Per lo più, infatti, chi interviene al question time legge un testo, proprio per rispettare i cinque minuti.

Oggi Renzi, pur parlando a braccio, è riuscito a stare nei tempi fissati. Insolitamente sintetico, ha avuto però il tono di sempre: acceso, specie in alcuni passaggi. Come si è visto nel “duello” finale con un’aggressiva Giorgia Meloni a proposito dell’immigrazione: «Perché su questo tema non avete fatto niente?», incalzava la leader di FdI. E lui le rinfacciava la firma dei regolamenti di Dublino siglati proprio dai governi di centrodestra («lei sedeva in quel governo»), al che ovviamente lei replicava strillando ancora di più.

Prima era toccato a un altro “tosto”, Renato Brunetta, sull’economia e l’Europa, incrociare le lame col premier. Il quale ha usato la stessa tecnica: «Segnalo che la situazione in cui ci troviamo con la Commissione europea risale al 2008: fu scelta dal governo di cui Brunetta faceva parte». E al capogruppo di Fi che bollava il piano Juncker come «una presa in giro» il premier ha replicato: «Noi non pensiamo il che piano Juncker possa essere etichettato così. Pensiamo sia un primo segno di cambio di direzione: ancora non sufficiente, timido, ma un primo passo».

Polemico anche con Sel, Renzi poi se l’è presa soprattutto con la Lega (siamo destinati a vivere il duello fra i due Matteo come scena portante del prossimo futuro politico?): «Mai come in questo momento è chiaro che c’è chi punta sulla rabbia, su messaggi di terrore verso il futuro, e chi invece cerca di rappresentare la realtà e di lavorare per risolvere i problemi – ha detto rispondendo al leghista Fedriga –, siamo pronti a parlare di tutto ma senza fare terrorismo mediatico e paura che si ritorce contro chi la fa”.

Siccome l’interrogazione verteva sulla riforma delle pensioni di Elsa Fornero, anche in questo caso Renzi ha usato la medesima tecnica polemica adoperata contro Meloni e Brunetta, ricordando che il primo ad aumentare l’età pensionabile è stato l’allora ministro del Lavoro, Roberto Maroni, leader leghista: “Se persino io posso capire l’importante nesso che esiste tra l’innalzamento dell’età pensionabile e la disoccupazione, lei potrà ricordare che fu il ministro Maroni ad innalzare l’età pensionabile».

Insomma, un Renzi formato-fast che forse ha risollevato l’interesse per un momento parlamentare – il question time – negli ultimi anni caduto un po’ nel dimenticatoio. Lo faccia ancora.

 

 

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