Il senso di Renzi per la Festa

Europa
Si torna al brand originario, a cui il popolo dem resta maggioritariamente affezionato e che rimane garanzia di successo e fedeltà

Fine di agosto, tempo di feste (politiche). Come quella dell’Unità nazionale, la kermesse del Pd che si apre oggi nella piazzaforte di Bologna, nei giorni di massima forza e consenso elettorali, e all’insegna di qualche polemica, nonché, soprattutto, di quelli che potremmo classificare come autentici paradossi postmoderni.

Vale a dire, in un’epoca che si connota come postideologica, lo scontro “identitario” (e da culture politiche “primo-repubblicane”) sulla dedica del festival ad Alcide De Gasperi, statista ovviamente imprescindibile, ma, a conti fatti, esponente di un mondo distante anni luce da quello che viviamo (tanto da essere stato deputato al parlamento dell’impero austroungarico…). O no?

E, dato che le cose sono (prevalentemente) i loro nomi, come si sa, l’altro elemento che può turbare un po’ è la titolazione della festa a un giornale, dotato di storia lunga e gloriosa, che da qualche settimana, però, non c’è più.

Ora, da ben prima che si consumasse l’evento infausto della chiusura de l’Unità – perché, checché ne dicano certi, il venire a mancare di ogni fonte di informazione costituisce un evidente impoverimento del panorama culturale e degli strumenti formativi della sfera pubblica – in alcune città il Pd aveva rietichettato il proprio appuntamento festivaliero, dando vita alla “festa democratica”, oppure ispirandosi al genius loci per proporre un momento di incontro che si rivolgesse (almeno potenzialmente) alla comunità locale nel suo complesso (un esempio per tutti: la Festareggio dell’omonimo capoluogo emiliano).

In ogni caso, come esiste il senso di Smilla per la neve, c’è pure quello del segretario-premier Matteo Renzi per il nazionalpopolare e allora, voilà, si torna al brand originario, a cui il popolo dem resta maggioritariamente affezionato, e che rimane garanzia di successo e fedeltà. È nello stile renziano (e nella sua narrazione fatta di strappi e accelerazioni) agire così, non c’è bisogno di ribadirlo, ma in questo caso il suo marcato fiuto per la politica pop (dove “pop” sta nel senso più filologico dell’espressione, ovvero per “popolare”) ci dice che il rebranding, nella fattispecie, andava fatto col ritorno alle radici.

Solide, solidissime, tra gastronomia, volontari, dibattiti (sì, er dibattito, sì…, anche se in percentuale minore che nel passato), stand merceologici e tentativi di aggiornamento al cangiante presente (seppure, a volte, piuttosto discutibili); insomma, Falce e tortello per ricorrere all’immagine del libro (edito da Laterza) della storica Anna Tonelli.

D’altronde, la festa popolare (e, dunque, anche la kermesse politica di sinistra) ha basamenti profondi e origini lontanissime, che si perdono nel tempo, come raccontano gli antropologi. Se quella aristocratica era continua e incessante (per quel ceto l’esistenza coincideva con la festa giornaliera, potendo anche essere dispiegata con obiettivi politici e di stupefazione-controllo sociale, come nel Rinascimento, secondo una logica top-down), per le classi più umili coincideva, giustamente, con un rovesciamento dell’ordine esistente e dello status quo, dai tratti simbolicamente sovversivi.

Uno “sfogo” e una parentesi ben delimitati e circoscritti nel tempo, che si rifugiavano solitamente nel motivo del carnevalesco, descritto in modo impareggiabile dal teorico della letteratura Michail Bachtin, nel cui ambito veniva operato il ribaltamento del regime di valori dominante; e, per certi versi, anche l’attività “festivaiola” della sinistra romantica della Comune di Parigi potrebbe essere ascritta a questa chiave ermeneutica.

Nel Settecento, come ha evidenziato nei suoi studi sulla “festa rivoluzionaria” la storica Mona Ozouf, i nuovi paradigmi dell’illuminismo, della razionalità economica e dell’utilitarismo mettono nel mirino e inducono a ridurre le festività, considerate occasioni di sperpero, sregolatezza e indisciplina, e di “eterno ritorno” della celebrazione del sacro. Ma c’è chi non ci sta tra le file degli stessi philosophes: naturalmente, si tratta di Rousseau, il quale, da costruttivista esemplare, ritiene le feste opportunità e veicoli per rinsaldare il legame sociale, e ne delinea una visione pedagogica (di cui la kermesse politica rappresenta manifestazione eminente).

Di qui, la reinvenzione delle feste (in maniera secolarizzata) sotto la Rivoluzione francese, in ossequio alla creazione di una religione civile, giù giù per li rami fino al Primo maggio del movimento operaio e sindacale. Mutatis mutandis, la medesima finalità che il Partito comunista italiano, un bel po’ di tempo dopo, si porrà con le feste de l’Unità, almeno fino agli anni Ottanta che hanno cambiato il mondo e il paese (e, per questo, giustappunto, non finiscono mai), allorquando tra le “cucine del popolo” entrerà alla grande la dimensione del consumo, mentre gli appuntamenti accentueranno la loro rinnovata vocazione di medium di comunicazione politica.

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