Jimi Hendrix, un inno all’America

Europa
A quarant'anni dalla morte un mistero musicale mai svelato

Jimi Hendrix è morto quarant’anni fa e siamo ancora lontani dall’aver assimilato la portata rivoluzionaria della sua arte. Non finisce di sgomentare la fioritura prodigiosa dei suoi ultimi tre anni, una musica che non sembrava nemmeno possibile esistesse, così come rimane aperto l’enorme dubbio sulla direzione che quella musica avrebbe potuto prendere. Sarebbe rientrata nei ranghi di un rock-blues più commestibile, come accadde gradualmente all’Eric Clapton degli anni settanta, o sarebbe decollata verso fusioni di stili ancora più alte?
Poco prima della morte di Hendrix, pare che Miles Davis, da poco passato al jazz-rock e all’amplificazione elettrica, avesse intenzione di incidere con lui. Poteva essere un incontro impossibile o la consacrazione assoluta, non lo sapremo mai. Ma di quello che ci è rimasto stupisce ancora oggi la libertà inaudita che Hendrix riusciva a prendersi con lo studio di registrazione, trattandolo a tutti gli effetti come un macro-strumento. Per quanto inarrivabili fossero le sue esecuzioni dal vivo, è forse nella concezione multidimensionale del suono in studio che Hendrix ha lasciato il segno più profondo nella storia della musica, e non solo in quella rock.
Ma se si volesse individuare in una sola performance, in un solo gesto sonoro qual è l’icona hendrixiana che campeggia su tutti gli altari, bisognerebbe isolare la sua esecuzione di Star-Spangled Banner, l’inno nazionale americano, al festival di Woodstock il 18 agosto del 1969. Un mistero musicale, culturale, storico, che non è mai stato pienamente interpretato. Ci volle molto tempo prima che l’unicità di quell’esecuzione venisse riconosciuta. Hendrix era il nome di chiusura del concerto, e per via dei ritardi accumulati nei giorni precedenti si ridusse a suonare alle otto di mattina di lunedì invece che alla domenica sera, davanti a trentamila persone che per poterlo sentire avevano resistito fino alla fine, ma come un’armata allo stremo delle forze. Hendrix, peraltro, aveva portato a Woddstock un gruppo abborracciato, impreparato, e che aveva pensato bene di “stonarsi” per la maggior parte del tempo che avrebbe dovuto dedicare alle prove. I dischi, in particolare la versione semi-integrale del suo lunghissimo set, sono poi stati editati e migliorati, ma chi era presente si dovette subire tutte le stonature del tremendo Larry Lee alla chitarra ritmica. Al momento, insomma Hendrix non fece storia. I primi critici che scrivono di Woodstock, come Gillett e Marcus, o non ne parlano o sono piuttosto severi nel giudizio. Ci volle il film di Michael Wadleigh, con i primi piani sulle dita e la chitarra di Jimi, a far capire che in mezzo a quella performance a tratti inferiore ai suoi standard Jimi aveva lasciato cadere una perla scura, preziosissima e dalla provenienza inspiegabile. Occorsero poi parecchi anni perché la letteratura su Hendrix arrivasse a dire che la sua versione dell’inno «riduceva in macerie il sogno Americano» (Steve Sutherland nel 1989) e che Hendrix aveva dato al pubblico per lo più bianco di Woodstock il sapore più rivoluzionario che avrebbero mai assaggiato in vita sua (Harry Shapiro nel 1991).
Ma forse che noi in Italia non l’avevamo capito subito? Forse che non sapevamo con assoluta certezza che Hendrix aveva rivelato in tre minuti di musica l’orrore della guerra del Vietnam più di qualunque discorso, corteo e mozione d’ordine? Non sapevamo che con i suoi distorsori ci aveva fatto sentire il sibilo delle bombe che cadevano e le esplosioni nei villaggi della giungla come le avremmo viste anni dopo in Apocalypse Now, dove i marines ascoltano una versione hendrixiana di All Along the Watchtower che rivaleggia, quanto a massa sonora, con il Wagner della Cavalcata delle Valchirie?
Proprio perché non ci potevano essere dubbi, né per noi né per gli americani, qualche anno fa, quando alla mia università mi chiesero di partecipare a un seminario sui conflitti del ventesimo secolo con una lezione su “musica e guerra”, pensai di far vedere il videoclip di Hendrix che decostruiva l’America dal vivo. Non volevo far la predica a nessuno, tantomeno ai colleghi presenti, per cui mi limitai a chiedere agli studenti se pensavano che Hendrix, con i suoni da bombardamento che aveva estratto dalla chitarra, avesse voluto
alludere alla guerra del Vietnam, oppure se l’esecuzione andasse considerata come un puro esperimento musicale.
Pensavo di aver detto una banalità, e che la risposta fosse ovvia, ma mi accorsi che nessuno, nemmeno i miei colleghi, sembrava capire la domanda. Beh, sì, Hendrix aveva eseguito l’inno in modo un po’ strano, ma su che cosa c’entrasse il Vietnam non mi venne risposto proprio niente. Era come se avessi parlato una lingua sconosciuta, finché qualcuno menzionò che Hendrix era stato nell’esercito, infatti nell’inno aveva inserito alcune note di Taps (l’equivalente del nostro Silenzio). Forse aveva voluto rendere omaggio ai commilitoni, o al periodo che aveva passato sotto le armi. Ma che intendesse esprimere una critica dell’America massacrando l’inno nazionale, questo per loro non era nemmeno pensabile. L’inno era sacro, e le mie parole non li avevano nemmeno raggiunti.
Nel 1961 Hendrix era stato paracadutista, ma era entrato nell’esercito per evitare una condanna per guida di auto rubate. Come soldato era la pigrizia in persona e non sapeva sparare. Lo congedarono un anno dopo come un caso senza speranza. Del resto, se uno sa che deve diventare l’autore di Electric Ladyland, che gl’importa di far bella figura con un sergente istruttore? Hendrix non ricordava con piacere il servizio militare, non ne parlava o, se mai, raccontava oculate fandonie. L’unica cosa che ne ricavò fu l’amicizia con il commilitone Billy Cox, che sarebbe poi diventato un suo
bassista.
Ma almeno sarà stato contro la guerra nel Vietnam, no? Avrà visto il numero sproporzionato di giovani afroamericani mandati a morire in una guerra insensata, non era così? Beh, non proprio. Il revisionismo fa male, ma ecco quello che Hendrix disse in un’intervista inclusa nella biografia di Shapiro: «Forse che hanno mandato via gli americani quando sono sbarcati in Normandia? Gli americani combattono in Vietnam per un mondo completamente libero. Se se ne andassero, i vietnamiti sarebbero subito alla mercé dei comunisti. E poi non bisogna sottovalutare il pericolo giallo. Certo, la guerra è orribile, ma al momento è l’unica garanzia di pace».
Il pericolo giallo? Nemmeno Nixon parlava in quel modo. Dunque avevano ragione gli studenti e i miei colleghi a non capire dove diavolo volessi parare io, suggerendo che Hendrix avesse distorto l’inno americano per protestare contro la guerra? C’era poco da fare, dovevo ingoiare il rospo. Del resto un’opera d’arte non dipende dalle intenzioni dell’autore, se mai ci sono. Nemmeno All Along the Watchtower parla del Vietnam, ma in America nel 1968 era impossibile ascoltare il primo verso, «Ci dev’essere un modo per uscire di qui», senza pensare che ci doveva essere un modo per venir fuori da quella trappola infernale. E l’inno eseguito a Woodstock poteva essere letto in altri modi. Quello letterale, ad esempio. Hendrix mima in musica il fragore delle bombe dove, nelle parole dell’inno, si descrive una
battaglia, bagliore di razzi e bombe che esplodono in aria. «Ma il nostro vessillo sventolava ancora», aggiunge il testo, ed è lì che Hendrix introduce la citazione da Taps, vero e proprio saluto alla bandiera. Le bombe sono quelle di ogni guerra combattuta dall’America, dalla lotta per l’indipendenza del 1776 allo sbarco in Normandia. Fino al Vietnam, senza dare un giudizio. Che abbia torto o ragione, è sempre il mio paese. Right or wrong, my country.
Ma un’altra lettura è possible, e sta in una scena di Masked & Anonymous, il film del 2003 di Larry Charles con la partecipazione di Bob Dylan. Nel corso di un prolisso, insopportabile monologo di Jeff Bridges emerge un autentico gioiello, probabilmente scritto dallo stesso Dylan, dove l’esecuzione di Star-Spangled Banner si svela vox clamantis in deserto, domanda ineludibile su che cosa vuol dire essere
americano per chi, come Hendrix, veniva da due razze, nera e native, entrambe marginali e sacrificate: «Che grido è mai stato. Il grido di qualcuno che è stato abbandonato. Te lo dico io, l’urlo di quella chitarra era un disperato grido di libertà. Che cosa stava dicendo? Parlo dello Star-Spangled Banner. Di che si trattava? Della rivoluzione? Non credo. Tu sentivi le lacrime, le lacrime in ogni nota che suonava, e che dicevano amatemi, amatemi, non sono un traditore, sono un figlio di questa terra… Ha fatto il giro del mondo quel grido che diceva: Ehi voi! Sono un cittadino d’America. Stava chiamando i suoi antenati, i Pellegrini, i Pellegrini! Che non avevano avuto bisogno di nessun fetente passaporto, loro. Hendrix. L’ultimo uomo rimasto a combattere. Orgoglio e onore, no? Il resto non conta. Ma non l’hanno sentito. Un grido di dolore desolato. In una città senza misericordia».

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