Libertà religiosa, il pericolo dell’intolleranza strisciante

Europa
A Oslo un incontro tra parlamentari provenienti da ogni parte del mondo per confrontarsi su come la politica potrebbe realizzare il bene comune, a partire dal riconoscimento e dalla concreta realizzazione dei diritti fondamentali delle persone

Si è concluso nei giorni scorsi, ad Oslo, l’incontro internazionale su “libertà di religione o di credo”, come diritto da difendere in ogni parte del mondo, cui ho partecipato con Marina Berlinghieri. L’incontro, promosso da United States Commission on International Religious Freedom, che tra l’altro pubblica un Rapporto annuale, ha visto riuniti parlamentari provenienti da vari Paesi: Birmania, Brasile, Canada, Germania, Nepal, Norvegia, Tanzania, Turchia, Regno Unito, Uruguay, Italia, Argentina, Repubblica Domenicana, Costa Rica, Pakistan, Iraq, Svezia, Indonesia, Malesia, Sud Africa.

Un confronto internazionale su un tema reso ancora più attuale da quanto va accadendo in numerosi paesi, con impressionante frequenza, si pensi al terribile omicidio consumato in Pakistan e alla persecuzione dei cristiani. I modelli possono essere diversi: libertà, uguaglianza, separazione tra confessioni religiose e Stati, secondo il modello della religious freedom americana, oppure lo schema basato su intese come in Italia o in Germania, decisiva in ogni caso è una corretta laicità che dovrebbe essere acquisizione di ogni ordinamento costituzionale.

Così non è. Assistiamo a fenomeni che portano ad ignorare e a relativizzare il fattore religioso dei popoli o a piegarlo ad una funzione strumentale, in una sorta di religione civile. In altri casi si assiste al risorgere di forme di intolleranza che distruggono la pacifica convivenza. Di qui l’utilità di un incontro tra parlamentari provenienti da ogni parte del mondo per confrontarsi su come la politica potrebbe realizzare il bene comune, a partire dal riconoscimento e dalla concreta realizzazione dei diritti fondamentali delle persone e delle comunità in cui si muovono.

Per contribuire a contrastare le violenze perpetuate da gruppi o governi sui cittadini per l’appartenenza religiosa, è stata sottoscritta la “Carta per la libertà di religione o di credo”, che attui l’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani in cui si afferma che «ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione», e la libertà di manifestare la propria religione «nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti». Non è l’unica iniziativa, altre ne esistono e vanno sostenute.

La Carta, firmata significativamente al Nobel Peace Center di Oslo, definisce gli impegni principali di questo network interparlamentare e costituisce un manifesto da cui partire per allargare la condivisione.

Nel documento si ribadisce come questa libertà sia «un diritto umano inalienabile, che comprende il diritto di mantenere o meno una certa fede o un credo, di cambiarli e la libertà dalla coercizione ad adottare un differente credo». Si richiama inoltre come si tratti di un diritto umano unico, che per essere pienamente goduto richiede che vengano rispettati altri diritti, come la libertà di espressione, riunione, educazione e movimento.

I firmatari si impegnano, attraverso l’azione parlamentare, a promuovere questa libertà per tutte le persone, attraverso il loro lavoro e le rispettive istituzioni, a incrementare la cooperazione globale, condividendo le informazioni e favorendo le risposte.

Da parte nostra, inoltre, intendiamo presentare sul tema una risoluzione. Insieme alla sottoscrizione della Carta, dall’incontro in Norvegia sono partite tre lettere: al Primo ministro della Repubblica islamica del Pakistan e al Presidente della Repubblica dell’Unione del Myanmar, con la richiesta di impegni concreti per il rispetto della libertà religiosa e di credo nei rispettivi Paesi; la prima firmata anche da una parlamentare del Pakistan, pur appartenente al partito al governo.

L’altra lettera, indirizzata al Santo Padre, perché – nello spirito di Assisi – si faccia promotore di un incontro tra i governanti e i leader religiosi per promuovere la pace. Nel recente viaggio a Tirana papa Francesco ha affermato come il clima di “rispetto e fiducia reciproca” tra confessioni religiose sia “un bene prezioso” e acquisti un “rilievo speciale in questo nostro tempo” in cui è evidente come espressioni estremistiche travisino l’autentico senso religioso, strumentalizzando le differenze e trasformandole in “fattore di scontro e di violenza, anziché occasione di dialogo aperto e rispettoso”.

Per questo, dobbiamo considerare un “nemico molto insidioso” l’intolleranza verso chi ha convinzioni religiose diverse dalle proprie. La prospettiva è quella di lavorare, a tutti i livelli, per la conoscenza e l’integrazione. Da parte sua l’Italia può svolgere un ruolo importante nell’ampliare i contatti del gruppo informale agli stati arabi del sud del Mediterraneo, del Mashrek e fino all’Iran.

In questo quadro, si deve intensificare la sensibilizzazione all’interno del Parlamento italiano e nel contesto europeo, anche sulla scorta delle normative comunitarie, in particolare l’articolo 22 della carta di Nizza e l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue) che declinano la libertà religiosa sia come diritto individuale e come rispetto del pluralismo in questa materia, che come diritto collettivo in riferimento alle differenti confessioni religiose.

L’Europa ha un ruolo culturale e politico da spendere con efficacia maggiore quanto più la sua politica estera sarà comune. È necessario che l’Europa recuperi la sua “vocazione” originaria, la sua storia, le sue radici culturali, nel nuovo ruolo che può svolgere sulla scena planetaria.

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