Lo slalom di Renzi fra Regionali, Cgil e parlamento

Europa
Il premier in Emilia e in Calabria per amministrative senza passione. Chiude sul Jobs Act ma i toni contro la Cgil sono sempre più alti

Attacca tutti, lo attaccano tutti. L’Italia che Matteo Renzi ha trovato al rientro dall’Australia è se possibile più nervosa di come l’aveva lasciata. Ce l’hanno con lui, contestatori di varie sembianze. Ce l’hanno con lui i sindacati, la Cgil, la Fiom. «Buffone» è l’aggettivo più simpatico che campeggiava oggi sui cartelli ad accoglierlo a Parma, dove il presidente del consiglio ha incontrato il sindaco eretico di Cinquestelle Pizzarotti e le popolazioni alluvionate. «Servo di Marchionne», diceva la Fiom parmense. Contestatori, polizia: ma non è successo niente.

In serata poi a Bologna, al PalaDozza, per sospingere il rush finale di Stefano Bonaccini, impegnato su e giù per la sua Emilia in una campagna elettorale preoccupantemente dai toni bassi: e il muro che deve valicare il candidato del Pd per diventare domenica presidente dela Regione si chiama infatti astensione, non certo una destra dove semmai l’unica cosa interessante è il probabile sorpasso leghista ai danni di Forza Italia.

Renzi corre, va anche a Cosenza: si vota pure in Calabria dove la vittoria del centrosinistra con Oliverio è probabilissima ma anche lì il clima non è precisamente spumeggiante.

È un po’ l’immagine di questa Italia ripiegata e irosa, con la testa ad altri problemi che non la politica-politica, così che la realtà vera pare divergere dalla agenda dei leader politici.

Il lavoro, si sa, è l’emergenza reale. Ed è esattamente qui che si scarica la tensione del paese sulla politica. I sindacati (Cgil, con l’aggiunta recente della Uil) procedono nella protesta fino allo sciopero generale del 12 dicembre, mentre va in scena la seconda puntata dello sciopero dei metalmeccanici, con contorno di antagonisti vari, a Napoli, ci sarà anche un de Magistris di lotta più che di governo.

La tensione col premier resta altissima. Di buon mattino, è stato proprio Renzi, a dire il vero, a cannoneggiare per primo: «Invidio molto quelli che passano il tempo a organizzare gli scioperi. Mi riferisco ai sindacalisti, non ai lavoratori. Se il loro obiettivo è organizzare gli scioperi fanno benissimo a farli. Io mi occupo di far lavorare le persone, visto che abbiamo una disoccupazione pazzesca». E poi il parallelo, che ha fatto indignare molti, fra Camusso e Salvini, «due facce della stessa medaglia», entrambi refrattari, ciascuno a suo modo, all’innovazione.

C’è da chiedersi come mai il presidente del consiglio, in una temperie così complessa, scelga di alzare ulteriormente i toni polemici. Si dirà che Renzi è fatto così: di fronte agli avversari lui parte lancia in resta, e più quelli contrattaccano più lui incede con lo scudo in mano e la spada levata, convinto che alla fine uno solo resterà.

Salvo scoprire, in certi momenti, la virtù della mediazione (soprattutto con gli altri partiti, ma anche col suo stesso partito – vedi l’accordo sul nuovo Jobs Act), Matteo Renzi è convinto che in certe battaglie spazi di compromessi non vi sono.

Irritato per la proclamazione dello sciopero generale da parte della Cgil (non bastava la manifestazione di San Giovanni?) e ancor più dalla repentina e imprevista adesione della solitamente mite Uil – pare che col nuovo leader Barbagallo non sia scattato un afflato positivo –, il premier è convinto che in realtà la protesta sindacale sia depotenziata proprio dall’accordo politico nella maggioranza sulla riscrittura del Jobs act.

Ma parlando a Parma si è capito meglio che quello che al premier non va giù è la riproposizione dello scontro di classe: «Dobbiamo superarla questa storia che nelle aziende le imprese sono contro i lavoratori, i lavoratori contro gli imprenditori… Quando sei in azienda quanti sono gli imprenditori che si sono spaccati la schiena per non tagliare posti di lavoro e quanti lavoratori hanno lavorato ben oltre l’orario di lavoro per consentire all’azienda di andare avanti?». Qui la distanza con i principi teorici della sinistra classica è evidente. Di qui una certa allergia alla parola “sciopero”, specie quando questo gli pare motivato più da una ragione politica che di merito.

Infatti, la faglia del dissenso sul Jobs Act in parlamento si va assottigliando. La commissione lavoro ha licenziato il nuovo testo che precisa i termini del superamento del famoso articolo 18 nel senso sempre auspicato dalla sinistra Pd. Dall’accordo restano fuori i più duri – Fassina, Cuperlo, Civati – ma nulla che possa impensierire il governo, che ormai considera quella della riforma del lavoro un’altra partita portata a casa, la settimana prossima.

@mariolavia

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