Loris, i mostri siamo noi: privi di pietà per la madre

Europa
I media trattano il bambino come un decoro horror, la famiglia ha abbandonato la donna e noi siamo incapaci di qualsiasi compassione

Della tragica morte di Loris Stival colpisce un’assoluta, agghiacciante mancanza di pietà: verso il bambino, che i media trattano più o meno come un arredo di scena nell’horror che stanno raccontando con l’abituale, stucchevole compiacimento, e per il quale neppure il viceparroco di Santa Croce Camerina, don Flavio Magnuco, ha ritenuto necessario spendere una parola di dolore o pronunciare una preghiera nella messa di due domeniche fa.

E non c’è nessuna compassione neppure per la mamma di Loris, accusata dell’omicidio, subito abbandondata a se stessa dalla madre, dalla sorella e dal marito, e dipinta dal Gip che ne ha convalidato l’arresto come una donna dall’«indole malvagia e priva del più elementare senso d’umana pietà».

Che ne sa un giudice dell’«indole» di una persona? Quali studi ha compiuto il dottor Claudio Maggioni, quali sono le sue esperienze nell’ambito della psichiatria e della teologia morale? Sarebbe di certo molto malvagia, Veronica Panarello, se avesse davvero ucciso suo figlio: ma nessuno, finora, lo ha dimostrato.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Veronica avrebbe prima fatto salire Loris in macchina, poi l’avrebbe rispedito a casa, con il figlio più piccolo a bordo sarebbe andata al Mulino Vecchio «a fare un sopralluogo», poi lo avrebbe lasciato alla Ludoteca e infine, una volta tornata a casa, avrebbe legato e strangolato Loris con alcune fascette di plastica. A quel punto Veronica, dopo avere tagliato le fascette, avrebbe portato il cadavere del figlio in garage (tre piani di scale senza ascensore), lo avrebbe trasportato al Mulino Vecchio abbandonandolo nel canalone, sarebbe ripassata da casa per pochi minuti, e infine avrebbe preso tranquilla la strada del suo corso di cucina.

Tutto da sola, senza l’ombra di un movente, senza che nessuno sentisse o vedesse alcunché (neppure le centinaia di telecamere di cui sembra disseminato il paese), senza una traccia biologica, senza un indizio né tanto meno una prova fattuale.

L’unica certezza è che Veronica ha mentito sui suoi spostamenti, e questo naturalmente solleva molti sospetti, aggravati dalla biografia della ragazza, dove non mancano episodi violenti e almeno due tentativi di suicidio. Secondo il procuratore di Ragusa Carmelo Petralia, «il fragile quadro psicologico della donna non disgiunto da un vissuto personale di profondo disagio nei rapporti con la famiglia d’origine è una possibile concausa della determinazione omicida». Milioni di persone mentono sistematicamente, hanno avuto un’infanzia difficile e momenti anche gravi di sconforto: ma questo, per fortuna, non fa di loro degli assassini.

Ma ammettiamo che Veronica sia colpevole: potrebbe esserlo. Se lo fosse, diversamente dal Gip non parlerei di «cinica condotta» e di «evidente volontà di volere infliggere alla vittima sofferenze», ma di una gravissima patologia. I malati non sono né cinici né malvagi: possono essere molto pericolosi, e come tali vanno trattati, ma non meritano il nostro disprezzo o la nostra condanna morale non più di quanto li meriti un paralitico. La pietà verso una persona disturbata al punto da commettere il più orrendo dei crimini – l’unico vero crimine contro natura, perché la natura ci impone di propagare la nostra specie – è la sola reazione degna della nostra umanità. Senza pietà, non siamo niente.

E privi di pietà – a me questo pare il risvolto forse più terribile – sono i familiari della ragazza, che dilagano su giornali e tv per dire ogni male possibile della sventurata. «Ho l’impressione che l’abbia ucciso perché Loris somigliava a me. Così tanto mi odia questa disgraziata», ha saputo dire Carmela Anguzza, la madre di Veronica (che però domenica ha dichiarato il contrario: «Io amo mia figlia, non credo che abbia commesso questo delitto»). E la sorella Antonella: «Sì, credo che sia stata Veronica. Mi dispiace, ma non mi interessa di lei. Io ho avuto il telefonino a 18 anni e lei a 13, io ho avuto il permesso di uscire la sera a 18 anni e lei a 13. È sempre stata viziata, aggressiva. E questo è il risultato».

«Deve solo dirmi il perché, e poi per me può morire, io voglio solo mio figlio», ha rincarato la dose Davide Stival, il marito, appena uscito dagli uffici della Procura dopo aver visto le immagini delle telecamere di sorveglianza. «La signora – ha riferito il suo avvocato, Francesco Vilardita – è stata abbandonata, non ha neanche la biancheria di ricambio. Si è vestita con indumenti prestati dalle altre detenute». Soltanto il padre di Veronica – che secondo alcune indiscrezioni non sarebbe il padre biologico della ragazza – le è rimasto accanto e ha chiesto di visitarla in carcere, e questo basterebbe a farne una persona perbene.

Annamaria Franzoni – indipendentemente dalle sentenze e dal convincimento interiore della sua famiglia – ha sempre avuto la solidarietà e l’affetto di chi le stava e le sta accanto. A Veronica Panarello non è toccata questa grazia, e né la famiglia né l’opinione pubblica sembrano nutrire alcuna compassione. È per lei una sciagura nella sciagura. Ma «privi del più elementare senso di pietà» siamo noi, non Veronica.

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