L’Ulivo è tornato, colpa della Cdl

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L’Ulivo salvato dagli elettori con le primarie sarà davvero la risposta
alla controriforma elettorale voluta dalla Casa delle libertà? I primi a
chiederselo sono ovviamente i dirigenti della Quercia e della Margherita. Ma la
questione ha una sua indubbia pregnanza anche dal punto di vista sociopolitico,
non fosse altro perché siamo di fronte ad una inedita costruzione politica in
replica ad una scelta di tipo sistemico-istituzionale. È questo uno dei fili
conduttori dell’ultimo numero del bimestrale Italianieuropei, la rivista
dell’omonima fondazione diretta da D’Alema e Amato.
Che sia stata esattamente la mossa
di Berlusconi, con il ritorno alla proporzionale, a far scattare la molla
unitaria è fuori dubbio. E non solo perché può convenire non
disperdere voti ma per una ragione più di fondo, che attiene alla
governabilità del paese una volta vinte le elezioni. Lo spiega Stefano
Ceccanti, quando scrive che «è evidente che inserire il giorno delle
elezioni una potente spinta dissociativa tra forze che pescano in
larga parte nello stesso elettorato non potrebbe non avere poi
gravi conseguenze sulla
coesione dell’esecutivo che nascerebbe dal voto». Tenuto conto
– prosegue il costituzionalista – che obiettivo della controfirma
elettorale è ottenere «una scarsa entità delle maggioranze », frutto di
«una scelta deliberata dovuta alla disperazione per limitare la vittoria
del centrosinistra data per inevitabile e renderla reversibile prima del
quinquennio della legislatura ». In termini più immediatamente politici lo
conferma Dario Franceschini: «Il centrodestra con la legge elettorale ha
cercato di far saltare i ponti della democrazia bipolare, per coprire la
sua sconfitta punta a stravolgere il sistema. Noi abbiamo costruito un
ponte di barche per salvare il bipolarismo: la lista unitaria
tra Margherita e Ds. L’inizio di un progetto politico che punta a
consolidare nel tempo e che chiamiamo Partito democratico». Un approdo –
questo del «ponte di barche» – che non era (non è) scontato. Tutta la
storia viene ripercorsa da Gianfranco Brunelli sull’ultimo numero del
Mulino in un saggio nel quale sono evidenti le suggestioni «uliviste».
Infatti si assegna interamente allo «scossone delle primarie» il merito di
aver riaperto la prospettiva dell’Ulivo dopo «la manovra» di cui fu autore
Rutelli e «coautore» Fassino, il quale «ha preferito cercare di avere
Prodi senza l’Ulivo puntando con ciò ad ereditare i voti ulivisti»
determinando per ciò stesso «un esito involutivo dell’intero processo di
transizione». Roba del passato, ormai. Nella sfida della costruzione del
Partito democratico non può non inserirsi la sempre viva questione del
voto cattolico. Sempre su Italianieuropei, Paolo Segatti e
Cristiano Vezzoni fanno il punto su Religiosità e voto negli anni del
maggioritario, commentando fra l’altro un sondaggio Ipsos sulle intenzioni
di voto tra gennaio e settembre da cui si evince che «la differenza tra le
intenzioni di voto al centrodestra e centrosinistra all’interno dei
praticanti regolari è solo di 4 punti a vantaggio del primo e quella
all’interno dei non praticanti è maggiore». E all’interno dell’Unione «la
Margherita mostra un percentuale di voto cattolico di poco superiore ai
Ds». Ma ad aprile saliranno tutti sul «ponte di
barche».
di MARIO LAVIA

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