M5S, l’amalgama non riuscito

Europa
Appare un po’ stridente il contrasto tra la sbandierata dimensione paritaria del M5S e il furore con cui i vertici assoluti – Beppe Grillo e l’“entità aziendale” Casaleggio Associati – si applicano alla scomunica di “cittadini deputati” e militanti fuori linea

Ma che “c’azzeccano” le espulsioni (e gli anatemi nei confronti dei dissidenti) con il movimento che ha fatto della dottrina dell’orizzontalità (nella versione 2.0 di “uno vale uno”) il proprio vessillo?

A prima vista, appare un po’ stridente il contrasto tra la sbandierata dimensione paritaria del M5S e il furore (forse degno di miglior causa) con cui i vertici assoluti – Beppe Grillo e l’“entità aziendale” Casaleggio Associati – si applicano alla scomunica di “cittadini deputati” e militanti fuori linea (demandandone al mitologico e mitopoietico popolo della Rete la ratifica via web).

Certo, per carità, la lotta, fino alla radiazione, di chi dissente non è certo una novità della politica, né una prerogativa pentastellata – certe sinistre otto-novecentesche han fatto a gara a chi era maggiormente portatrice di ortodossia ideologica, con relative cacciate di chi non veniva reputato abbastanza puro… Ma la condanna dei parlamentari dissidenti Massimo Artini e Paola Pinna (la quale, per giunta, ha prodotto certificazioni comprovanti la sua “innocenza”), da parte del Grillo furioso, per non avere versato quanto dovuto sul fondo di microcredito di sostegno a piccole e medie imprese segnala un problema piuttosto serio.

E, al tempo stesso (e in realtà), molto scontato e “normale” per qualunque organizzazione che sia molto cresciuta, a meno di pensare davvero che risulti sufficiente dichiararsi movimento anziché partito per sottrarsi magicamente alla questione.

Per di più in questa fase marcatamente postideologica e liquida della costituzione materiale del nostro sistema politico, tanto da rendere fortemente intermittente e soggetto a sbalzi significativi il patrimonio di consenso delle formazioni partitiche. Perché al “non partito” rigidamente retto dalla diarchia Grillo-Casaleggio (con quest’ultimo inoltre assente da tempo dalla scena pubblica) stanno presentando “il conto” alcune problematiche caratteristiche di qualsivoglia organizzazione che fuoriesca dallo stato nascente – e non può essere che così, a meno di relegare un soggetto politico a una condizione di perenne “immaturità”, il che, viene il sospetto, potrebbe magari anche corrispondere alle volontà dei due rigidissimi uomini soli al comando.

Il Movimento 5 Stelle, che tante speranze aveva suscitato in una parte dell’opinione pubblica, continua infatti a non dotarsi di alcuna struttura dirigente: si badi bene, qui nessuno evoca organigrammi, politburo e “piante organiche”, quanto il fatto – nuovamente, banale – che la sociologia delle organizzazioni complesse ci ammonisce da tanto tempo riguardo l’esigenza di una filiera di responsabilità nel processo di decision-making.

E non è invocando a ogni piè sospinto un rapporto diretto, disintermediato tra l’apice e la base (per giunta così volatile nei numeri e nei flussi internettiani) che si ovvia a questo delicato problema e si evita il ferreo generarsi delle oligarchie da cui Roberto Michels metteva in guardia in tempi ormai lontani; anche perché, a naso, questa “relazione immediata” sa tanto di plebiscitarismo in salsa postmodern.

E, allora, si ha un bell’espellere chiunque espliciti critiche (oppure ponga semplicemente dei dubbi sulla catena di comando e la sua legittimità congelata ed eternata), ma non per questo ci si converte automaticamente in un amalgama ben riuscito.

Stupefacente, anzi, è come il M5S sia riuscito sin qui a non sedimentare né consolidare gruppi dirigenti intermedi con una dialettica interna visibile, mantenendo uno “stato informe” che gli ha regalato rapidamente grandissimi successi, ma gli sta dando ora altrettanti (inesorabili) grattacapi. Chi vivrà, vedrà…

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