La carta-Prodi nella partita contro il premier

Europa
C’è un modo solo per neutralizzare il Professore: Renzi dovrà proporre pubblicamente e a tempo debito una candidatura autorevole, ma soprattutto capace di sorprendere e affascinare l’opinione pubblica

Il parlamento italiano, che non ha mai particolarmente amato Matteo Renzi, ha ora a portata di mano una ghiotta occasione per metterlo seriamente sotto scacco garantendosi al contempo una lunga sopravvivenza: eleggere Romano Prodi presidente della repubblica. Le intenzioni personali del Professore non sono qui in discussione, e la sua più volte dichiarata indisponibilità a correre per il Quirinale deve essere presa sul serio. Ma la politica spesso prescinde dai desideri e dai timori dei suoi protagonisti, perché prima di tutto, e qualche volta esclusivamente, risponde a se stessa.

Eleggere Prodi presidente (al quarto scrutinio, quando basteranno poco più di 500 voti) risponde infatti ad una logica stringente – almeno dal punto di vista degli avversari di Renzi. Tanto per cominciare, il nome è al di sopra di ogni sospetto: rientra senz’altro in quel ristretto club di figure “di alto profilo”, indipendenti e autonome dal sistema dei partiti, che non a torto viene indicato come la culla naturale di un buon presidente.

Ma a solleticare il ceto politico sono soprattutto i vantaggi che ne trarrebbe per sé. E non sono pochi. Sebbene abbia meno di due anni di vita, questo parlamento ha già visto 160 deputati e senatori migrare in un gruppo parlamentare diverso da quello in cui sono stati eletti. Il Pdl si è scisso in due tronconi, il M5S ha perso per strada una trentina di parlamentari, Scelta civica è esplosa in tre-quattro gruppi diversi.

Il Pd è formalmente unito, ma i suoi gruppi sono stati scelti da Bersani e la guerriglia parlamentare è da mesi una costante dello scenario politico. Alla minoranza del Pd si aggiunge poi quella di Forza Italia, impegnata in una guerra di successione dagli esiti incerti. Per tutti costoro, quella per il Quirinale non è la madre di tutte le battaglie: è la battaglia decisiva, l’ultima.

Di quanti voti può disporre la candidatura di Prodi? Il favore della minoranza del Pd e di Sel è già stato dichiarato pubblicamente: il Professore, evocato da Bindi e Civati come ideale anti-Renzi, è senz’altro la scelta migliore per mettere il premier sotto tutela e trasformare il potere di garanzia del Quirinale in contropotere di palazzo Chigi. Sia i grillini ortodossi sia i dissidenti e gli espulsi potrebbero poi convergere su Prodi, e anzi il M5S potrebbe celebrare proprio nel suo nome un’illusoria riconciliazione politica.

Il gruppone centrista, che pure sostiene il governo, non ha niente da perdere dall’elezione di Prodi e qualcosa da guadagnare dal ridimensionamento di Renzi; più in generale, non soltanto sfumerebbero le elezioni anticipate ma si farebbe più concreta, in caso di crisi, l’eventualità di un nuovo governo, “tecnico” o delle larghe intese, che rimetterebbe in gioco tutte le forze parlamentari emarginate o normalizzate da Renzi.

Ed è qui che s’innesta il vantaggio di Forza Italia, a partire dalla sua maggioranza: sebbene Prodi sia l’arci-nemico di Berlusconi, è anche il solo, fra i papabili con concrete possibilità di successo, a garantirgli la continuità della legislatura e persino la possibilità di rientrare in maggioranza. Di più: il logoramento di Renzi, oggi imbattibile, è per il centrodestra la strada più breve per tornare elettoralmente competitivi, e questo non può non dispiacere al Cavaliere, il quale ama la pace quando è debole ma desidera la guerra quando scorge una debolezza nell’avversario.

Se dovesse saldarsi un fronte di questo genere – più simile, va detto, alla trama di Assassinio sull’Orient Express che ad una maggioranza politica – potrebbero per dispetto aggiungersi i voti della Lega e, per rispetto al candidato, quelli di svariati altri grandi elettori. La soglia dei 505 non è dunque irrealistica: purché, naturalmente, venga raggiunta al primo colpo, cioè al quarto scrutinio.

C’è un modo solo per neutralizzare questa eventualità: Renzi dovrà proporre pubblicamente e a tempo debito – e non, come fece Bersani, all’immediata vigilia delle votazioni – una candidatura certamente autorevole, ma soprattutto capace di sorprendere e affascinare l’opinione pubblica. Dovrà essere nuova perché estranea agli elenchi di candidati che si affastellano tutti uguali, fresca e tuttavia rassicurante, e fortemente emblematica del nuovo corso imboccato dal nostro paese.

La trasparenza e la pubblicità della scelta del nuovo capo dello Stato non sono soltanto un dovere verso gli elettori e un passo decisivo nella rifondazione di una politica insieme buona e rispettata: costituiscono anche la carta più forte di cui dispone Renzi per piegare le opposizioni e costruire in parlamento una maggioranza solida e vincente.

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