Ora si può tornare al presidente “costituzionale”

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Giorgio Napolitano è stato un presidente “presidenzialista”, come il secondo Cossiga e come Scalfaro. Con l'era Renzi è diventato, e auspica come successore, un presidente “costituzionale”

Giorgio Napolitano è stato un presidente “presidenzialista” (come il secondo Cossiga e come Scalfaro), e tuttavia oggi è diventato, e auspica come successore, un presidente “costituzionale” (come il primo Cossiga e tutti i suoi predecessori). Il richiamo fermissimo alla stabilità, che ha segnato il discorso dell’altro giorno alle alte cariche dello Stato e che ha sorpreso non pochi osservatori, si può anche leggere così: al Quirinale non ci sono e non ci saranno sponde per manovre di palazzo, interne o esterne alla maggioranza e ai suoi componenti, tese a rovesciare il governo in carica.

Scordatevi le elezioni, ha detto più o meno Napolitano martedì sera, ma scordatevi anche ogni ribaltone (o ribaltino). E speriamo, ha fatto capire, che il mio successore si comporti allo stesso modo. E le speranze di Napolitano, per il peso “presidenzialista” di cui oggettivamente dispone, valgono più di un semplice auspicio di fine mandato.

La nostra Costituzione dedica al presidente della repubblica il Titolo II della sua seconda parte. I poteri, elencati all’art. 87, sono numerosi e complessi: per esempio autorizza la presentazione alle camere dei disegni di legge del governo, promulga le leggi ed emana i decreti, presiede il Consiglio supremo di difesa e il Consiglio superiore della magistratura, può concedere la grazia e commutare le pene, nomina un terzo dei membri della Corte costituzionale (art. 135) e può sciogliere le camere (art. 88).

Ma l’art. 89 precisa che «nessun atto del presidente della repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti» e, nel caso degli «atti che hanno valore legislativo», anche dal presidente del consiglio.

Il presidente disegnato dall’Assemblea costituente – il presidente “costituzionale” – non è dunque un contropotere politico, ma la suprema carica istituzionale. I suoi poteri sono importanti, ma limitati. Con una punta di disprezzo lo si è definito di volta in volta “taglianastri”, “notaio” o “vigile urbano”. Ma l’idea dei Padri costituenti, usciti dal trauma del fascismo, era precisamente questa: una persona perbene che regolasse il traffico nell’interesse di tutti – e soprattutto delle istituzioni – senza interferire nel loro funzionamento interno. O, detto con altre parole, una personalità capace di riconoscere la centralità del sistema dei partiti.

Fino al 1989 l’Italia ha avuto un presidente “costituzionale”. Cossiga cominciò a “picconare” il sistema dei partiti che lo aveva eletto all’unanimità dopo il crollo del Muro, quando in Italia il Pci cambiava nome e la Dc stava esplodendo. Lasciò il Quirinale all’alba di Tangentopoli ad un ex deputato della Costituente che pareva la quintessenza del più nobile conservatorismo istituzionale. Eppure fu proprio con Scalfaro che si ebbe il primo presidente compiutamente “presidenzialista”. Né avrebbe potuto essere altrimenti: la repubblica dei partiti fu letteralmente spazzata via dalla magistratura, e sulle sue macerie andò (precariamente) al governo una classe dirigente nuovissima formatasi in Publitalia, nella Lega e nel Msi.

Da allora il nostro sistema politico non si è mai veramente stabilizzato: partiti e coalizioni si sono scomposti e ricomposti con frequenza maggiore dei governi della Prima repubblica, e nessuna maggioranza – neppure l’ultima, fortissima, conquistata da Berlusconi nel 2008 – è mai riuscita a completare integra e in pace la legislatura. In questo scenario, il peso del Quirinale è naturalmente cresciuto a dismisura.

La Costituzione non è stata violata e neppure piegata: ha semplicemente mostrato la sua flessibilità e la sua capacità di adattamento. Se i partiti sono in crisi e non riescono a provvedere da soli, qualcuno deve aiutarli a fare il loro mestiere, e se proprio non ce la fanno deve inventarsi qualche altra soluzione: è questo il valore indiscutibile delle presidenze di Scalfaro e di Napolitano, che in più occasioni hanno saputo garantire, praticamente da soli, la relativa stabilità del nostro sistema democratico.

Con le elezioni del 2013 la crisi del sistema politico è letteralmente esplosa, consegnando un parlamento diviso in tre e incapace di esprimere qualsiasi maggioranza. La rielezione di Napolitano è stata una vera e propria abdicazione dei partiti, la presa d’atto di un fallimento strutturale, un naufragio senza appelli da cui avrebbe potuto essere molto difficile riemergere.

È con Renzi che ricomincia la lenta ricostituzione di un embrione di sistema dei partiti. L’autonomia e la centralità della politica sono da sempre una vera e propria fissazione di Renzi, al punto da non rinunciare neppure a più di una critica al Quirinale. Ma, c’è da scommetterci, a Napolitano non dev’essere dispiaciuto che un politico, finalmente, alzasse la schiena e rivendicasse con legittimo orgoglio il proprio ruolo – potendoselo permettere, naturalmente.

Il cammino delle riforme, che è l’orizzonte del secondo mandato di Napolitano, è strettamente intrecciato alla ricostruzione di un sistema politico efficiente, legittimato e pienamente autonomo (anche dalla magistratura). Eleggere un presidente scelto e percepito come un contropotere al presidente del consiglio, così come sembrano suggerire tutti coloro che soprattutto a sinistra insistono sulla sua “autonomia” e temono che Renzi voglia scegliersi il “suo” presidente, sarebbe dunque un errore prima di tutto perché intralcerebbe il radicamento del nuovo sistema dei partiti avviato dal Pd e destinato, nel corso della legislatura, ad estendersi al resto dello schieramento politico.

Conclusasi la stagione dei presidenti “presidenzialisti” con le dimissioni di Napolitano, l’incardinamento delle riforme costituzionali e (si spera) l’approvazione della riforma elettorale, possiamo dunque tornare sereni e riconoscenti ad un più fisiologico presidente “costituzionale”.

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