Quirinale, Renzi non sarà grande elettore. E vuole una rete protettiva contro nuovi 101

Europa
Il segretario-premier è convinto che la condizione per trovare una soluzione sia l'unità dei grandi elettori dem. Ma la sinistra è ancora dubbiosa

Come l’anno scorso ma al rovescio. Nel 2013 Matteo Renzi, sindaco di Firenze, lavorò per essere inserito fra i “grandi elettori” nella delegazione espressa dal consiglio regionale della Toscana ma la cosa fu fatta saltare  (e lui un po’ se la legò al dito). Altri tempi.

Quest’anno si è prospettata la stessa possibilità, se n’è anche discusso, ma è stato lui stesso a rifiutare l’ipotesi. Perché è il presidente del consiglio, e già questo basterebbe. Ma poi – soprattutto – restare fuori dall’aula di Montecitorio, l’arena del big match sul Quirinale, configura plasticamente quel distacco che Renzi vuole mantenere nella vicenda. Non vuole essere in aula o in Transatlantico, in quei giorni.

Naturalmente, sarà un distacco per modo di dire. Ma il punto politico è intuibile: il segretario-premier vuole evitare in ogni modo che alla fine le votazioni siano di fatto “su di lui”. Meglio dunque non esporsi. Se non dietro dietro dietro le quinte. Solo “soggettista” di un film che sarà interpretato dai “grandi elettori” con la regia dei capigruppo Zanda e Speranza (e il fidato Guerini).

Invece la cosa che Renzi può fare, e già sta facendo, riguarda il lavorìo sul suo partito. Si tratta cioè di allestire una “grande tenda” unitaria che ponga il Pd al riparo da strappi, incidenti e imboscate come quelle, clamorose, verificatesi l’anno scorso ai danni di Marini e Prodi.

Tutto, ma non i 101: questo sembra essere per ora il principale assillo del numero uno del Nazareno.

Inoltre Renzi è convinto che in un parlamento abbastanza sbrindellato, privo dei leader dei maggiori partiti, movimentato da continui cambi di casacca solo la tenuta del principale gruppo, i dem, può avvicinare la soluzione del rebus. Ecco perché il super-gruppo di deputati, senatori e delegati regionali Pd dovrà cementarsi fin dall’inizio: non come nel 2012, con le frettolose – e infide – assemblee del teatro Capranica, emblema perenne dello sbandamento di quel partito. Stavolta divrà essere tutto trasparente, verificabile.

Ecco allora che è necessaria una linea di appeasement nei confronti della minoranza. Già sperimentata, con successo, sul Jobs act, quando Renzi è riuscito a “strappare” Area riformista dall’opposizione. Con Pier Luigi Bersani il contatto ancora non c’è stato ma è certo che non sarà l’ex segretario a mettersi di traverso all’idea di una tattica condivisa sul nome del prossimo inquilino del Quirinale. Tuttavia nella sinistra si fa notare che «il segretario non può un giorno fare l’unitario con noi e il giorno dopo mettere la fiducia sui provvedimenti sui quali non siamo d’accordo. deve essere disponibile a discutere nel merito dei problemi».

Su cosa? Sulla legge elettorale, per esempio. Terreno sul quale lo stesso Bersani ha fatto sapere di volere continuare a dare battaglia, perché «non si può avere ancora un parlamento di nominati», la sinistra non considera quello dell’ “Italicum 2.0”  come un prendere o lasciare. Ma Renzi sarà d’accordo? Oppure sulla legge costituzionale che supera l’attuale senato: il premier è disposto a riaprire il dossier?

Si vedrà quanto Renzi si dimostrerà malleabile. Se riuscirà a camminare sul filo e a passare indenne l’esame più insidioso. Innanzi tutto sterilizzando i 101, portandoli a una cifra molto molto più bassa. Il resto – ritiene – verrà da sè.

 

 

 

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