Rifondazione diventa buona buona

Europa
BERTINOTTI  SE FA IL PRESIDENTE DELLA CAMERA, CERCASI NUOVO LEADER

Oggi Bertinotti parte per la Cina. E lascia Roma più che soddisfatto. È un
periodo buono per lui, anzi ottimo, perché – incrociando le dita – se tutto va
bene, se l’Unione vince, Rifondazione comunista conta di portare in parlamento,
col 6,5 per cento che i sondaggi prevedono, oltre 50 deputati e una ventina di
senatori. Grazie al proporzionale imposto dalla maggioranza berlusconiana, il
partito della falce e martello (quello che non ha mai avuto dubbi sul simbolo,
non come Cossutta…) rientrerebbe in parlamento con una forza assolutamente
determinante per l’esecutivo Prodi, probabilmente anche di più di quanto lo fu
(e come se lo fu) nel ’96.
Il pegno per la lealtà di Fausto è ormai
stagliato: la presidenza della camera. Che per un vecchio “antagonista”
come lui sarebbe una bella esperienza, una sorta di eterogenesi dei ?ni
che trasformerebbe l’antico sindacalista, il cantore dei nuovi movimenti, il
“colpevole” della caduta del Prodi-1, nientemeno che nella terza carica
dello stato. Ma non sarà per questo che a San Martino in Campo, al summit
dell’Unione, tutti hanno notato un Bertinotti più unitario che
mai? «Sarebbe un’ipotesi splendida, intendiamoci – dice Pietro Folena – ma
quella di Bertinotti al seminario di San Martino non è stata affatto una
acquiescenza. È stato solo apparentemente remissivo. La verità è che non è
più il tempo della visibilità ?ne a se stessa, non faremo i “pierini” del
nuovo governo…». Conferma Franco Giordano: «L’asse con Prodi è
politicamente fortissimo, questo è il fatto nuovo». E tuttavia, precisa
gramscianamente Folena, «la nostra sarà una guerra di posizione di
una forza che ha pari dignità con tutte le altre. Essendo per noi chiaro
che il governo non è il punto ?nale della Storia ma uno strumento per il
con?itto sociale».
Dallo scranno più alto di Montecitorio, Bertinotti
garantirà Prodi e lascerà che il “con?itto” si dispieghi nella società. Di
lotta e di governo, diceva il Pci negli anni Settanta. Che allora mandò il
leader dell’ala sinistra Pietro Ingrao a presiedere l’assemblea di
Montecitorio, un paragone che a Fausto – che in Ingrao ha un faro
esistenziale oltre che politico – piace moltissimo. Ma andrà davvero così?
L’indizio più forte è stato il via libera di D’Alema, non si sa quanto
tattico: «Fausto garantirebbe benissimo le opposizioni…», ha detto in tv il
presidente ds. «Lui non ha smentito questa voce – osserva con una punta di
sarcasmo Claudio Grassi – come invece smentì decisamente quella che lo
indicava come possibile ministro».
A proposito di minoranze: non è che
stiano dando chissà quale battaglia. Sì, al Comitato politico nazionale,
la settimana scorsa, hanno presentato le solite 4 mozioni di
minoranza, confermando di essere frastagliate e non in grado di costituire
un’alternativa forte al progetto bertinottiano. Che va avanti anche sul
fronte dell’allargamento del partito ad aree nuove. Usando con malizia il
vecchio linguaggio dei comunisti, il leader a quella riunione ha parlato
della costruzione della «sezione italiana della sinistra europea». A febbraio
è previsto un appuntamento nazionale che segnerà uno dei momenti
clou della campagna elettorale del partito. E poi? Arriverà anche il tempo
delle incognite. Tanti parlamentari (tutti confermati quelli attuali, 20 per
cento di indipendenti, metà gruppi al femminile), Bertinotti
presidente della camera, ministri e sottosegretari. Ammesso e non concesso
che prenda davvero il 6,5 per cento.
Ma poi arriveranno i problemi. E dulcis
in fundo bisognerà darsi un nuovo segretario. Si sussurra di volti nuovi
come Bruno Ferrero o Gennaro Migliore.
Due bertinottiani,
s’intende.   di MARIO LAVIA

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