Roma, riforme, Italicum: assedio a Renzi. E domenica c’è l’assemblea nazionale…

Europa
Durissima polemica fra Delrio e D'Alema. Presentati 12 mila emendamenti alla legge elettorale: il rischio è che salti tutto

La strategia di Kutuzov contro Napoleone. Fare terra bruciata intorno a Mosca dove è entrato l’Imperatore dei francesi. Mossa vincente, alla fine. L’immagine guerresca, immortalata mille volte da Tolstoj in qua, è venuta alla mente a più di un dirigente del Pd, in queste ore. Un pochino, la cosa è girata. E dunque Renzi-Napoleone è, se non proprio in cul de sac, certamente in un passaggio complicato. Fra diversi fuochi.

In avanscoperta, nell’esercito antinapoleonico, si muove la sinistra pd. Se è guerra aperta o solo guerriglia di retroguardia lo diranno i fatti: ma è certo che se il premier-segretario si attendeva un disgelo da quelle parti soprattutto in vista del big match del Quirinale almeno per il momento deve annotare che non sta andando così.

La squallida vicenda di Roma, almeno sopra la superficie, mostra un partito scosso ma sostanzialmente unito intorno allo sforzo di Renzi, Orfini e Marino di fare piazza pulita di certa gente e dei suoi comportamenti (e non solo di quelli implicati penalmente, va da sé). L’assemblea di ieri a Laurentino 38 è stato un successo, malgrado la tensione e persino i diverbi a voce alta. Ma è difficile negare che la base, visibilimente sconcertata, tenda a dare credito all’impegno di pulizia e rinnovamento promesso dal commissario Orfini.

Eppure, sotto la cenere, serpeggiano e si rinfocolano vecchi dissapori – per usare un eufemismo – fra le varie anime del Pd romano. E dunque prende corpo un certo risentimento renziano verso i “capibastone” della Ditta dalemiana (più che bersaniana) che ha governato il Pd della Capitale in tutti questi anni, o perlomeno ne ha condizionato le politiche. Probabilmente inevitabile, il riemergere di rancori dovrà trovare un antidoto, se si vuole evitare di ricadere negli errori del passato: e anche questo sarà un compito di Orfini, coadiuvato da un nuovo gruppo dirigente e da personalità come Fabrizio Barca.

Ma il campanello d’allarme più serio, dopo l’inciampo del governo alla camera sulla legge costituzionale a proposito dei senatori a vita, risuona sulla legge elettorale in discussione in commissione affari costituzionali del senato.

Su questo Renzi oggi da Ankara ha un po’ cercato di spegnere i bollori: «Le riforme stanno marciando, a volte ci sono incidenti di percorso, ieri è accaduto nella commissione della camera sulla riforma costituzionale. Recupereremo in Aula perché le soluzioni non siano pasticciate e perché gli stessi che hanno votato in quel modo hanno detto che era un segnale politico».

“Segnale politico” – ha detto però con una nota polemica – di cui «discuteremo domenica nell’assemblea nazionale». Un appuntamento che sarà forse meno tranquillo di quello che era stato previsto. Lo fa capire Orfini, citato dall’AdnKronos: «Qualcuno ha definito quel voto una questione tecnica, altri politica. Per quel che mi riguarda non  buona norma mandare sotto il proprio governo. Da un punto di vista puramente tecnico, nulla osta che ci sia un voto in Assemblea su questo o altri temi. All’ordine del giorno, tra l’altro,  prevista una relazione del segretario sulla situazione politica». Ci sarà una spaccatura?

Sulla legge elettorale, il problema non è dato solo dai 12mila emendamenti e passa (presentati soprattutto dalla Lega di Calderoli) e da un atteggiamento poco chiaro da parte di Forza Italia (che in teoria dovrebbe sostenere l’Italicum anche nella nuova versione) ma da un problema tutto interno al Pd.

Il merito del problema – la famosa “clausola di salvaguardia” – è solo l’ultimo casus belli. In realtà, l’impressione che hanno i renziani è che la sinistra dem punti a rimettere indietro le lancette dell’accordo maggioranza- Fi sul nuovo Italicum e sostanzialmente fare in modo che in caso di elezioni anticipate viga il Consultellum (che non fa vincere nessuno e dunque smorza tutta la strategia renziana).

Nel pomeriggio, la polemica è venuta fuori allo scoperto in tutta la sua portata. Scontro al massimo livello: fra Graziano Delrio e Massimo D’Alema, nelle vesti di leader della minoranza.

Se la minoranza del Pd vuole andare a votare lo dica, aveva detto questa mattina Delrio: «Gli incidenti parlamentari possono anche capitare ma quello che è successo ieri non esiste. C’è un accordo, il governo è impegnato ad andare avanti con il programma, basta segnali di vecchia politica».

Dura la replica di D’Alema: «È stupefacente che una persona ragionevole come il sottosegretario Delrio, nel giorno in cui escono i dati della produzione industriale con l’ennesimo segno meno a conferma della gravità della crisi del nostro paese, non trovi di meglio che minacciare i parlamentari». Perché il sottosegretario alla presidenza «dovrebbe sapere che le riforme costituzionali sono materia squisitamente parlamentare e che i deputati e i senatori hanno il diritto e il dovere di cercare di migliorare testi che restano contraddittori e mal congegnati malgrado il notevole impegno della relatrice».

E c’è da dire che la relatrice Anna Finocchiaro stamane è apparsa molto contrariata per la piega che gli avvenimenti stanno prendendo e per l’impressionante numero di emendamenti presentati. Il rischio è di far saltare tutto.

 

Vedi anche

Altri articoli