18 aprile ’93, la grande illusione

Focus

Il 18 aprile 1993 quasi 37 milioni di cittadini (oltre il 77% degli aventi diritto) votarono per cambiare la legge elettorale del Senato, trasformandola da integralmente proporzionale a prevalentemente maggioritaria

Venticinque anni fa oggi la strategia referendaria per modificare la legislazione elettorale segnò il suo punto più alto. Era il 18 aprile 1993 e quasi 37 milioni di cittadini (oltre il 77% degli aventi diritto) votarono per cambiare la legge elettorale del Senato, trasformandola da integralmente proporzionale a prevalentemente maggioritaria. Si pronunciarono per la riforma l’82.74% di coloro che espressero un voto valido.

Non fu l’unico referendum che fu votato quel giorno (e il 19 aprile): con percentuali tutte diverse (a dimostrazione che i cittadini sapevano distinguere: si andò dal 55% di sì fino a oltre il 90%) ne fu approvata una batteria (anche: finanziamento ordinario dei partiti, abolizione di alcuni ministeri, criteri per le nomine bancarie, contro la criminalizzazione dell’uso personale delle droghe leggere, competenze delle unità sanitarie in materia di ambiente).

I tentativi di riformare la legge elettorale

Ma torniamo alla legislazione elettorale: i tentativi di riformarla e in particolare di dare ai cittadini il potere di decidere essi, e non più o meno trasparenti negoziazioni postelettorali fra i partiti, da chi essere governati erano in atto da tempo. La precedente Nona legislatura (1983-1987) aveva conosciuto gli sforzi vani della Prima Commissione per le riforme istituzionali (c.d. Bozzi). La
Decima (1987-1992) aveva conosciuto i primi tentativi di indurre le forze politiche dell’epoca, per lo più riottose, a cambiare la legislazione elettorale proporzionale: essa restava un tabù. Tanto che fra fine 1989 e inizi del 1990, al momento di votare quella che sarebbe stata la riforma degli enti locali (futura legge 142/1990), il VI governo Andreotti su precisa richiesta del Partito socialista pose la fiducia ben quattro volte, due alla Camera, due al Senato al fine di bloccare gli emendamenti (che sarebbero stati approvati) che puntavano a introdurre l’elezione diretta dei sindaci.

L’indisponibilità Dc e la timidezza del Pci a inserire elementi maggioritari

Preso atto dell’indisponibilità della maggioranza a cinque intorno alla Dc di incidere sulla forma di governo introducendo elementi maggioritari non solo nel funzionamento ma anche nella stessa composizione delle assemblee (o appunto l’elezione diretta del vertice almeno degli esecutivi sub-nazionali) e preso atto della tiepidezza comunista (anche se con la segreteria Occhetto le cose
avrebbero cominciato a cambiare), vennero a maturazione idee coltivate da tempo in ambito radicale (Marco Pannella) e non solo (parte della Dc, in particolare: si pensi a Mario Segni, oltre a singoli esponenti di altre forze politiche, a partire da Augusto Barbera, Pci; si pensi alla Lega democratica di Pietro Scoppola). Si trattava di forzare la mano ai partiti con un’iniziativa dal basso, che raccolse subito notevoli consensi.

Non era facile, anche tecnicamente, costruire dei quesiti per incidere radicalmente sulla legislazione elettorale: una restrittiva giurisprudenza della Corte costituzionale impediva referendum abrogativi dell’intera formula elettorale. Bisognava trovare il modo di farlo lasciando in piedi qualcosa che funzionasse.

La richiesta di tre referendum

Si partì con la richiesta di tre referendum: per i comuni (si trattava di estendere il sistema dei comuni sotto i 5000 abitanti a tutti gli altri), per il Senato e per la Camera. La Corte ammise il solo referendum sulla Camera, che aveva grande significato politico e modesto impatto sostanziale: l’unica cosa fattibile essendo risultata la riduzione da 4-3- 2 a una delle preferenze, e il divieto di esprimerle con numeri invece del nome (meccanismo che facilitava i brogli). Si tenne così il referendum del 1991: quello reso celebre dall’invito del leader socialista Craxi agli elettori di “andare al mare” (e non votare), il segnale che una parte rilevante della classe dirigente dell’epoca non era più in sintonia con la realtà (e che non si era accorta, fra l’altro, che il Muro di Berlino era caduto!). Infatti a votare andò quasi il 63% degli aventi diritto, e per la riduzione delle preferenze si pronunciò poco meno del 96% dei partecipanti.

Il lavoro sui quesiti respinti

Si tornò allora a lavorare sui quesiti respinti per ripresentarli. Su un’ipotesi elaborata dal costituzionalista bergamasco, Serio Galeotti, lavorarono in diversi: un nome per tutti, l’allora giovanissimo Giovanni Guzzetta erede della nidiata di leader della FUCI che hanno fatto la storia delle riforme istituzionali ed elettorali in Italia (Tonini e Ceccanti prima di lui, Vassallo dopo). Altri
concorsero in sede parlamentare riuscendo ad apportare senza che i più se ne accorgessero modifiche marginali alla legge per il Senato in modo da rendere funzionante il sistema in caso di vittoria del “Sì”, e dunque ammissibile il referendum (vi concorse fra gli altri Peppino Calderisi, la storia nel libro sui referendum di Barbera e Morrone, 2003).

L’ammissione degli altri quesiti

Sta di fatto che i due referendum sui comuni e il Senato furono ammessi. Il primo non ci sarebbe però stato perché nella Undecima legislatura (quella breve dal 1992 al 1994) il Parlamento avrebbe finalmente varato la più riuscita e la più importante delle riforme degli ultimi 25 anni: la legge 81/1993 che introdusse l’elezione diretta dei sindaci (sarebbe stata seguita fra 1995 e 2000 dall’elezione semi-diretta e poi diretta dei presidenti delle Regioni).

Il referendum del 18 aprile 1993 e il Mattarellum

Così il 18 aprile si tenne il solo referendum sul Senato. Il Parlamento fu costretto a varare le nuove leggi elettorali, che risultarono scritte “sotto dettatura referendaria”, cioè raccogliendo l’esito del referendum e razionalizzandolo. Vennero varate le due leggi Mattarella (dal nome del relatore sui progetti, il futuro presidente della Repubblica), in larga prevalenza maggioritarie ma con riequilibrio proporzionale: che dettero quello che ci si attendeva, sostanziale investitura popolare di maggioranze e governi e alternanza. Dopo tre elezioni il centro-destra cambiò le carte in tavola imponendo la legge Calderoli (2005): il resto è storia recente.

Una data cruciale

Ma il 18 aprile 1993 resta una data cruciale: è considerata, comunque, l’inizio della c.d. seconda fase della Repubblica. Certo: le speranze di allora non sono state suffragate dalle scelte successive. Mai è stato possibile completare la riforma: né per quel che riguarda il sistema elettorale, né per quel che riguarda la forma di governo come è in Costituzione. Ricordo il referendum fallito d’un soffio e solo perché s’erano inseriti moltissimi elettori ormai all’estero, che però ancora non potevano votare a distanza: era un altro meno felice 18 aprile (1999). I votanti furono il 49.58%, i sì oltre il 91%. La spinta propulsiva per dirla con Berlinguer s’era esaurita.

Quanto alle modifiche costituzionali, anche su queste non devo aggiungere nulla: sappiamo dove siamo restati. E perché. Ma chi fallisce gli appuntamenti con la (sua) storia, deve prepararsi a fronteggiarne le conseguenze e a vedersi riproporre – inevitabilmente – le stesse sfide. Almeno noi, attrezziamoci, coerenti con l’intera vicenda del Pd dal 2007 ad oggi.

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