2 dicembre 1977, quando il sindacato faceva la storia

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40 anni fa la grande manifestazione dei metalmeccanici a Roma

“Cari compagni che fischiate, il sindacato, questo sindacato, vuole cambiare l’Italia con voi, non contro di voi…”, urlò Pierre Carniti. Un comizio d’altri tempi. Lui i comizi li sapeva fare meglio di tutti – insieme a Luciano Lama – e probabilmente non era stato scelto a caso per chiudere la manifestazione dei metalmeccanici del 2 dicembre 1977. Quaranta anni fa. Una delle più grandi e importanti manifestazioni sindacali della storia repubblicana. Non solo e non tanto per la gente (una enorme folla valutata sulle 200mila persone: vere, eh, non come oggi che si sparano cifre precostituite e irralistiche) ma per l’impatto politico che ebbe. In un certo senso fu l’ultima grande prova del protagonismo operaio novecentesco.

Era una giornata freddissima, gelida. Nerastra. Forse piovve anche un po’. Tre cortei tutti giganteschi, urlanti, a ranghi serrati. Migliaia e migliaia di eskimi. Volantini, megafoni, cartelli, fischietti, tamburi. Il vento tagliente spazzava foglie e cartacce. C’erano moltissimi studenti. Le femministe, anche. La grande piazza San Giovanni già gremita dalla prima mattina. D’altronde si doveva fare così, allora: riempire la piazza prima che vi giungessero gli “autonomi” con i vari gruppi e gruppetti che oggi chiameremmo “antagonisti” e che all’epoca riempivano la zona grigia fra le forze democratiche e le sigle terroristiche. Erano loro “i compagni che fischiavano”, cui si rivolgeva Carniti che era forse il sindacalista meno chiuso alle proteste dei movimenti: e tantissimi, erano, quelli del Movimento, e senza timore di alzare il dito e il medio e il pollice per fare il segno della P38. E’ vero che il movimento del ’77 aveva imboccato la parabola discendente ma in fondo non erano passati che dieci mesi dalla cacciata di Lama dall’Università di Roma. Autonomia Operaia era quindi ancora forte. Urlavano, tenuti a debita distanza dagli operai dell’Flm (la Federazione unitaria dei metalmeccanici, creazione di Bruno Trentin e appunto Pierre Carniti). “Alcune provocazioni degli autonomi furono controllate senza difficoltà e tutto si svolse senza incidenti”, ricordò poi Pio Galli, altro sindacalista leggendario che parlò dal palco a nome della Flm.

Noi studenti di sinistra eravamo come al solito a fare un po’ da cuscinetto e parve a noi un miracolo che non si fosse giunti ai soliti scontri. Gli operai erano gli operai, diamine. I “romani” non avrebbero tollerato un’altra onta come quella del giorno di Lama all’Università. La direttiva era secca: non rispondete, non arrivate allo scontro fisico. Erano giunti da tutta Italia, i lavoratori: 35 treni speciali e centinaia di pullman. Alla fine, sì, Lotta Continua fece un po’ di casino (ma lontanissimo dall’enorme palco), ma tutto sommato il 2 dicembre fu anche un grande fatto per la democrazia e l’agibilità politica di Roma, dove da mesi le manifestazioni erano quasi sempre vietate.

Quel giorno freddo e grigio noi giovani romani vedemmo “gli operai” forse per la prima volta, perlomeno così numerosi e determinati. Gli operai “in carne e ossa”, come diceva Gramsci. Moltissimi di loro avevano passato la notte in treno (allora da Torino e anche da Milano a Roma ci voleva una notte), erano molto incazzati perché non vedevano risultati significativi nella politica economica di un governo che pure si reggeva sull’astensione di comunisti e socialisti. Era una manifestazione “politica”, non di rivendicazione sindacale. Lì stava la sua forza. C’erano striscioni immensi contro Andreotti, anche se si stava ben attenti a evitare toni estremisti – perché al tempo stesso bisognava contrastare proprio l’estremismo dei gruppi.

L’impatto politico della manifestazione fu devastante per il quadro politico contrassegnato dalla primissima esperienza di solidarietà nazionale, il famoso governo delle astensioni guidato da Giulio Andreotti. L’opposizione sociale era forte. Il terrorismo mieteva vittime. Il Partito comunista – “in mezzo al guado”, come sintetizzò poi Giorgio Napolitano – era abbastanza nei guai, affaticato a spiegare le ragioni dell’unità nazionale con la Dc, pressato dalla base del partito e dal movimenti, criticato dagli intellettuali di sinistra, da una bella parte della classe operaia. La manifestazione, nei fatti, era contro l’intesa con la Dc. Contro la linea di Berlinguer.

Il giorno dopo apparvero due prime pagine importantissime. La prima, quella di una giovanissima Repubblica: Giorgio Forattini realizzò forse la sua vignetta più importante, un Enrico Berlinguer in vestaglia e pantofole sorseggiante un tè con il quadro di Marx alla parete infastidito dal rumore di fondo del grande corteo operaio. Una vignetta che valeva più di dieci editoriali.

L’altra pagina importante fu quella dell’Unità che titolò a caratteri cubitali “Una forza operaia immensa”, una frase che voleva esprimere un idem sentire e che suonava come la “risposta” del Pci agli operai: come un “abbiamo capito”. E infatti da quel 2 dicembre che iniziò la crisi di quel governo, cui seguì – il 16 marzo 1978, a poche ore dal rapimento di Aldo Moro – un nuovo governo di solidarietà ma con il Pci nella maggioranza, comunque anch’esso presieduto da Andreotti.

Il Pci si infastidì per la vignetta di Forattini ma apprezzò due cose. Che il sindacato avesse riconquistato, e alla grande, la piazza. E che la forza operaia potesse tornare utile nel contenzioso con la Dc per spostare un po’ l’asse della politica nazionale. Anche gli esponenti della “destra” comunista come Napolitano e Chiaromonte furono alla fine soddisfatti per quel 2 dicembre operaio. Per non parlare di Berlinguer, che, seppure amareggiato per vignetta di Forattini  (lo storico Paolo Spriano scrisse una nota fiammeggiante in cui esaltò la “vita di sacrificio, di passione rivoluzionaria, di tensione politica e morale di un dirigente comunista come Berlinguer”), pure ne trasse ulteriore conferma che l’accordo con la Dc andasse rivisto. Purtroppo, di lì a pochi mesi, non c’era più Aldo Moro per aprire una stagione diversa.

Ecco, il 2 dicembre ’77 è un grande esempio di come la pressione democraticamente organizzata, in una società matura, possa modificare il corso politico e persino storico. Per combinazione, a 40 anni esatti, il 2 dicembre 2017, la Cgil organizza una giornata di mobilitazione contro il governo e le sue proposte sulle pensioni. Ci sarà una manifestazione a piazza del Popolo. Ma fra 40 anni non ne se ricorderà nessuno.

 

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