Il 2018 sarà un anno chiave per cinque leader mondiali

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Donald Trump, Vladimir Putin, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Theresa May: ecco cosa ci si aspetta da loro

L’anno appena trascorso ha fatto registrare alcuni avvenimenti che sicuramente costituiscono delle vere e proprie svolte a livello mondiale, ma quello appena iniziato si presenta con potenzialità ancora maggiori. In particolare, il 2018 sarà un anno chiave per alcuni dei leader politici più importanti e influenti nel panorama globale: Donald Trump, Vladimir Putin, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Theresa May.

Trump al bivio: tra elezioni di Midterm e promesse da mantenere

L’elezione di Donald Trump alla fine del 2016 e il suo insediamento all’inizio del 2017 sono il fatto politico che più di qualsiasi altro ha condizionato (e in parte stravolto) gli equilibri globali. Il tycoon newyorchese, primo presidente degli Stati Uniti che non abbia alle spalle alcune esperienza politica o militare, si era presentato al suo Paese e al mondo con un programma di governo estremo, soprattutto dal punto di vista delle politiche di accoglienza ed economiche. Alcune promesse sono state mantenute e addirittura superate (vedi Muslim Ban e riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele in chiave anti islamica), altre non ancora (muro al confine con il Messico). Il primo anno di presidenza è stato pesantemente condizionato dalle voci e dalle indagini sul coinvolgimento russo nella campagna elettorale che avrebbe consapevolmente favorito la vittoria di Trump. Il presidente per ora è uscito indenne da questa bufera ma non è detto che lo stesso possa avvenire in futuro. Le sconfitte nelle elezioni locali dei repubblicani (in particolare quella patita in Alabama da Roy Moore) hanno fatto scattare il campanello d’allarme in vista delle elezioni di Midterm di quest’anno: è tuttora considerato difficile che possa accadere, ma se la maggioranza del Congresso dovesse cambiare colore e tornare ai democratici, per “The Donald” potrebbero essere guai. In chiave economica, dopo la vittoria portata a casa con la riforma fiscale (che contiene anche una norma che, di fatto, supera l’odiata Obamacare) l’amministrazione Usa è chiamata a un salto di qualità che, secondo molti analisti, potrebbe portare ad una definitiva rottura dei rapporti commerciali con la Cina.

La zar Putin pronto al quarto plebiscito, in barba alle opposizioni (e ai loro diritti)

Anche quest’anno, come ogni anno, milioni di cittadini russi appenderanno nelle proprie case il calendario che ritrae il presidente Vladimir Putin in dodici pose (più una di copertina) classiche: si va dal bagno a torso nudo in acque ghiacciate alla tenuta in divisa di hockey su ghiaccio, dall’Harley Davidson alle coccole a dei cuccioli di tigre siberiana. Il culto della personalità, si sa, da queste parti pratica diffusa. Il 2018 sarà un anno ancora più importante in questo senso perché le elezioni presidenziali del 18 marzo potranno trasformare tutti questo in milioni di voti validi per rieleggere Putin alla guida del Paese per la quarta volta. Il padre padrone di Mosca, dopo un lungo periodo di pretattica, ha infatti annunciato che correrà ancora per il Cremlino, alla guida del “suo” partito nazionalista Russia Unita, con ottime (eufemismo) possibilità di vittoria. Il suo principale oppositore – Alexey Navalny, fondatore del Partito del Progresso, di stampo liberale e occidentale – è incappato in due condanne con sospensione per aver organizzato sit-in antigovernativi, che di fatto lo rendono al momento non candidabile. Navalny però non molla e ha annunciato che intende prendere comunque parte alla contesa dato che secondo lui la Costituzione russa vieta di candidarsi sono a chi ha scontato la pena in carcere. L’unico altro partito che può lontanamente impensierire lo “Zar” è il vecchio glorioso partito comunista russo, che negli ultimi anni ha proceduto a un forzato rinnovamento. Niente di più probabile comunque che la leadership di Putin non venga intaccata, anzi potrebbe essere addirittura rafforzata. Un elemento che condizionerà gli equilibri globali, a partire dal Medio Oriente, dal Mediterraneo, dall’Ucraina e dalla crisi coreana.

La Merkel più debole di sempre con il rebus governo

Il 2017 ci consegna la Angela Merkel più debole, nella sua lunga storia alla guida della Germania. Le elezioni federali dello scorso settembre sono state un vero e proprio shock per i cristiano-democratici che, insieme al partito gemello bavarese, si sono confermati primo partito ma hanno ottenuto uno dei loro peggiori risultati della storia, esattamente come l’altra Volkspartei, la Spd di Martin Shulz. Per la prima volta fa il suo ingresso nel Bundestag una forza populisti, anti-sistema, di estrema destra, Alternative fuer Deutschland. Il rebus del governo, che per ora ha portato al fallimento della Jamaika Koalition (Cdu/Csu – Liberali – Verdi) potrebbe risolversi con la terza riedizione negli ultimi quattro mandati della Grosse Koalition con i socialdemocratici, nonostante l’iniziale reticenza di Shulz. Le pressioni del presidente della Repubblica Steinmeier, insieme a quelle interne, hanno spinto l’ex presidente del Parlamento europeo a fare un mezzo passo indietro ed accettare di cominciare le trattative con la Merkel. L’intesa però è tutt’altro che scontata e la Spd ha già fatto sapere che non intende regalare niente, anche perché imputa il pessimo risultato alle ultime elezioni proprio al fatto di essersi troppo allineata alle politiche del centrodestra negli ultimi anni. Tema centrale, oltre alle questioni economiche, migratorie e ambientali, sarà la grande questione delle riforme europee, con i socialdemocratici che spingono per sposare in toto la linea di Macron.

La doppia sfida di Macron: una Francia coesa per un’Europa più forte

L’elezione di Emmanuel Macron alla presidenza della Repubblica francese ha rappresentato, per certi versi, il contraltare alla vittoria di Trump negli Stati Uniti. Se, infatti, Marine Le Pen avesse prevalso, avremmo avuto alla guida della Francia un partito nazionalista, identitario, anti-europeista e avremmo dovuto dire forse addio per sempre al sogno di un’Europa unita. Con la vittoria dell’8 maggio, il più giovane presidente della storia della Repubblica ha fermato una tendenza che sembrava dilagante. E l’ha fatto con parole d’ordine coraggiose, che ora sta cercando di mettere in pratica: “Serve più coraggio per un’Europa sovrana, unita e forte”. Il 2018 sarà l’anno decisivo in questo senso. Gli sforzi di Macron dovranno abbattere le diffidenze di molti governi, ma sarà fondamentale un rinnovato asse con Berlino. L’apporto che la Spd potrà dare alla coalizione di governo in Germania sarà una condizione necessaria per rimettere al centro del confronto questioni come l’unione fiscale, economica, militare e politica dell’Europa. Non meno importanti, in questo senso, saranno le elezioni in Italia, che, se ci consegneranno un governo dominato da forze anti-europeiste, potrebbero rappresentare un ulteriore scoglio per l’integrazione. “Il 2018 – ha detto Macron nel discorso di fine anno – sarà l’anno della coesione francese”, sottolineando come un Paese lacerato come la Francia di oggi non sia nelle condizioni di affrontare questo passaggio storico con la necessaria fiducia e determinazione.

Theresa May anatra zoppa, inchiodata alla Brexit e al suo governo traballante

Se si potesse stilare una classifica delle peggiori scelte politiche del 2017, non ci sarebbe alcun dubbio: la decisione di Theresa May di portare il Regno Unito alle elezioni anticipate si è rivelata un clamoroso autogol. L’idea era quella di aumentare i numeri della maggioranza per rafforzare l’azione del governo a guida conservatrice. Il risultato è stato quello di aver indebolito sia il governo che la maggioranza e di aver ridato credibilità e popolarità a un partito, il Labour, e un leader, Jeremy Corbyn, che sembravano destinati ad una crisi irreversibile. Oggi i tories, per tenere in piedi l’esecutivo, sono appesi al voto dei dieci deputati del Dup, il partito unionista nordirlandese, che ha già fatto sentire la sua voce, condizionando le scelte delle May in ottica Brexit. Il niet dei lealisti di Belfast ha infatti impedito il riconoscimento dello status speciale per l’Irlanda del Nord nel mercato unico europeo, rendendo il rompicapo del confine tra Ulster ed Eire sempre più di difficile risoluzione. La chiusura della prima fase della trattativa tra Europa e Regno Unito – che ha già trasformato le velleità di hard Brexit in una sorta di soft Remain – è unanimemente considerata una grande vittoria di Bruxelles. Difficilmente una leader così debole e poco lungimirante come la May cambierà la storia in questo 2018.

 

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