Con l’elezione dei presidenti delle Camere nasce un nuovo bipolarismo

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Non sappiamo in quali forme Di Maio e Salvini abbiano già deciso di dar vita a un Governo da loro egemonizzato

Le urne avevano visto prevalere come lista il M5s e come coalizione il centrodestra a trazione leghista. Tuttavia la sera delle elezioni non si poteva parlare ancora di due vincitori dentro le istituzioni ma solo in termini di sociologia elettorale, giacché essi non sembravano ancora sommabili in un equilibrio di Governo.

L’elezione dei Presidenti delle Camere ha invece rivelato che la frattura tra sovranisti e federalisti europei, che molti (da Fabbrini a Panebianco) avevano già visto come la frattura più importante nel sistema politico, consentiva di abbreviare i tempi sin da subito.

Se sommati Di Maio e Salvini sono effettivamente due vincitori ed hanno quindi chiaramente prefigurato la formazione della nuova maggioranza politica. Di Maio ha sin dall’inizio voluto Fico alla Presidenza della Camera per disinnescare eventuali critiche interne dell’ala movimentista (in questo, si parva licet, ci perdoni Berlinguer, si tratta di una scelta analoga a quella che fece il Pci nel 1976 indicando Ingrao che era perplesso sulla costituenda maggioranza di solidarietà nazionale) e si è fatto quindi mettere il veto su Fraccaro da Salvini. Quest’ultimo, non potendo prendere direttamente come Lega la presidenza del Senato, ha individuato la candidatura Casellati, la più scolorita dentro Fi, facendo mettere a Di Maio il veto su Romani e eliminando Bernini proponendola a sua insaputa e contro Berlusconi.

Il fondatore del centrodestra, dopo vari tentativi di ribellione, è stato costretto a restare nell’intesa dal conflitto di interesse, ossia dai rischi per le sue aziende. Il conflitto, infatti, non è tanto un problema democratico quando si governa perché gli interessi sono visibili. E’ un problema rispetto all’opposizione perché le maggioranze possono colpire gli interessi dell’oppositore. Quest’ultimo è quindi costretto alla subalternità.

Non sappiamo in quali forme Di Maio e Salvini abbiano già deciso di dar vita a un Governo da loro egemonizzato: quanto investiranno in prima persona, quanto dissimuleranno grazie ad altri, come risolveranno il problema Berlusconi. Lo scopriremo vivendo, ma abbastanza presto. A questo punto, con la forza dei loro numeri, è tutto in discesa.

Forza Italia ne esce distrutta in modo definitivo, quale mera appendice delle aziende di Berlusconi, subalterna in modo imbarazzante.

L’onere dell’opposizione alternativa, europeista, in raccordo alle altre grani democrazie continentali, spetta pressoché per intero al Pd che ha fatto bene a non entrare in modo subalterno in tattiche parlamentari che sarebbero state comunque inefficaci. Il Pd deve guidare al Paese, alle grandi aree di consenso che restano fuori o perplesse rispetto all’accordo, anche tra gli elettorati del centrodestra e del M5S, e alle contraddizioni che si apriranno al momento in cui le ricette sovraniste dovranno in qualche modo essere tradotte in pratica. Allacciamoci le cinture.

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