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Quarant’anni di 194, una legge da applicare pienamente e difendere

Quarant’anni fa, il 22 maggio 1978, entrava in vigore in Italia la legge 194, che da allora ha consentito alle donne, entro il novantesimo giorno di gestazione, di accedere alla interruzione volontaria di gravidanza per motivi di salute, economici, sociali o familiari.

Una norma che nell’Italia delle contestazioni e delle lotte per l’emancipazione, al culmine di una aspra battaglia politica e civile portata avanti da radicali, sinistra e associazioni femminili, sancì nero su bianco due principi fondamentali: quello della laicità dello Stato, che cessava di ritenere un reato ciò che per alcuni era “peccato”, e il rispetto della libertà di scelta in materia di scelte individuali.

La legge 194 rappresentò per l’Italia di allora un salto culturale di natura epocale ma, fin dalla sua entrata in vigore, non ha smesso di essere oggetto di critiche e attacchi, dai 35 ricorsi per incostituzionalità al più famoso, il referendum del 1981 per la sua abrogazione che vide però il Paese, nonostante la mobilitazione massiccia del fronte degli oppositori, schierarsi nettamente contro la cancellazione.

Una norma, la 194, che ebbe tra gli effetti quello di salvaguardare la salute, e in molti casi la vita, delle migliaia di donne costrette fino ad allora  a ricorrere alla pratica degli aborti clandestini: prima dell’approvazione della legge erano tra le 350mila e le 450mila le interruzioni di gravidanza registrate ogni anno, mentre già l’anno successivo il numero era sceso a 237mila.

Ma quali sono i numeri dell’applicazione della legge sull’aborto oggi, e quale un possibile bilancio a quarantanni dalla sua approvazione?

I dati ufficiali, quelli del Sistema di sorveglianza epidemiologica delle Ivg, che raccoglie Istituto superiore di sanità, ministero della Salute, Istat e Regioni, parlano per il 2016 di 84.926 interruzioni di gravidanza, in calo del 3,1% rispetto al 2015 e addirittura dimezzate rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il picco di 234.801 aborti. Un dato, quello italiano, tra i più bassi a livello internazionale.

Al netto del dato in sé sono però oggi altri, e per certi versi più subdoli, gli ostacoli che la 194 si trova ad affrontare, tanto da far parlare della necessità, dopo 40 anni, di un “tagliando”.

A destare particolare preoccupazione è il sempre più massiccio ricorso all’obiezione di coscienza da parte dei medici delle strutture pubbliche che sta portando, soprattutto in alcune Regioni, all’interruzione di fatto di un servizio.

La percentuale in costante aumento dei ginecologi obiettori è infatti passata dal 58,7% del 2005 al 70,9% del 2016, con picchi registrati soprattutto al Sud del 96,6% in Molise, dell’88,1% in Basilicata e dell’86,1% in Puglia. Numeri che hanno portato nel 2016 alla condanna dell’Italia da parte del Comitato europeo dei diritti sociali per la violazione del diritto alla salute delle donne che hanno scelto di abortire.

Un problema che dovrebbe stare in capo alle strutture pubbliche affrontare e risolvere, garantendo sia il diritto dei medici all’obiezione che quello delle donne all’accesso all’ivg.

Una contraddizione che potrebbe essere risolta, tra l’altro, facilitando procedure e modalità per l’accesso alla RU-486, la pillola abortiva autorizzata nel nostro Paese dal 2009, fin qui utilizzata in Italia solo nel 15% dei casi.

Insomma a quarant’anni dall’approvazione della 194 non si esaurisce la battaglia non solo per la sua piena applicazione ma anche, visto il vento di destra e populista che ha investito l’Italia, per la sua difesa.

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