I giornali di oggi / Di Maio contro la Matematica

Focus

È la manovra economica e lo scontro fra il ministro dell’Economia Tria e i 5 Stelle, la notizia di apertura sulla maggior parte dei quotidiani in edicola. Tria a rischio perché fa tornare i conti, più che le promesse elettorali

È la manovra economica del governo, con lo scontro fra il ministro dell’Economia Tria e i 5 Stelle la notizia di apertura sulla maggior parte dei quotidiani che troviamo oggi in edicola.
L’apertura del Corriere della Sera: Deficit, sfida sul 2 per cento. Giorgetti: si può sforare con proposte serie. Di Maio preme, Tria resiste, quella di Repubblica: Il piano: giù l’Irpef con rincari Iva. Pensioni, tagli sopra i 4.500 curo. Offensiva grillina contro alti dirigenti del Tesoro: nel mirino anche il Ragioniere dello Stato. Il Messaggero titola: Trincea sul deficit e ritocchi Iva. Tria fissa come tetto per il disavanzo 1’1,8% del Pil. Ma sale il pressing M5S sul Tesoro. Ipotesi di modifiche mirate delle aliquote di alcuni prodotti. Conte: «Il “reddito” si farà», mentre La Stampa apre con I grillini: via i tecnici del Tesoro. Nel mirino anche il Ragioniere dello Stato: fa resistenze sul bilancio. Di Maio: servirà un po’ di disavanzo.

 

Quei numeri che non fanno tornare i conti

Alcuni stralci dell’articolo di Federico Fubini, in prima pagina e poi a pagina 3, sul Corriere della Sera, per avere un quadro generale di ciò che sta accadendo:

Se c’è qualcosa che preoccupa Giovanni Tria in questi giorni, sono le parole. In particolare quando vengono pronunciate a sorpresa, riguardo al bilancio, dagli esponenti di governo: quelle mettono alla prova l’imperturbabilità del ministro dell’Economia per un motivo che non riguarda solo gli equilibri politici o la volatilità sul mercato nelle ore seguenti. C’è un’implicazione più concreta: tutto ciò che fa muovere il mercato in queste settimane è destinato a restare a lungo. Ogni dichiarazione erode gli spazi di bilancio per l’Italia se l’effetto diventa un aumento dei rendimenti dei titoli di Stato, come accaduto ieri quando il vicepremier Luigi Di Maio ha detto che vale la pena fare più debito pur di tagliare le tasse.
L’effetto rischia di essere in effetti più debito ma meno spazio per tagliare le tasse, a causa di un meccanismo automatico: nello stilare il bilancio, il Tesoro non può immaginare numeri arbitrari; deve ipotizzare per il 2019 il peso degli interessi sul debito che risulta dai rendimenti di queste ultime settimane.
(…) Per questo il ministro dell’Economia ha seguito con frustrazione i continui rilanci di fine estate, quando i leader di M5S e Lega facevano a gara a chiedere sempre di più. In quel momento il rendimento del titolo a dieci anni è salito fino al 3,24%, il 31 agosto scorso. Ed è anche per questo che Tria è stato felice di assistere verso metà mese a un disarmo bilaterale delle promesse più costose, fra i due partner e concorrenti del governo populista: a quel punto il rendimento dei titoli di Stato a dieci anni è subito sceso di 44 punti (0,44%), non appena gli investitori hanno iniziato a pensare che il titolare dell’Economia sarebbe riuscito a ottenere un deficit a attorno all’1,6% del Pil nel 2019 – piuttosto basso – come risultato della legge di Stabilità.
(…) A quel punto, allentata la tensione sullo spread, è subito partito un altro ciclo di promesse al rialzo sul deficit. E quello in corso in queste ore. Succede sempre così non appena i leader politici si sentono un po’ più al sicuro da un’altra ondata di stress sui mercati. Stavolta la sfida si consuma attorno alla soglia del 2% di deficit (…) Già l’incontro di governo di lunedì sera aveva messo in evidenza posizioni distanti. Poi ieri una nuova asta delle promesse è stata inaugurata da Luigi Di Maio, vicepremier di M5S e leader più in difficoltà nei sondaggi e nell’agenda politica rispetto alla Lega, dunque più bisognoso di un’affermazione. Di Maio ha ricordato che vale la pena di fare «debito in più per mantenere le promesse». Quanto a lui, arriverebbe a un disavanzo del 2,5% nel 2019, che implica davvero aumenti del debito, probabili declassamenti dell’Italia da parte delle agenzie di rating e nuovi costi da interessi a carico degli italiani.
Naturalmente la Lega non poteva restare indietro, dato che il capo politico di M5S aveva ripreso a rilanciare. E il mercato ha subito risposto con un aumento di dieci punti dei rendimento del debito italiano. (…)

Anche il focus di Andrea Bassi, a pagina 3 del Messaggero, dove si spiegano gli obbiettivi del ministro Tria, è utile per comprendere meglio la situazione:

Per il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, quello che si prospetta è un “doppio fronte”. Il primo è quello del governo. Il muro eretto sul deficit dovrà reggere l’assalto dei colleghi di governo nel consiglio dei ministri che dovrà esaminare la Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza. Ma una partita altrettanto, se non più complessa, sarà quella che il professore dovrà affrontare in Parlamento. Qui, come hanno già fatto notare alcuni esponenti gialloverdi, il ministro dell’Economia è alla ricerca di truppe. Le commissioni bilancio di Camera e Senato che dovranno esaminare il testo che il governo trasmetterà al Parlamento, sono state «blindate» dal Movimento Cinque Stelle e dalla Lega, mettendo alle rispettive presidenze esponenti di primo piano e fidatissimi dei due leader.
(…) Insomma, secondo alcuni osservatori, anche se Tria riuscisse a mantenersi sulla trincea dell’1,8% del deficit in Consiglio dei ministri, potrebbe rischiare di veder franare quello stesso argine in Parlamento, dove le misure su reddito di cittadinanza, pensioni e flat tax, potrebbero essere rafforzate con emendamenti di deputati e senatori leghisti e pentastellati. C’è anche da considerare che, a difendere le misure di Tria in Parlamento, dovranno essere vice ministri e sottosegretari che hanno collaborato più alla stesura delle misure dei rispettivi partiti che alle elaborazioni delle task force create dal ministro dell’Economia per esplorare vie alternative sugli stessi temi. La grillina Laura Castelli, per esempio, sta lavorando essenzialmente al reddito di cittadinanza. Così come il leghista Massimo Bitonci fa parte della squadra che ha preparato il pacchetto fiscale del Carroccio. (…)

 

5 Stelle vs Tria. L’attacco

Cerchiamo di approfondire un paio di temi interessanti, come quello che vede maggioranza e Tria su posizioni per ora piuttosto lontane. Sul Corriere della Sera, il servizio di Alessandro Trocino e Claudia Voltattorni, a pagina 2, pone l’attenzione proprio sul malcontento dei 5 Stelle verso il ministro:

Meno 8 giorni al 27 settembre, quando il governo dovrà pubblicare la nota di aggiornamento al Def con gli obiettivi della prossima legge di Bilancio.
Ma 5 Stelle e Lega continuano a premere per avere più ampi margini di movimento per i rispettivi provvedimenti: reddito di cittadinanza per i primi; flat tax, riforma delle pensioni e pace fiscale per i secondi. Ciascuno punta a 9 miliardi di euro per una manovra complessiva che si aggira intorno ai 30. Ma in mezzo c’è sempre la questione del deficit/Pil. Con il ministro dell’Economia Giovanni Tria che non vuole oltrepassare il limite dell’1,6% e pure il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ricorda che così «il debito pubblico italiano è sostenibile». Ma il vicepremier Di Maio, «per mantenere le promesse», vuole «attingere ad un po’ di deficit per far rientrare il debito l’anno dopo o tra due anni» e promette di «non sfocare il 3%».
(…) Pure la vice di Tria, la grillina Laura Castelli, boccia l’1,6%: «Vorrebbe dire non fare quasi niente, solo tagli. Ma le risorse nel bilancio sono moltissime e vanno recuperate».
Ma intanto, i 5 Stelle sono in rivolta contro Tria. Nonostante le rassicurazioni di Di Maio, la pressione resta forte. E i vertici hanno deciso di usare la forza d’urto dei parlamentari per mettere nell’angolo il ministro. Il malcontento c’è, anche se per ora non formalizzato. Ma che lo si voglia raccontare e usare a questo scopo lo si capisce dalle parole di Francesco D’Uva, il capogruppo ricevuto da Conte cui ha chiesto rassicurazioni sugli obiettivi M5S. Perché «tra gli eletti c’è una significativa apprensione sulla manovra».

Su Repubblica, a pagina 3, la guerra intestina alla maggioranza gialloverde, con i grillini che prendono di mira Tria, è così raccontata da Tommaso Ciriaco, che descrive, in particolare, l’attacco pentastellato al cuore della struttura tecnica del Mef, insomma i 5 Stelle stanno cercando di fare terra bruciata intorno a Tria:

Il momento peggiore si consuma a inizio settimana. Informalmente, i sottosegretari grillini
all’Economia chiedono al Ragioniere generale dello Stato Daniele Franco di essere ricevuti.
Una, due volte. Pretendono di spiegargli che i soldi necessari al reddito di cittadinanza esistono, ma sono nascosti tra le pieghe del bilancio. Che possono essere sbloccati, a patto di frugare tra le tabelle in mano al Mef. Il guardiano dei numeri del Paese, ovviamente, fa finta di non aver sentito. Non può fare altrimenti, non ha il potere di cambiare la realtà dei numeri soltanto perché i cinquestelle lo desiderano.
Avvertito, Luigi Di Maio intensifica il martellamento contro Giovanni Tria. Di più: fa sapere attraverso canali riservati al responsabile del Tesoro che nel mirino è finita anche la sua filiera. I suoi megafoni politici filtrano il messaggio anche fuori dai palazzi del governo. A pochi giorni dal momento della verità sui conti, il leader intende scardinare il board che regge l’Economia. E buttare giù addirittura il Ragioniere generale, confermato dall’esecutivo nel suo ruolo soltanto lo scorso luglio. (…)
Di Franco si è già detto: austero, confermato da pochissimo nel suo incarico, garanzia per i mercati e simbolo di continuità, è bersaglio preferito delle accuse di queste ore. «Con il deficit all’1,6% attaccava solo ieri Castelli – non potremmo fare quasi niente». Al posto di Franco, fanno circolare, potrebbe finire Biagio Mazzotta, di fatto il suo vice, a capo dell’ispettorato generale del Bilancio del Mef. Ma non basta. C’è un elenco informale con altri nomi che fa circolare il Movimento, personalità che starebbero colpevolmente irrigidendo la posizione di via XX settembre. Tra questi, spicca il nome di Roberto Garofoli, capo di gabinetto di Tria (…) L’attacco alla compagine del ministro, ovviamente, punta al cuore della sua struttura. E mira a piegare il responsabile del Tesoro, o in alternativa a metterlo da parte definitivamente. L’attacco concentrico punta anche contro Francesca Quadri – a capo dell’ufficio coordinamento legislativo – e contro Glauco Zaccardi, capo dell’ufficio legislativo finanze. Per i pentastellati di governo, insomma, l’unico modo per ottenere il reddito è colpire la struttura del Mef su due fronti: chi gestisce i conti e decide sulle politiche economiche – come Franco e Garofoli – e chi mette nero su bianco i provvedimenti.
La tensione è talmente alta che anche da Palazzo Chigi Giuseppe Conte fa trapelare un messaggio senza sfumature. Il premier riceve i capigruppo 5S, pronti se necessario a varare un documento anti Tria, sposa esplicitamente la linea di Di Maio (…)

Quindi, il premier Conte e Di Maio sono sulla stessa linea, avversi a Tria e disposti a rischiare lo stato del Paese. Ilario Lombardo, in prima pagina e poi a pagina 4 della Stampa, nell’articolo intitolato M5S, nel mirino i tecnici del Tesoro. “Via il Ragioniere dello Stato”, racconta così l’attacco al Mef che si sta consumando in queste ore:

Un nome è in cima al libro nero degli uomini di Di Maio al governo: si tratta di Daniele Franco, il Ragioniere dello Stato. È l’uomo che stringe tra le mani il cuore della spesa, che ha responsabilità su bilancio di previsione e rendiconto generale dello Stato, tiene la contabilità e vigila sulle uscite.
(…) Di Maio e Conte annunciano per il 2019 un repulisti di chiunque al Mef «abbia opposto resistenza al cambiamento».
A partire da Franco, prorogato lo scorso luglio e in scadenza a fine anno, una lunga carriera in Bankitalia e da sempre poco amato dal Movimento. (…)
Di Maio dice di non essere disponibile ad «aspettare due o tre anni per mantenere le promesse» e che «si attingerà a un po’ di deficit», rinviando di un anno il problema del debito. Perché questo è il punto che Tria ha spiegato e rispiegato ai suoi interlocutori. Solo restando all’1,6 per cento del deficit l’Italia può garantire un punto in meno di debito. In via XX Settembre si dicono certi che Tria non mollerà. E la stessa impressione hanno al Quirinale, da dove il presidente Sergio Mattarella osserva le convulsioni del governo, convinto che il ministro garantirà la stabilità dei conti. «All’1,6 per cento il governo non può fare nulla» spiega invece Castelli.
È la prima vera ammissione pubblica. (…) Il viceministro del M5S lo ribadisce a chi le chiede del piano di 70 miliardi di coperture promesso dai grillini: «Per il reddito servono 10 miliardi, li otteniamo tagliando i sussidi ambientali dannosi».

 

Di Maio e la matematica

Luciano Capone, nella prima pagina del Foglio, commenta ironicamente le minacce di Di Maio, ricordando, con mestizia più che ironia, anche le promesse farlocche dell’attuale vice premier:

Voglio che il ministro dell’Economia di un governo del cambiamento trovi i soldi per gli italiani. Un ministro serio i soldi li deve trovare”. Tutti hanno letto le dichiarazioni di Luigi Di Maio come un duro attacco a Giovanni Tria. E quasi sicuramente lo erano.
Ma c’è un’altra possibile interpretazione, che allontana l’accusa politica e rivela la sincera colpevolezza. Ed è questa: siccome per trovare le risorse serve un ministro serio, Di Maio si fa da parte e chiama in causa una persona seria come Tria.
D’altronde per anni il Movimento cinque stelle ha giurato e spergiurato che i soldi per finanziare il reddito di cittadinanza erano già disponibili (…)
“Il reddito di cittadinanza si può fare e le coperture ci sono”, assicurava l’attuale sottosegretaria all’Economia Laura Castelli, che adesso attacca il ministro Tria perché non vuole fare troppo deficit aggiuntivo. I due, Di Maio e Castelli, avevano addirittura trovato il doppio delle coperture. Ovvero due modi per finanziare il reddito di cittadinanza: il primo era un mix di tagli (agli sprechi e alla casta) e di nuove tasse (alle banche e alle lobby). Il secondo invece era uno schema di moto perpetuo, inventato dal consulente del Mise Pasquale Tridico, che attraverso un trucco statistico avrebbe permesso l’autofinanziamento del sussidio. Una coppia di ministri, o meglio un bi-ministro e una sottosegretaria, che trovano il doppio delle coperture. Dov’è il problema? Il problema è che ora servono coperture vere. E quindi un “ministro serio”. Per questo Di Maio si fa da parte e si rivolge a Tria.
Davvero non si comprendono gli attacchi e le richieste al ministro dell’Economia, la cui unica colpa è quella di saper fare le addizioni e le sottrazioni (…) In questo senso Tria è davvero uno che risponde ai “poteri forti”, come sostengono molti all’interno della maggioranza, ma a quel potere fortissimo che si chiama matematica.

Un altro commento interessante lo troviamo questa mattina sul Dubbio. È a pagina 15 e lo firma Carlo Fusi, e rileva come lo scontro non sia meramente finanziario, di numeri e percentuali, ma essenzialmente politico:

Facciamo un altro po’ di deficit, spiega Luigi Di Maio. Tanto siamo già al 132 per cento del Pil, che volete che sia? Non è forse vero che il Giappone è a quota 240 e il Buthan a 110? E allora… E ancora: rinviamo di uno o due anni il rientro dal debito. In fondo siamo già a 2.341 miliardi e spicci di euro: un record, ma che importa? Ok, ci sarebbe l’obbligo del pareggio di bilancio inserito nell’articolo 81 della Costituzione, in base al quale «il ricorso all’indebitamento è consentito solo… al verificarsi di eventi eccezionali». Ma appunto: forse il rispetto del Contratto di governo non lo è?
Chi si stupisce – o magari rabbrividisce – di fronte alla disinvoltura con cui il vicepremier pentastellato affronta temi delicatissimi legati ai conti pubblici, vuol dire che non ha capito il mainstream che aleggia sull’Italia. O che nel “governo del cambiamento”, la serietà di un titolare di dicastero non si misura sulla capacità di rispettare i vincoli nazionali ed europei quanto nel soddisfare le promesse elettorali.
Ma se invece – come troppi segnali lasciano supporre – il nodo non è meramente finanziario bensì squisitamente politico, nel senso che in ballo c’è la determinazione della maggioranza gialloverde a dimostrare che può agire senza limite alcuno, né nazionale né internazionale (…) allora il pericolo è che ci si metta su un piano inclinato che può diventare inarrestabile. E alla fine del quale nessuno sa cosa ci sia: magari un cumulo di macerie. Perché la verità è che sui conti, pur scontando sia scaramucce che veri e propri agguati, alla fine ci si mette sempre d’accordo. Ma se il dissidio assume forme, diciamo così, ideologiche e diventa una prova di forza totalizzante in virtù della quale le istituzioni invece di lealmente collaborare si fronteggiano cercando l’umiliazione o la sottomissione l’una nei riguardi dell’altra, allora la partita diventa incendiaria fino a rasentare l’avventurismo. (…)
Mancano una manciata di giorni alla presentazione in Parlamento della legge di Bilancio. E’ auspicabile che il nervosismo di queste ore invece di sfociare nell’isteria lasci il posto ad atteggiamenti più prudenti e responsabili. Giova ripeterlo: gli italiani hanno votato M5S e Lega nella speranza, più o meno fondata, che risolvano i problemi. Non che si divertano a fare gli sfasciacarrozze.

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