Un anno dopo

Focus

Qualunque siano la fisionomia dell’alleanza di centrosinistra, è ormai indiscutibile che il Partito Democratico ne sarà insieme perno e baricentro

La fotografia di questo 4 marzo – a soli dodici mesi di distanza da un altro, tristissimo 4 marzo – ci racconta la vasta comunità politica e civile da cui l’Italia ripartirà dopo il tramonto del populismo grilloleghista. Qualunque siano la fisionomia dell’alleanza di centrosinistra e l’offerta politica che qualificherà l’alternativa a Salvini-Di Maio, è ormai indiscutibile che il Partito Democratico ne sarà insieme perno e baricentro. Non era scontato, sia perché in questo anno abbiamo ascoltato mille volte la recita di un necrologio sia perché nello stesso periodo altri partiti (come Forza Italia) si sono ulteriormente indeboliti rispetto al risultato elettorale. Il PD c’è perché intorno al PD c’è un’Italia che non si riconosce nella maggioranza parlamentare inventata da Lega e Cinque Stelle dopo il voto; che chiede per il proprio paese una direzione di marcia diversa da quella scandita da paura, decrescita e isolamento; che è disposta a partecipare in prima persona per scegliersi i gruppi dirigenti.

Dalla nostra comunità politica e civile Nicola Zingaretti ha ricevuto un mandato nettissimo, che gli dà piena legittimazione popolare per guidare il PD lungo i binari che ha più volte annunciato. La sua vittoria è innanzitutto la conferma di una buona notizia: il PD è davvero un partito contendibile, dove i gruppi dirigenti si mettono in gioco e possono essere messi in discussione attraverso il confronto delle idee e delle proposte di leadership. Quella che dieci anni fa sembrava una scommessa un po’ peregrina per la storia politica italiana (affidare le sorti di un partito alla libera valutazione di iscritti, militanti e simpatizzanti) si è rivelata una scelta di grande lungimiranza, soprattutto alla luce della minaccia che nel frattempo è andata crescendo contro le basi stesse della nostra democrazia repubblicana. Il PD delle primarie, lo strano partito dove il segretario viene eletto liberamente e alla luce del sole da tutti coloro che si riconoscono in un campo ideale e valoriale, oggi è molto più di un’organizzazione politica. Somiglia piuttosto ad un bastione circondato da chi come Salvini guarda alle “democrature” populiste dell’Europa orientale o da chi come i Cinque Stelle si augurano la fine della democrazia rappresentativa. Un soggetto testardo e tenace che con la sua stessa vitalità testimonia la forza della democrazia e la possibilità concreta di un corso diverso per la nostra storia nazionale, man mano che la crisi del grilloleghismo allargherà lo spazio dell’alternativa.

Nicola Zingaretti ha vinto un congresso che molti hanno descritto come fiacco e privo di emozioni, ma che in realtà è stato un confronto politico civile tra opzioni di leadership diverse (come dovrebbe essere qualunque scontro congressuale laico e non manicheo): merito anche del rigore con cui Maurizio Martina, Anna Ascani e Roberto Giachetti hanno condotto una competizione finalmente priva di quel chiasso di demonizzazione e divisione da cui il nostro partito è stato afflitto per troppo tempo. La vittoria di Zingaretti – con la sua ampia dimensione popolare – è anche una sconfitta di quel chiasso e insieme l’avvio di una stagione nella quale da una parte i risultati raggiunti dal Partito Democratico al governo dell’Italia e dall’altra la ricerca di un legame nuovo con gli italiani e con il loro futuro siano la doppia base da cui lanciare la sfida alla minaccia più grave vissuta dal nostro paese nell’ultimo trentennio.

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