“Bruxelles 5 anni dopo, un bilancio”. Parla Roberto Gualtieri

Focus

Una nota di ottimismo in vista di una competizione difficile

Con l’approssimarsi delle elezioni europee è anche tempo di bilanci della legislatura appena trascorsa. Roberto Gualtieri, eurodeputato al secondo mandato, in questa legislatura a capo della Commissione Econ del parlamento Ue, ha fatto il suo facendosi intervistare dal giornalista de La Stampa Alessandro Barbera, la settimana scorsa allo Spazio eventi di via Palermo, a Roma. Un bilancio che tira la volata alla sua ricandidatura, forte anche della collocazione del suo nome, da parte di giornali e riviste, tra i membri più influenti del parlamento europeo.

Com’era inevitabile, il bilancio personale è diventato una riflessione a tutto campo sullo stato di salute delle istituzioni comunitarie e sull’efficacia dell’azione dei progressisti nel parlamento di Strasburgo. Gualtieri ha definito la legislatura 2014-2019 «complessa e contraddittoria».  I risultati positivi ci sono stati, perché «grazie alla spinta dei Socialisti e Democratici e del Pd abbiamo impresso una prima importante inversione di rotta rispetto alla stagione conservatrice della Commissione Barroso, segnata dalla linea dell’austerità nella direzione di politiche maggiormente orientate alla crescita, alla coesione e all’equità». E la stessa Bce «non fa più le lettere alla Trichet». E poi certo, ci sono state le «resistenze degli Stati e delle forze conservatrici» che hanno «frenato le riforme più ambiziose».

Un quadro in chiaroscuro, che vale anche per la capacità dell’Unione di reggere l’urto dell’«ondata nazionalista e populista» e della spinta disgregatrice della Brexit: «L’Unione europea ha retto ancora una volta l’urto – ha sostenuto Gualtieri – dimostrando la sua solidità ma al tempo stesso ha messo in evidenza la necessità urgente di una profonda svolta politica e democratica che consenta di affrontare le grandi sfide del nostro tempo».

Gualtieri ha rivendicato anche il principio della flessibilità nelle politiche di bilancio, ottenuto ai tempi ormai lontani del Pd al 40% che ha consentito all’Italia di «evitare 43 miliardi di tagli e tasse». Anche se poi, se di Renzi e dello stesso Gualtieri, a capo della commissione Economia del parlamento, è il merito di aver strappato criteri meno draconiani, di chi ha governato l’Italia in questi anni è la responsabilità di aver utilizzato «solo in parte bene» i maggiori fondi a disposizione. Sempre meglio, però, delle «manovre alla Monti»; qualora fossero proseguite, ora ci sarebbe «una situazione devastante».

Proposte per il futuro? I vecchi cari Eurobond emessi dalla Bei e sottoscritti dalla Bce. Poi InvestEu, un programma già varato, che riprende il piano Junker ampliandone la portata. E la digital tax, per far pagare cifre più eque ai giganti del web.

Il compito per i progressisti non si annuncia facile. Però, secondo Gualtieri, i sovranisti non se la passano granché meglio. Eppure hanno caricato la loro potenza nella comunicazione per dire che dopo le prossime elezioni saranno molto più forti (loro dicono maggioranza, anche se tutti i sondaggi li smentiscono, e infatti per Gualtieri «i populisti resteranno minoranza , il vento sovranista sta rallentando») e riusciranno a stabilire nuove regole nella Comunità.

E poi, anche se dovessero acquistare maggior forza dopo il 26 maggio i populisti di casa nostra dovrebbero fare i conti con alcuni fatti. Il primo è, per dire una, che «Afd è per il rigore assolutoۛ», e quindi una trattativa simile a quella che c’è stata per la prima legge di bilancio gialloverde avrebbe esiti simili, se non peggiori, a quelli visti con la Commissione Junker.

Poi alle europee si vota con il proporzionale, dunque «il punto è quale sarà il blocco più forte» (di qui la validità di un fronte «da Macron a Tsipras») e servirà una capacità di allearsi sconosciuta ai populisti. Considerate poi le «ambiguità del Ppe», ai progressisti resterebbe «uno spazio enorme». Una nota di ottimismo in vista di una competizione difficile.

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