50 anni fa moriva Luigi Tenco, l’artista che non fece pace con il compromesso

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Capostipite della scuola cantautorale genovese, ombroso interprete di emozioni tormentate, la storia dell’artista fu un vero e proprio noir esistenziale. Ne ripercorriamo la carriera attraverso 5 brani

Sono le parole di Gino Paoli, suo collega ed amico fraterno, a gettare ombra sulla morte più celebre della musica italiana. Che quel gesto si attagliasse poco all’uomo Tenco, morto suicida con un colpo di pistola alla tempia dopo essere stato eliminato dal festival di Sanremo, emerge da un dato biografico. Qualche anno prima anche Paoli aveva provato a farla finita, puntandosi l’arma dritto al cuore; la pallottola mancò il suo organo vitale e quando il cantante si riprese c’era Luigi Tenco ad attenderlo fuori dalla camera d’ospedale: scosso e arrabbiato per l’accaduto pare gli avesse detto: “Queste cose non si fanno, io non lo farei mai”.

Ma al di là dell’aneddotica riferita a quella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967, rimane l’eco di una storia, umana e musicale, consumatasi nel giro di un decennio, avviluppata in una coltre da noir esistenziale, dalla quale emerge una figura mitizzata e spesso travisata. Quella di un cantante che nella sua breve carriera ha dato alle stampe solo tre album ufficiali, da una parte gettando le basi per gli anni d’oro del cantautorato – dando vita insieme ai vari Fabrizio De Andrè, Bruno Lauzi e lo stesso Gino Paoli alla famosa “scuola genovese” – ma allo stesso tempo riflettendo contraddizioni ed incertezze che incastravano il nostro Paese, a livello musicale ma anche sociale, tra le spinte innovative e vitalistiche del boom capitalistico e un atavico senso di inadeguatezza, un non allineamento che si traduceva nella ricerca, sempre frustrata, di alternative fuori dal sistema.

Tenco, per tutta la vita, ha rappresentato questo cortocircuito tra inconciliabilità tra vecchio e nuovo, anelito all’impegno sociale e ritrosia intimista, voglia di sfondare e fiera indipendenza artistica.

Quando, una delle prime tappe della storia musicale del Nostro come solista, arriva nel 1960, dopo un paio d’anni di gavetta al soldo dellla Ricordi come turnista da studio di registrazione; ma quello che porta Tenco a interpretare e scrivere canzoni è un passo compiuto con ritrosia, perché, stando a quel che disse, i cantanti erano sempre costretti a riempirsi la bocca di sciocchezze.

Il 1962 è un annata simbolicamente molto rilevante per comprendere meglio alcuni risvolti del personaggio Tenco; in particolar modo per mettere in luce quell’approccio ondivago, un misto di attrazione/repulsione, che l’artista ha avuto per tutta la vita rispetto ai meccanismi della fama e dell’esposizione mediatica. Esce quell’anno il film ‘La Cuccagna‘, di Luciano Salce, che lo vede interpretare il personaggio di un giovane cantautore introverso, refrattario ai valori della borghesia e teso verso il suicidio: una specie di tetra proiezione autobiografica. La colonna sonora è di Ennio Morricone, che firma la musica di questa Tra Tanta Gente

È sempre del 1962 il primo lp di Tenco, che raccoglie alcuni 45 giri pubblicati precedentemente dal cantante e alcuni brani inediti. Cara Maestra, un pezzo che fa tesoro della lezione degli chansonnier francesi non lesinando critiche alla chiesa e alla società dell’epoca, è uno dei motivi per i quali il disco del cantautore passa sotto le forche caudine della censura: la commissione Rai bandirà senza prova d’appello le canzoni di Tenco, che andrà incontro a un penalizzante esilio di due anni dai palinsesti radiofonici.

È del maggio 1965 il secondo album di Tenco. Probabilmente il punto più alto del suo percorso artistico, il disco si nutre principalmente d’introspezione e intimismo; rimasto scottato dal suo allontanamento forzoso dalle scene, il cantautore si concentra sul proprio umore nostalgico, sulla malinconia e le asperità che l’amore nasconde dietro a speranze illusorie. Nel lotto dei brani di questo lavoro ne spiccano alcuni che diventeranno dei veri e propri classici del repertorio del cantante – quantitativamente non molto corposo, un centinaio di canzoni in tutto – come questa Vedrai Vedrai.

L’ultimo album di Tenco esce nel 1966 e rappresenta un punto di non ritorno nella carriera dell’artista: oltre che per la sua imminente scomparsa, per aver tradito gli intenti del cantante, desideroso di orientare il panorama musicale italiano in direzione dei grandi fermenti che venivano dall’estero, mantenendone integre le peculiarità “nazionali”. In un panorama in cui il grande vento del rock, quello della psichedelia e del folk stanno letteralmente spazzando via tutto quello che c’era prima (arrivano alla notorietà da noi, quasi tutti insieme, i grandi di ogni tempo, dai Beatles a Bob Dylan passando per gli Who ) Tenco dichiara di voler adattare al sound ‘moderno’ gli stilemi nazional popolari. Il disco che ne esce fuori è una creatura spaccata a metà, ancora incerta su come fondere al meglio una certa levigata melodicità italica con le istanze sonore d’oltremanica (un problema che la musica leggera italiana non risolverà mai veramente).

Quello che succede dopo è storia: Tenco accetta a sorpresa di partecipare a Sanremo nel 1967. La sua epopea, e la sua vita, si concluderanno con un laconico, quanto controverso, biglietto d’addio: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda ‘Io, tu e le rose‘ in finale e una commissione che seleziona ‘La Rivoluzione‘. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.”

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