Smontiamo le bugie / L’abolizione della legge Fornero sarebbe davvero un beneficio?

Focus

L’azzeramento della riforma previdenziale, proposta da certi partiti politici, è tra i temi centrali di questa campagna elettorale: ma non è una promessa realizzabile. Ecco perché

Al centro del programma di alcuni partiti politici in vista delle elezioni del 4 marzo viene sbandierato l’azzeramento della riforma previdenziale che porta la firma dell’ex ministro del Lavoro Elsa Fornero. L’abolizione totale della legge è uno dei cavalli di battaglia della Lega e del Movimento 5 Stelle. Ma nella coalizione di centrodestra non c’è uniformità sulla questione, dato che il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi non ha mai parlato di cancellazione della riforma ma solo dell’introduzione di alcuni correttivi migliorativi.

Sta di fatto, però, che tra i vari punti contenuti nel programma elettorale della coalizione si legge: “Azzeramento della legge Fornero e nuova riforma previdenziale economicamente e socialmente sostenibile”. Tanto che lo stesso Salvini ha festeggiato con tweet in cui parlava di “missione compiuta”. Quale riforma proporrebbe il centrodestra una volta al governo? Al momento non è dato sapere, ma in base alle dichiarazioni fatte dai due leader appare evidente come i punti di vista materia siano decisamente divergenti e confusi. Si va avanti a slogan: azzeramento della legge Fornero, innalzamento delle pensioni minime a 1000 euro (quasi il doppio di oggi), erogazione di una pensione per le mamme (scaricati in toto sulla fiscalità generale) e delle generazioni future.

Promesse realizzabili? Decisamente no, ecco perché.

Come funziona l’Inps. E perché sono state fatte (tante) riforme

Innanzi tutto occorre dire che l’Inps è un sistema pensionistico a ripartizione senza copertura patrimoniale, il che significa che le pensioni per la maggior parte (circa il 52%) vengono erogate ricorrendo alla fiscalità generale e non sono coperte da un reale accantonamento dei contributi. Grazie al cosiddetto “patto intergenerazionale”, le pensioni vengono erogate facendo ricorso ai versamenti contributivi delle generazioni successive ed è anche a causa di questo che il debito previdenziale contratto negli anni ’70 e ’80 è andato via via riversandosi sulle spalle dei nuovi nati. Per porre rimedio a tutto questo (ed evitare il fallimento dell’Inps) dalla metà degli anni ’90 in poi i governi hanno introdotto riforme previdenziali sempre più stringenti. La legge Fornero si inserisce in questo filone.

Come nasce e come funziona la riforma Fornero

La legge è stata introdotta alla fine del 2011 in un momento di grave crisi per l’Italia, sull’orlo di un vero e proprio default finanziario. La riforma pensionistica cercò di mettere in sicurezza i conti pubblici e prevede l’applicazione del calcolo contributivo per tutti i lavoratori, anche per quelli che in base alla riforma Dini del 1995 sottostavano a un sistema di calcolo misto retributivo-contributivo. In sostanza, la pensione ora viene calcolata in base ai contributi versati dai lavoratori nel corso della loro carriera professionale e non più in base agli ultimi stipendi percepiti (che generava pensioni più alte e non coperte).

La riforma ha poi innalzato l’età pensionistica di uomini e donne stabilendo una serie di nuovi requisiti: l’aumento di un anno contributivo per le pensioni di anzianità e l’abolizione delle cosiddette quote. La riforma introdusse anche l’allungamento graduale dell’età di pensionamento di vecchiaia delle lavoratrici dipendenti private per allinearle a tutti gli altri e l’adeguamento all’aspettativa di vita a cadenza biennale dopo il 2019.

La riforma Fornero ebbe un grave effetto collaterale: la generazione dei cosiddetti “esodati”, un’intera categoria anagrafica di lavoratori rimasti senza pensione e senza lavoro, a causa di accordi di pre-pensionamento siglati con le proprie aziende che si sono visti di punto in bianco innalzare l’età pensionabile di svariati anni. Nel corso degli anni il governo è intervenuto più volte con le cosiddette salvaguardie, per sanare la situazione garantendo uno “scivolo”.

Quanto costerebbe abolire in toto la riforma Fornero

In base ai conti della Ragioneria di Stato, l’abolizione della Legge Fornero verrebbe a costare oltre 23 miliardi nel solo primo anno di applicazione e andrebbe a bruciare quei 350 miliardi di risparmi cumulati fino al prossimo 2060. Il buco di bilancio più significativo si realizzerebbe nel decennio 2020-2030, in cui l’abolizione della legge costerebbe circa un punto di Pil all’anno (17 miliardi di euro) con un massimo di 1,4 punti nel 2020 (23,8 miliardi). Cancellare la riforma Fornero, alzando nuovamente la spesa pensionistica scaricherebbe sulle spalle dei giovani un debito enorme e insostenibile. L’azzeramento della legge comporterebbe l’impossibilità di rientrare nei parametri di bilancio imposti dall’Ue e recepiti nella Costituzione italiana.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli