Accordo difficile, mentre il Parlamento sembra agli sgoccioli

Focus

Cresce lo scetticismo sull’intesa, ipotesi piano B. E Mattarella…

 Perde quota l’accordo sulla legge elettorale. La commissione Affari costituzionali della Camera aspetta, in attesa di “segnali extraparlamentari”, come dice un deputato a microfoni spenti.
Il borsino della legge elettorale oscilla in direzione del “non si trova l’accordo” anche se nelle prossime 48 ore può succedere di tutto. I giochi sono aperti, le riunioni e i contatti fuori dai palazzi sono in corso per cercare di trovare il punto di caduta, l’accordo che potrebbe “germanizzare” il Rosatellum, facendolo oscillare un pochino di più verso il proporzionale. Perfino i renziani scuotono la testa in Transatlantico: vedono difficile che dalla commissione possa uscire un testo base emendato, anche perché i termini per presentare le modifiche scadono venerdì, dopodomani.
E poi, su tutte: si vuole capire meglio cosa ha in testa Berlusconi, se realmente il Cavaliere sia in grado di blindare un accordo facendolo passare indenne sotto le Forche caudine del Senato. E soprattutto se sia davvero intenzionato ad agevolare il ricorso alle urne il 24 settembre, in contemporanea con le elezioni tedesche.
Certo è che ieri sera i deputati del Pd hanno sentito dal capogruppo Ettore Rosato queste parole: “La legislatura è agli sgoccioli”. Magari un’espressione un po’ forzata, ma in fondo non molto dissimile da quello che lo stesso Rosato aveva detto in una intervista alla Stampa due giorni fa.
” Vogliamo allargare il consenso sul Rosatellum perché è una legge che favorisce la governabilità, siamo aperti al dialogo se ci sono punti di convergenza con la nostra proposta”, aveva ancora detto Rosato, parlando a braccio ai deputati dem.
Un incontro che i più hanno giudicato interlocutorio perché tutti sanno che la vera partita si sta svolgendo in altre stanze, con altri protagonisti, in altri contesti. Non Renzi e Berlusconi, ma Brunetta e Rosato, per dirne due che oggi hanno avuto un lungo colloquio alla Camera. Segno di altri movimenti.
Molto dipende dai tempi: “Basta un incidente di percorso, basta che si rallenti anche solo di qualche ora e salta tutto”, ragiona ad alta voce un deputato che sparge scetticismo. L’ultima data utile per sciogliere le Camere in vista del voto in autunno è il 24 giugno e per quell’epoca dovrebbe essere terminato l’iter della legge elettorale tra le due Camere, con tutti i “se” e i “ma” che si porta dietro il Senato, dove solo un accordo di ferro con i forzisti può garantire la corsia di sorpasso.
Certo è che il 24 settembre è la data perfetta sotto molti aspetti per il Pd, soprattutto in ottica anti 5Stelle: i sondaggi prevedono una batosta per i grillini alle amministrative, visto il disastroso “effetto Raggi”, che comincia ad attaccare nella base elettorale pentastellata e considerato che il vero vincitore morale sarà Pizzarotti a Parma, l’antigrillo per eccellenza. Su quell’onda il confronto sempre serrato, quasi al fotofinish,  tra le due principali forze politiche, che da mesi si inseguono e si alternano al primo posto nei sondaggi, potrebbe volgersi a deciso vantaggio dei dem che potrebbero avere anche altri obiettivi: far slittare il voto del 5 novembre delle regionali in Sicilia e il referendum sull’autonomia in Veneto e Lombardia. Il 24 settembre ( o al massimo la prima settimana di ottobre)  resta dunque un sasso gettato in un’acqua stagnante. Che però è in grado di generare uno tsunami.
Cosa succede se, come credono gli scettici, il Parlamento non riuscirà nemmeno questa volta a trovare l’accordo sulla legge elettorale? C’è chi pensa che a quel punto non potrebbe non intervenire Mattarella per dire: basta così, prendo atto che le forze politiche non sono state in grado di fare la legge elettorale. E di lì l’altro passaggio: qualche modifica al Consultellum per armonizzarlo nelle due Camere e, sciolto il Parlamento, si va al voto.Il 24 settembre.
Di buone ragioni il presidente della Repubblica ne avrebbe anche altre. Una in particolare, decisiva: il Parlamento è in stand by, arranca persino sulle ratifiche, non si riesce a trovare accordi praticamente su nulla.
Prendiamo la questione dei voucher: Gentiloni vuole inserire nella “manovrina” della prossima settimana lo strumento che le forze politiche stanno individuando per sostituire i buoni lavoro, additati come il diavolo della precarizzazione nascosta e subdola del lavoro, ma richiesti a gran voce da imprese e famiglie, che vogliono un’alternativa possibile. Nemmeno su quello si riesce a trovare un accordo – c’è chi ritiene che i nuovi voucher debbano valere solo per le famiglie e chi invece li vorrebbe applicare anche alle imprese, facendoli passare al vaglio dell’Inps- e dunque pare difficile che si riesca a trovare sulla legge da cui dipenderanno alleanze e governabilità del Paese.
Ma tutti gli scenari sono aperti, almeno per qualche altro giorno. Si tratta, nelle segrete stanze. Almeno fino alla direzione convocata da Renzi al Nazareno sulla legge elettorale, martedì prossimo. Dove, chissà, magari si prenderà atto di un tentativo doveroso da compieree, l’ennesimo. L’ultimo. Forse inutile.

 

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