Ilva, firmato l’accordo. E Di Maio smentisce il M5s

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L’accordo arriva dopo la retromarcia targata Cinque Stelle. L’ennesima dopo il passo indietro di ieri sui vaccini e il cambio di passo sulle politiche di bilancio

L’accordo è fatto. Dopo una lunga ed estenuante trattativa è stata raggiunta l’intesa sul futuro dell’Ilva: ArcelorMittal, i sindacati e i commissari straordinari hanno firmato l’intesa al ministero dello Sviluppo economico. L’ipotesi di accordo, per attuarsi, dovrà ora passare il vaglio del referendum dei lavoratori.

La svolta è arrivata in nottata, quando la cordata indiano-franco-lussemburghese ArcelorMittal ha migliorato finalmente il testo accogliendo la richiesta dei sindacati e portando a quota 10.700 (400 in più rispetto a ieri) i lavoratori da assumere subito.

Il segretario generale della Fim Cisl, Marco Bentivogli, parla di “una svolta decisiva”, che arriva, però, dopo aver perso troppo tempo. “L’intesa – sottolinea – arriva per la caparbietà e la determinazione del sindacato che ha sbloccato la rigidità aziendale e ha convinto il governo a superare una fase di speculazione politica”.

Soddisfazione anche dalle altre sigle. “Un accordo che tuttavia per essere valido deve essere approvato dalle lavoratrici e dai lavoratori con il referendum”, dichiara la segretaria della Fiom Francesca Re David, ricordando come nel nuovo accordo non ci sia alcuna penalizzazione su salario e diritti, “era quello che avevamo chiesto”. “È una giornata storica”, dice soddisfatto il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella.

Si chiude dunque un capitolo importante per l’industria italiana, sulla scia di un impianto limato e costruito dal precedente governo, con un risultato politico del ministro Di Maio che equivale però a un dietro front. Il vicepremier grillino ha infatti cambiato direzione rispetto alle precedenti (roboanti) dichiarazioni in cui prometteva di annullare la gara e di chiudere lo stabilimento. Dunque l’ennesima retromarcia targata Cinque Stelle dopo il passo indietro di ieri sui vaccini e il cambio di passo sulle politiche di bilancio (adesso rispettose delle regole europee). Tutto, parrebbe, fuorché un cambiamento: o meglio è un cambiamento – anzi una retromarcia – rispetto alle loro posizioni.

Adesso Di Maio, che firmerà l’accordo, dovrà spiegare ai militanti grillini perché lo stabilimento non chiude, come il Movimento chiedeva in campagna elettorale.

Va dato atto infine all’azienda di essersi messa in gioco facendo notevoli passi in avanti e accettando le proposte dei sindacati, che in questa partita hanno giocato in ruolo determinante rimediando all’inoperosità di Di Maio. Il merito del vicepremier grillino? Non essersi messo di traverso con i suoi no a prescindere.

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