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Addio a John McCain, un uomo speciale

Lo chiamavano Maverick, cane sciolto, cavallo selvaggio, i servizi segreti americani per sintetizzare la sua capacità di autonomia, il suo essere sempre pronto a smarcarsi quando qualcosa non lo convinceva.

La sua vita, la sua autorevolezza, la stima di cui godeva nel suo Paese è tutta figlia del suo eroismo nella guerra del Vietnam che solo un meschino come Donald Trump poteva mettere in discussione. È stato per quasi sei anni prigionieri dei vietcong, durante un conflitto terribile. Gli spezzarono le braccia, gli inflissero torture e sevizie e alla fine gli offrirono la libertà in cambio del tradimento al suo Paese: rispose di no.

Ma i miei ricordi sono legati a tre momenti della sua vita politica che ho conosciuto.

Il primo nel 2008, quando ho seguito la campagna elettorale di Barack Obama da volontario negli Usa, ricordo un confronto in Minnesota tra i due. Ad un certo punto dei suoi sostenitori cominciarono ad attaccare Obama chiamandolo arabo e terrorista. Lui si alzò in piedi, prese il microfono e disse: “Io voglio diventare presidente degli Stati Uniti e ovviamente non voglio che lo diventi il senatore Obama. Ma devo dirvi che lui è una persona onesta, un padre di famiglia perbene e una persona di cui non dovete spaventarvi se diventa presidente” incassando i fischi dei suoi stessi supporter.

Nel 2016, sempre in piena campagna elettorale, mentre Trump si avviava alla conquista della Casa Bianca, è sempre lui, indignato da alcune sue sparate, a prendere carta e penna per ritirargli il suo sostegno davanti all’America, perché – scrisse in una lettera struggente i suoi valori “non rappresentano il Partito Repubblicano”.

Trump aveva attaccato brutalmente i genitori del capitano Humayun Khan, un soldato americano musulmano di origine pakistana morto in Iraq in un attentato suicida, rei di aver partecipato alla convention dei Democratici. La sua risposta fu così bella che merita di essere riportata: “Anche se il nostro Partito gli ha assegnato la nomination, questa non comporta una licenza a infamare i migliori tra noi. Negli ultimi giorni, Donald Trump ha screditato i genitori di un eroe caduto. Ha dato a intendere che persone come loro figlio non dovrebbero essere fatte entrare negli Stati Uniti, figuriamoci prestare servizio nell’esercito. Il Partito Repubblicano che conosco e amo è il partito di Abraham Lincoln, Theodore Roosevelt, Dwight D. Eisenhower e Ronald Reagan. Indosso un braccialetto che porta il nome di un eroe caduto, Matthew Stanley, regalatomi da sua madre Lynn nel 2007. La sua memoria e la memoria dei nostri grandi leader si meritano di meglio” e ancora “il nome del capitano Khan risiederà per sempre nella nostra memoria, come esempio della vera grandezza americana. Voglio dire ai suoi genitori: grazie per essere venuti in America. Grazie a voi siamo un paese migliore”.

Infine nel 2017, quando era già senatore e già combatteva a muso duro una terribile malattia al cervello ricevendo gli auguri affettuosi proprio di Barack Obama (“sei un eroe americano e uno dei combattenti più coraggiosi che io abbiamo mai conosciuto. Il cancro non sa con chi ha a che fare”), il suo ultimo colpo contro Donald Trump. In Senato si discute in via definitiva, l’abolizione di Obamacare, la riforma sanitaria che caratterizzò l’ultima presidenza democratica e quel colpo di mano non passa. Per il voto contrario decisivo di un senatore repubblicano in dissenso: il suo.

“Il mondo è un bel posto, e per esso vale la pena di combattere” era la sua citazione di riferimento dal suo libro preferito, “Per chi suona la campana” di Hemingway. Non ha solo creduto in questa frase, gli ha dedicato la vita. Il mio saluto commosso ad un avversario politico e a un uomo speciale. Al simbolo di una destra di gentiluomini che nello scempio dei populismi non esiste più.

Si può essere distanti ma non tanto da non riconoscere e non rendere omaggio ad una vita esemplare.
E quando ci lascia un gigante, ci si toglie il cappello e si ringrazia.
Riposa in pace, John McCain

Articolo originale

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