Addio a Sergio Marchionne, l’innovatore che ha cambiato l’industria italiana

Focus

Se ne va una figura fuori dall’ordinario, che attraverso la sua visione innovativa è riuscito a trasformare Fiat in un big player mondiale

È morto Sergio Marchionne. L’ex amministratore delegato di Fiat Chrysler si è spento a Zurigo, nell’ospedale in cui era ricoverato da alcune settimane.

Ci lascia un manager di grande personalità, ironico e sempre diretto – “una persona molto speciale”, lo definiva Umberto Agnelli – che ha rappresentato davvero un pezzo importante della storia dell’industria italiana, spesso capace di modificare le relazioni industriali del Paese.

Una figura fuori dall’ordinario che attraverso la sua visione innovativa è riuscito a prendere per mano un gruppo sull’orlo della bancarotta (com’era Fiat nel 2004) trasformandolo in un big player mondiale. Se esistesse l’Oscar alla carriera per il mondo industriale, gli andrebbe forse attribuito visto che Fca, a seguito dell’acquisizione di Chrysler, è diventato uno dei più importanti gruppi automobilistici esistenti.

Sono i numeri a parlare per lui: da quando è diventato amministratore delegato la capitalizzazione del gruppo è cresciuta di ben 11 volte e di fatto, è inutile negarlo, ha migliorato anche le prospettive dell’intera manifattura italiana.

Se infatti negli ultimi anni la produzione industriale è tornata a crescere è grazie anche all’automotive, che con Fca in testa ha inanellato diversi record di fatturato, mese dopo mese, trainando inevitabilmente tutti gli altri settori.

Un altro aspetto da sottolineare è legato invece alla fiducia che Marchionne è riuscito a guadagnare sul campo, con i fatti: all’inizio del suo approdo in Fiat, come ha ricordato Sergio Chiamparino, era infatti un manager sconosciuto ai torinesi e ai più. Invece, successo dopo successo, è arrivato a guadagnare prima la copertina del Time, che lo ha definito lo Steve Jobs dell’auto, e successivamente l’encomio di Barack Obama, che lo ha trasformato in icona della ripresa dell’auto.

È partito dal basso, originario di una famiglia tutt’altro che elitaria e benestante: la cultura del lavoro l’ha maturata in Canada dove si è trasferito all’età di 14 anni con il padre, carabiniere in pensione in cerca di opportunità per i figli. Ed è forse anche grazie a quest’aspetto che ha dimostrato di avere un’apertura mentale e una visione aziendale spesso più vicina ai lavoratori che ai vertici.

Non a caso nel suo discorso pronunciato al Politecnico di Torino nel maggio del 2008, in occasione della sua laurea a honorem, cita le critiche di Mandela nei confronti di una globalizzazione che non è in grado di offrire nulla a chi viene devastato dalla povertà, e ammonisce i giovani presenti dicendo loro che ognuno “ha il dovere di riparare le conseguenze che derivano dal funzionamento dei mercati“. Aggiungendo inoltre che “trovare una soluzione ai problemi sollevati da Mandela significa trovare una soluzione alla gestione del libero mercato”.

Probabilmente anche in base a quell’approccio “simil-popolare” decide di dimezzare i livelli gerarchici di Fiat e di introdurre il tu invece del lei, cambiando una struttura ingessata ormai da tempo. Nel 2006 Marchionne riesce perfino a farsi dare del “borghese buono” dal segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti.

Ma quell’approccio, negli anni successivi, non gli permette comunque di evitare lo scontro con la Fiom di Landini. Uno scontro duro negli stabilimenti e nelle aule dei tribunali, che si inasprisce quando nel 2010 – pur di mantenere la produzione della Panda in Italia – Marchionne propone ai lavoratori di Pomigliano un contratto di grandi sacrifici, ma anche di incentivi.

Nonostante il suo rapporto con i sindacati non sia stato sempre idilliaco, volendo tracciare una linea che unisce i punti in cui è entrato in contatto con i rappresentanti dei lavoratori, il risultato che ne esce non è così conflittuale. “I nostri accordi – ha ricordato ad esempio il segretario dei metalmeccanici Cisl Marco Bentivogli – hanno sgretolato il falso mito secondo il quale per mantenere le industrie nelle economie mature bisogna ridurre i salari e deteriorare le condizioni di lavoro”.

L’altro fronte che ha ridisegnato le relazioni industriali lo ha invece aperto con Confindustria nel 2011, quando ha annunciato l’uscita clamorosa dall’associazione degli industriali. Una scelta fatta probabilmente per avere mano libera nella gestione dei rapporti sindacali, senza tener conto degli accordi fatti da Confindustria.

Fino all’ultimo Marchionne ha lavorato per mettere a punto i piani del futuro. Il primo giugno scorso ha illustrato il nuovo piano industriale a Balocco, in una giornata lunga e faticosa che non lasciava certo presagire quanto poi è accaduto.

Ma ciò che ha rappresentato davvero per l’intero gruppo che ha guidato, sia sul piano umano sia su quello industriale, è forse racchiuso nelle parole pronunciate da John Elkann: “Ci ha insegnato a pensare diversamente e ad avere il coraggio di cambiare, spesso anche in modo non convenzionale, agendo sempre con senso di responsabilità per le aziende e per le persone che ci lavorano”. 

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