Addio bel Nazareno?

Focus

Vita e problemi del grande palazzo sede del Pd che Zingaretti ha annunciato di voler abbandonare

Ora che Nicola Zingaretti ha fatto balenare l’idea che il Pd lasci il grande palazzo di largo del Nazareno viene spontaneo fare come la volpe con l’uva: “Era acerba”. Già, il Nazareno era (è) quello che a Roma si dice una ficata. Per chi ci lavora, come noi di Democratica, almeno. E’ grande, pure troppo, è comodo, ha una terrazza unica, è al centro del centro di Roma, dunque nel punto più bello del mondo. Eppure…

Eppure, se ci chiediamo se nell’immaginario collettivo il Nazareno sia (stato) un posto “simpatico” la risposta potrebbe essere negativa. E non per fare il verso a Luca Ricolfi che tanti anni fa scrisse il saggetto Perché siamo antipatici (riferito ai postcomunisti) ma proprio perché il Nazareno non è forse riuscito a simboleggiare l’idea aperta del progressismo né tantomeno a evocare la forza storica di Botteghe Oscure: piuttosto ha fatto corpo con una certa idea di potere (il famoso Patto del Nazareno non poteva che essere stipulato in quelle stanze) o di un bunker assediato e luogo di sgambetti quando non di coltellate. Naturalmente di questa grottesca rappresentazione grande responsabilità hanno i media e i social, televisioni e cronisti più o meno ragazzini pronti a favoleggiare sul nulla pur di fare “il pezzo”. Ma tant’è. Come si dice? Dove c’è fumo c’è fuoco.

Al Nazareno il Pd andò dopo la breve e romantica stagione del Loft veltroniano, presto rivelatosi non funzionale e dunque abbandonato in tutta fretta. Finita l’età dell’innocenza dem, c’era questo gran palazzo fra piazza di Spagna e Fontana di Trevi, trecento metri da Montecitorio e palazzo Chigi (quante volte, a turisti sudaticci: “where is piaza de spagna please”, “straight on”). Qui troneggiava la piccola Margherita di Rutelli – ricordate? – e il contratto era favorevole. Per farla breve, il Pd ancora di Veltroni fece le valigie e ci andò ad abitare portandosi molte persone dietro. Ma non rifacciamo qui la storia del Pd, dopo Veltroni la reggenza di Franceschini, poi toccò a Bersani, l’altra reggenza di Epifani, poi Renzi, Martina e infine, da lunedì prossimo, Zingaretti. All’inizio – Walter regnante- c’era in effetti movimento, appena entrati quella grande ostrica di vetro che racchiudeva la piccola perla di Youdem – ragazze e ragazzi con tanta joie de vivre – ma piano piano il tutto andò ministerializzandosi, negli anni il personale diminuì, molte stanze rimasero vuote. La cassa integrazione, che di fatto ha dimezzato le presenze, ha fatto il resto.

Il grande palazzo, che stranamente non ha un primo piano ma direttamente il secondo e poi il terzo (per la sua complicata pianta, al “primo” c’è il Collegio del Nazareno cui si accede da un’altra entrata) certe volte risulta perfino troppo silenzioso. Il restyling voluto tre anni fa dal tesoriere Bonifazi fu  meglio di niente ma come il belletto sul volto del professore Aschenbach di Morte a Venezia copriva un volto molto stanco. Sul largo, en face, ci sono gli uffici di Mediaset e l’abitazione romana di Confalonieri: e tanto si è inventato su incontri mai avvenuti. Ma suonava bene il gioco dei dirimpettai, specie nell’epoca del vero patto del Nazareno.

In contrasto con i caratteri, pur diversi tra loro, dei vari segretari, si può dire che il Nazareno è (stata) una sede di partito più inaccessibile di altre. Lasciamo stare Botteghe Oscure, gigantesco, sacrale e tetragono, ma a piazza del Gesù o a via del Corso ci si bivaccava giornate intere. Il Nazareno è (stata) piuttosto una turris eburnea. Non sapremmo spiegare perché non vi si siano tenute iniziative aperte – con quella terrazza poi! – o perché non sia mai entrato nell’immaginario della città come un luogo di Roma in qualche modo “vissuto” dai suoi cittadini e chissà poi da dove sgorga quell’atmosfera vagamente cremlinesca che ne ha intriso stanze e corridoi: se vi fosse una psicologia dei palazzi, il Nazareno sarebbe un soggetto perfetto da stendere sul lettino.

Chissà dove andrà, il Pd. Se invece che sulla magnifica Basilica di Sant’Andrea delle Fratte disegnata nel Seicento dal sommo Borromini nel quartiere boscoso (le “fratte”) nel centro di Roma si affaccerà su qualche parrocchietta degli anni Settanta in una qualche periferia della Capitale, più vicino alla vita e più lontana dai palazzi del Potere: forse sarà un segnale politically correct. Di certo, parrà anche un piccola ritirata, una botta di modestia, l’adozione di un canone umano, lo spegnimento di luci effimere: ma il tutto non sarà senza un qualche rimpianto.

 

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