Aereo caduto, forse colpa del software

Focus

Trovate le scatole nere del Boeing

Un difetto nel software che gestisce i dati relativi al sistema di protezione dell’inviluppo di volo, ossia la relazione fra l’angolo ai attacco dell’ala, la velocità del velivolo e il flusso di aria che lo circonda: è questa ad ora una delle ipotesi più accreditate sulle cause dell’incidente del Boeing 737 MAX 8 delle Ethiopian Airlines avvenuto ieri pochi minuti dopo il decollo da Addis Abeba. Intanto l‘agenzia europea per la sicurezza aerea (Easa) sta “monitorando da vicino” la situazione, mentre la Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine, coordinato dal procuratore Giuseppe Pignatone, che al momento è senza indagati e ipotesi di reato.

Ma oggi è soprattutto il giorno del lutto e della necessità di prendere precauzioni. Cina, Etiopia e Indonesia hanno deciso di bloccare a terra tutti i velivoli Boeing 737 max. A renderlo noto la compagnia aerea in un tweet. “A seguito del tragico incidente del 10 marzo Ethiopian Airlines ha deciso di tenere a terra tutti i Boeing 737 Max. Non si conoscono ancora le cause della sciagura – si legge nella nota – e la decisione è presa in via precauzionale. La diffonderà ulteriori informazioni non appena disponibili”.

In Italia il Palazzo della Farnesina è con le bandiere a mezz’asta: si tratta di un omaggio alle vittime del disastro aereo. Fra le vittime dello schianto, avvenuto subito dopo il decollo del velivolo dall’aeroporto di Addis Abeba, ricordiamo, ci sono anche otto italiani, come confermato ieri dalla Farnesina: si tratta dell’archeologo e assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia, Sebastiano Tusa, del presidente della rete di Ong Link 2007 Paolo Dieci, di tre componenti della onlus bergamasca Africa Tremila (il presidente Carlo Spini, sua moglie Gabriella Vigiani e il tesoriere Matteo Ravasio), e di tre impiegate presso le agenzie delle Nazioni Unite (Virginia Chimenti, Rosemary Mumbi e Maria Pilar Buzzetti).

Tra i 33 passeggeri che viaggiavano verso Nairobi, le autorità hanno riferito la presenza di 32 kenioti, 18 canadesi, nove etiopi, otto cinesi, otto statunitensi, sette britannici, sette francesi, sei egiziani, cinque olandesi, quattro indiani, quattro slovacchi e due russi, dipendenti della banca Sberbank.

Ecco chi erano le vittime italiane

Sebastiano Tusa. Archeologo di fama mondiale con la passione per la politica. Era assessore ai Beni culturali della Regione Sicilia. Tusa è stato anche Sovrintendente del Mare della Regione Sicilia. Era diretto in Kenya, per un progetto dell’Unesco. Doveva esporre i risultati delle ricerche sottomarine condotte dal suo staff. Decine le scoperte straordinarie di Tusa, 66 anni, che aveva rivoluzionato lo studio dell’archeologia subacquea siciliana.

Paolo Dieci. Residente a Roma, era presidente della ong Cisp e rete LinK 2007, associazione di coordinamento consortile che raggruppa importanti Organizzazioni Non Governative italiane, in particolare 14 ong: Cesvi, Cisp, Coopi, Cosv, Gvc, Icu, Intersos, Lvia, Medici con l’Africa Cuamm, Ccm, Elis, World Friendss, Ciai e Amref. Un volto noto nel mondo del Terzo settore.

Carlo Spini. 75 anni, medico e presidente di Africa Tremila Onlus, originario di Sansepolcro (Arezzo) e residente a Pistoia, viaggiava con la moglie e un altro membro della onlus. Spini trascorreva gran parte dell’anno per portare avanti le iniziative di sviluppo della onlus. Avevano già contribuito a realizzare importanti progetti come un ospedale costruito in Zimbabwe e l’importazione in Senegal di macchine agricole inutilizzate in Italia.

Gabriella Vigiani. infermiera caposala in pensione, moglie di Spini, era una collaboratrice preziosa nel volontariato. Col marito si era messa in viaggio dall’Italia per raggiungere un ospedale che la loro onlus, “Africa Tremila” di Bergamo, sta costruendo a Juba, in Sud Sudan. La coppia aveva quattro figli, abitava in Toscana ma trascorreva lunghi periodi dell’anno in Africa.

Matteo Ravasio. Commercialista bergamasco, 52 anni, tesoriere della onlus Africa Tremila. Dopo la tappa a Nairobi, con Spini e Viggiani avrebbe dovuto raggiungere il Sud Sudan per completare l’installazione delle strumentazioni e di alcuni macchinari in una nuova struttura sanitaria, la cui inaugurazione era stata prevista per la fine di marzo.

Paolo Dieci. Presidente della Ong Link2007 e del Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli (Cisp), molte volte aveva viaggiato sulla linea Addis Abeba-Nairobi, per la realizzazione di numerosi progetti. “Paolo ha dedicato la sua vita – ricorda la portavoce del Forum del Terzo Settore Claudia Fiaschi – alla cooperazione internazionale, allo sviluppo, portando il suo impegno e le sue competenze anche in contesti di crisi, soprattutto in Africa e in America Latina”.

Maria Pillar Buzzetti. Dopo essersi laureata prima all’università di Roma Tre e poi alla Luiss in “Relazioni internazionali, scienze politiche e governo” con il massimo dei voti, aveva conseguito un master, è stata autrice di diverse pubblicazioni e anche consulente. Poi ha svolto volontariato con Medici Senza Frontiere e infine ha cominciato la sua avventura per le Nazioni Unite e il World Food Program.

Virginia Chimenti. Virginia aveva studiato all’università Bocconi di Milano, laureandosi in Economia internazionale e in seguito ha affrontato gli studi orientali ed africani dell’università internazionale di Londra. Tutto questo senza mai abbandonare il suo impegno civile anche come capo scout. Prima di entrare nel World Food Program nel 2017, Virginia aveva anche partecipato a campagne di volontariato della onlus italiana Twins International, che da oltre dieci anni sviluppa progetti per sostenere bambini orfani e nelle baraccopoli in Kenya

Rosmery Mumbi. Tra le vittime anche un’altra donna, la 48enne Rosmery Mumbi zambiana con passaporto italiano. Avrebbero dovuto partecipare a una conferenza sul clima organizzata proprio dall’Onu in Kenya. Con loro è deceduta anche Joana Toule, una rappresentante della Fao che lavorava a Roma ma di nazionalità inglese.

 

 

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