Dietro l’inferno di Afrin

Focus
Dramma Afrin

I signori della guerra in Siria oggi sono due, non ancora l’uno contro l’altro: Assad, che stringe l’assedio sulla Goutha, e Erdogan, conquistatore di Afrin

Ghouta, Afrin. L’inferno siriano, si dice, e le foto dei bambini spauriti, con gli occhi sbarrati al terrore, ci inteneriscono, ci commuovono. Ogni volta si dice: “l’orrore abita qui”, ma l’orrore abita in ogni guerra e noi, con i nostri eccezionali 70 anni di pace, sembriamo essercene dimenticati. Alla commozione d’un minuto, spesso non fa seguito nulla, quasi che la paura di capire sia più forte della voglia di capire.

Afrin, senza cibo, senza acqua, senza pace

I signori della guerra in Siria oggi sono due, non ancora l’uno contro l’altro: Bashar Assad, che stringe con ferocia l’assedio sulla Goutha orientale, e Recep Tayyp Erdogan, che dopo aver preso Afrin vuole estendere l’offensiva turca in corso nel nord-ovest ad altre città curde, tra cui Kobane, indifferente alla “grande preoccupazione” espressa da Washington.

Secondo alcuni corrispondenti dell’agenzia di stampa France Presse, le forze turche e i loro alleati siriani si sono lasciati andare al saccheggio di case e negozi. La Siria ha intimato alla Turchia a ritirarsi “immediatamente” da Afrin. Damasco ha definito “illegittima” la conquista della città, che ha visto unità filo- governative siriane scendere in battaglia per difenderla. La stessa Damasco che continua a martellare la regione della Ghouta orientale, alla periferia della capitale siriana. Più di 6.000 civili l’hanno lasciata nella sola giornata di ieri.

Il versante diplomatico non registra altro che la sostanziale rassegnazione dell’Unione europea: “Non smetteremo a alzare la voce per chiudere la fine delle ostilità”, ha detto l’Alto rappresentante dell’Unione Europea, Federica Mogherini, che ha dovuto però ammettere come sul terreno la situazione “va nell’altra direzione” di un processo politico di transizione.
I primi sconfitti sono i curdi, popolo senza pace e senza terra. Combattenti contro l’Isis – ma la gratitudine non è una dote della diplomazia internazionale – oggi si ritrovano tacciati di essere terroristi.

Ad Afrin si spezza il sogno curdo

A ottobre scorso ci avevano pensato gli iracheni a spezzare l’illusione di uno stato autonomo. E adesso ecco Erdogan, il presidente islamico che pare abbia in testa il grande impero ottomano. Afrin non è protetta dai jet americani e i turchi alla fine hanno avuto ragione dell’enclave curda in Siria. A rimetterci sono, come al solito, i civili: oltre 200 mila persone rimaste senza cibo, senza acqua, senza protezione. La Croce Rossa Internazionale ha lanciato l’allarme e le cronache da Afrin raccontano di una popolazione disperata, che cerca scampo e rifugio dove può. Gli americani protestano.

Erdogan, con molta faccia tosta, ha replicato alle critiche statunitensi, come riferisce l’Associated Press: “Da un lato si dice che sei il nostro partner strategico – ha dichiarato il presidente turco, facendo riferimento al ruolo del suo paese nella Nato – e poi vanno a collaborare con i terroristi… Se siamo partner strategici, devi rispettare noi e camminare con noi”. Erdogan ha aggiunto, continua il lancio dell’agenzia AP, le operazioni turche su Afrin continueranno “ancora per un po'”.

Erdogan’s dream: via i profughi dalla Turchia e un’area filo turca in Siria

Erdogan, che tiene sotto scacco l’Europa, con la minaccia di riversare in Occidente centinaia di migliaia di profughi e migranti, si sta mangiando la Siria. La presa di Afrin ha prodotto innanzi tutto, come osserva oggi Daniele Ranieri sul Foglio, una nuova situazione: “I ribelli siriani erano chiusi in due enclave separate destinate a soccombere. Quella più piccola a nord di Aleppo era in pratica una riserva indiana protetta dai soldati turchi. Quella più grande attorno alla città di Idlib è infestata da gruppi terroristici e dominata dalla presenza di Hayat Tahrir al Sham (sigla Hts), il gruppo nato dai qaidisti in Siria. Ma il collasso e la ritirata dei curdi da Afrin ora ha ricongiunto le due enclave, creando una zona molto grande che condivide un confine molto lungo con la Turchia alleata, scende giù fin quasi a Hama a sud”.

Due gli obbiettivi dei turchi: far rientrare in Siria parte dei quasi tre milioni e mezzo di profughi siriani stanziati in Turchia (la situazione migranti provoca problemi a Erdogan nell’opinione pubblica) e consolidare i gruppi ribelli sotto l’influenza turca per contrastare i filo le milizie legate alla galassia qaedista.

Siria, terra divorata dai signori della guerra

La Siria diventa così una terra di conquista divisa tra il protettorato russo di Assad, gli iraniani e ora la Turchia. Il sacrificio di Afrin potrebbe essere il punto di equilibrio. Oppure il punto di partenza, qualora l’esercito turco dovesse davvero marciare, come ha promesso Erdogan, verso Manbij, zona curda dove gli americani hanno appena concluso la visita di una delegazione del dipartimento di Stato. Gli Stati Uniti avrebbero garantito ai curdi protezione da qualunque attacco interno o esterna e questo significherebbe che le forze armate turche potrebbero incontrare qualche difficoltà.

A Ghouta, invece, l’esercito di Assad ha lanciato un ultimatum ai ribelli: lasciare la zona o prepararsi a subire la grande offensiva pronta a scatenarsi, assolutamente indifferente alle sofferenze e alle morti di chi la guerra la subisce senza scampo e senza responsabilità.

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