Al segretario che verrà il compito di ricostruire una comunità ideale

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La classe politica che governa un Paese non può che essere formata da chi cresce culturalmente ed operativamente in un partito

Umberto Ranieri chiede, sul Corriere del Mezzogiorno, a Zingaretti – che ha strariempito, con plaudenti, la chiesa sconsacrata di via Santa Chiara a Napoli il 2 ottobre – “facce nuove”. Richetti dalla Gruber afferma la necessità di “facce nuove”, Boccia sul Corsera non le menziona e fa autocritica generazionale. Di Damiano non so. Delrio, che avrebbe ragione di essere e potrebbe essere, resta intelligentemente equidistante in questa corsa alle primarie. Gentiloni, giustamente, ha altre vocazioni e Renzi dichiara in televisione, ripetutamente, che non è e non sarà della partita. Ma le ” facce nuove” hanno bisogno di essere trovate, educate ed inserite progressivamente poi nella cosiddetta classe dirigente politico amministrativa del paese. E non abbiamo molto tempo.

La nostra generazione ne ha scoperte ben poche, forse per la paura di essere scavalcata troppo presto e questo è accaduto in politica e nelle aziende. Per quanto ci riguarda abbiamo mandato in Parlamento, prima dell’avvento di Renzi, chi in televisione da Vespa sosteneva di portare nello stesso la propria inesperienza, chi poi è scappata dal ruolo occupato pensando di candidarsi, per di più, come segretario, e tanti altri sconosciuti o lontani dalla nostra storia che hanno evidenziato le contraddizioni del nostro agire. Ai quali si sono aggiunti i “Ciaone ora tocca a noi “che hanno rimpolpato il già crescente “non sapere”. Del resto la qualità nei nostri anni di governo dal 2013 al 2018 è stata espressa prevalentemente da gente ultracinquantenne, ultrasessantenne. E nel governo odierno gli unici professionalmente attendibili sono sessantaquattrenni, settantenni ed ottantaduenni.

Tornando a noi i trentenni e i quarantenni hanno contribuito in maniera determinante ai risultati del 4 marzo. Per di più promettendo di dedicarsi ad altro in caso di sconfitta referendaria. Cosa non fatta che ha inciso sull’immagine di chi ha promesso e non ha mantenuto e su quella del partito. Per non parlare dell’incapacità mediatica di sostenere, colpa di tutti, le cose giuste che pur abbiamo fatto in cinque anni. E poi si è deciso di non parlare con i Cinque Stelle, che andavano stressati dimostrando quotidianamente, e quindi attraverso i mezzi di informazione, che le loro proposte erano in gran parte insostenibili. Avremmo quindi difficilmente prodotto un governo alle nostre condizioni, nell’interesse del paese del quale tutti si riempiono la bocca, o l’impossibilità logica di farlo.

Così facendo il ritorno dei Cinque Stelle alla Lega non avrebbe generato il consenso popolare che sembra emergere dai sondaggi a favore delle quotidiane gag dei compagnucci Di Maio – Salvini. Il primo sempre più caramella da sciogliersi in acqua, il secondo ronfante e cantilenante, che ironizza al Tg 1 sulle raccomandazioni di Mattarella. A Piazza del Popolo nei razionali con i quali ho parlato ho percepito delusione ed insofferenza, al di là della scritta che campeggiava sul palco e che andava reinventata e delle molte banalità ascoltate.

A Napoli, il 2 ottobre, al Vasto, Salvini è stato accolto come un salvatore – con lancio di baci e richiesta di aiuto dai balconi – ed ha dichiarato “gli applausi mi hanno commosso”. E Salvini è segretario di due partiti, uno con uno statuto che ha come obiettivo primario la secessione e che ha sottratto allo Stato 49 milioni di euro, ed un altro del quale si sa ben poco. Può essere Ministro degli Interni e Vice Premier uno così, e raccogliere oggi, come sembra dai predetti sondaggi, oltre il 30 per cento del consenso popolare? Noi siamo un paese nel quale si legge meno che negli altri, si comprano giornali meno che negli altri, si studia meno che negli altri, realtà che incidono su questi risultati. Sui quali hanno influito ovviamente sia i nostri errori che il vento reazionario che soffia in Europa.

Il Pd è oggi sceso, grosso modo, al 17%, i L. e U. sotto il tre. La somma è circa la valenza di noi DS prima della nascita del Pd. Situazione sconcertante, al di là del fatto che quelli che contano sono i milioni di voti persi – 6 milioni su 12 dal 2008 – e non le percentuali che variano in funzione del numero dei votanti. Il 41,8% delle Europee non era 15 punti in più del 2013, ma solo 1.400.000 voti in più, perché inferiore fu il numero degli elettori che esercitò il voto. Renzi ha sostenuto in televisione che abbiamo perso i voti dei moderati e che ha sbagliato a non continuare a rottamare. E questo va verificato, ma abbiamo perso anche tanti voti di sinistra che sono finiti in parte nei Cinque Stelle, in parte minore nella Lega, ed in parte nell’astensione.

Quella della mancata rottamazione è una boutade. Al Segretario che verrà il compito di ricucire con l’elettorato perso un rapporto di credibilità, ricostruendo una comunità ideale, prima partitica, e poi di coalizione sui valori socialisti, liberal democratici e cristiano sociali, integralmente europeista, al di là degli errori in corso da correggere nell’UE. Così rispondendo con i fatti alle paure della gente comune, alle povertà emerse, a quelle emergenti che coinvolgono, più di tutto, i giovani. Pronti a dare una mano a Mattarella, nel 2019, se questo governo cadrà. E comunque pronti per una nuova tornata, se democraticamente necessaria, elettorale.

Si dovrà stilare un programma di sviluppo per il paese – ci sono segnali di possibili crisi europee globali, economiche e politiche – e di riduzione della cancerogena forbice ricchezza povertà, e realizzare un governo ombra circondandosi di persone di qualità. E la qualità non ha età. La politica è un’arte impegnativa al servizio della gente comune che non può essere, come accaduto nei Cinque Stelle, meno in altri casi, e pure da noi, un tentativo di rifugio per chi, non avendo particolari talenti o professionalità evidenti, mettendosi alle dipendenze di capi corrente o usando la rete con i sistemi di Casaleggio, cerca di avere uno stipendio.

La classe politica che governa un paese non può che essere formata da chi cresce culturalmente ed operativamente in un partito, partendo da esperienze e lavoro territoriale in un crescendo di responsabilità locali e nazionali, e da intellettuali ed esperti di settori economici ed industriali, che danno il loro contributo professionale nel governo del paese, privilegiando l’interesse generale. Il resto è un chiacchiericcio comaresco, come ripeto da tempo.

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