Il cinema celeste di Ermanno Olmi

Focus

Un gigante del Novecento italiano che s’interrogò con la potenza delle sue immagini sul nesso fra la realtà e la Verità

La forza della coscienza, la potenza della fede che allaga l’universo contadino di un cinema a suo modo visionario: Ermanno Olmi è stato senz’altro uno dei grandissimi del cinema italiano e europeo. Sullo stesso scalino di Fellini, Bresson, Pasolini, Bunuel, Bergman – per fare nomi di altri giganti che sul rapporto fra fede e racconto si sono arrovellati con le potenti immagini dei loro film.

A pochi giorni dalla morte di Vittorio Taviani, un altro che, con il fratello Paolo, illuminò il cinema italiano di una luce particolare, se ne va dunque un intellettuale fondamentale del nostro tempo. Un cinema difficile, quello di Olmi, intriso di stupefatta e ansiosa ricerca di una Verità evidentemente fuori dai limiti umani e tuttavia continua méta della sua ricerca poetica. Un cinema “oltre”, terreno e celeste contemporaneamente, come rarissimamente accade nella cultura del Novecento.

E tuttavia non bisogna pensare che Olmi fosse fuori dal tempo storico, avulso dalla realtà. Al contrario. Per certi versi, soprattutto il primo Olmi si può considerare a buon diritto una variante del tardo neorealismo – o se si vuole precursore del cinema sociale – basti pensare al Posto del 1961, film molto bello che racconta le vicende di un giovane operaio sbarcato dalla periferia lombarda a Milano, la città delle fabbriche,

In seguito, la riflessione artistica di Olmi piega verso le grandi domande, calate però nella realtà concretissima e mitologica al tempo stesso, quella del contado della sua Lombardia. Arrivando alla vetta altissima dell’Albero degli zoccoli (1978), che si aggiudica la Palma d’oro al Festival di Cannes e il Premio César per il miglior film straniero, elegia poetica recitata in dialetto bergamasco – un film che molto sarebbe piaciuto a Pasolini.

Non vogliamo dimenticare qui un altro film bellissimo, La leggenda del Santo bevitore, da Joseph Roth (Leone d’Oro a Venezia), film difficile ma eccezionale resa metaforica della parabola umana. Fino all’ultima produzione olmiana, con il grande affresco del Mestiere delle armi, opera clamorosa sugli ultimi giorni della vita di Giovanni dalle Bande Nere; poi Cantando dietro i paraventi, meno fortunato, con un insolito Bud Spencer e da ultimo (2007 ) la parabola cristologica Centochiodi.

Un cinema che non andrà confinato nelle soffitte di appassionati cinephiles ma sul quale bisognerà ancora pensare, secondo la lezione di Olmi e degli altri giganti della settima arte: un’arte che da oggi è certamente più povera.

 

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