La vita con un cromosoma in più, il racconto di Alberto

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Chef e appassionato di pallavolo, insieme al padre – Ezio Meroni – ha scritto il libro “Scoprirsi Down – La storia di Alberto, raccontata da lui stesso”. Il suo sogno è aprire un ristorante a conduzione famigliare

“Ho un cromosoma in più, ma non mi sento un poverino. La mamma, che ha rifiutato l’amniocentesi, mi ha raccontato che nei nove mesi di attesa lei e papà avevano fatto tanti sogni su di me: mamma si aspettava un figlio prete. Il babbo un calciatore con la laurea. Quando sono venuto al mondo, poche ore di immensa gioia. Poi la notizia della sindrome di Down. Dalla felicità alla preoccupazione, al dolore, all’incertezza. Iniziava per loro la sfida della disabilità. Mamma l’ha raccolta subito. Papà ha avuto bisogno di tempo per accettare il cromosoma in più. Ma insieme mi hanno sempre offerto il meglio e scelto di educarmi normalmente”.

È così che Alberto Meroni – nato a Desenzano del Garda nel ‘94 e residente a Cinisello Balsamo – ama raccontarsi. Lo fa con me al telefono e l’ha fatto in una autobiografia, intitolata “Scoprirsi Down – La storia di Alberto, raccontata da lui stesso”, scritta con suo padre, Ezio, e pubblicata di recente da San Paolo, in cui narra senza veli e senza sconti, le esperienze vissute in famiglia, a scuola, all’oratorio, nello sport, sul lavoro, tra miserie, pregiudizi, ipocrisie, e l’amore, oltreché la generosità, della famiglia e di alcuni suoi amici. Un cammino non sempre facile, quello di Alberto, che tiene a dire: “La vita è bella e vale la pena viverla. Anche con un cromosoma in più”.

Dopo aver conseguito l’attestato presso l’Istituto Alberghiero Olivetti di Monza, Alberto ha svolto un tirocinio lavorativo di due anni, seguito dalla Cooperativa Sociale In-Presa di Carate Brianza. Dal luglio 2015 lavora come cameriere e cuoco presso il ristorante Hortus di Cusano Milanino. È stato assunto con un contratto di formazione trasformatosi in un rapporto a tempo pieno e indeterminato. La cucina è una delle sue grandi passioni, l’altra è la pallavolo. Quando gli impegni di lavoro glielo consentono, segue le partite del Vero Volley Monza con il gruppo degli ultras. Inoltre è assistant coach di una formazione giovanile e maschile under 13 e 14, allenata da Stefano Bardini della stessa società e gioca nella squadra Special Olympics, nata dalla collaborazione tra il Vero Volley e l’Associazione Tremolada. Ha un sogno. Ma facciamoci raccontare tutto da lui.

Alberto, come hai scoperto di avere un cromosoma in più?
Me ne hanno parlato mamma e papà all’inizio delle scuole elementari. Io, però, non mi sentivo diverso dagli altri. Infatti in quinta ho detto ai miei genitori che ero guarito e non avevo più la sindrome di Down. Mi hanno spiegato che il cromosoma in più ce l’avrò per tutta la vita. Dovevo quindi impegnarmi per riuscire ad avere una vita il più possibile normale.

Cosa hai pensato quando te l’hanno detto?
Non ci sono rimasto molto bene. Ma non mi sono scoraggiato. Ho continuato a impegnarmi a scuola e nello sport come avevo sempre fatto.

Cosa significa avere un cromosoma in più?
Nessuno me lo ha mai chiesto e io non ho mai sentito il bisogno di spiegarlo.

Ci sono stati momenti tanto difficili nella tua vita?
Sì, in passato sono stato emarginato nella squadra di pallavolo dell’oratorio. Un campionato intero senza essere convocato nemmeno una volta. Soffrivo, ma non ho mai mollato. Ho continuato a impegnarmi in palestra e ad amare sempre la pallavolo. Poi alle medie, soprattutto in terza, ho iniziato ad avere un buon rapporto solo con pochi compagni.

Ora hai amici?
Ho molti amici. I miei colleghi al ristorante Hortus. Il gruppo degli ultras del vero Volley. Alcuni conosciuti in vacanza a Lugana di Sirmione e a Sellia Marina.

Una ragazza?
Per il momento sono single. Per me in amore è importante la fedeltà.

Come hai scoperto la passione per il volley?
La pallavolo è di sicuro il mio primo sport, la mia grande passione. L’ho scoperta a quattro anni, quando ho visto un allenamento dell’Asystel al palazzetto dello Sport di Cinisello Balsamo. È stato amore a prima vista. Quel giorno Lorenzo Cavallini, il centrale della squadra, mi ha invitato a palleggiare con lui. Un’emozione grandissima. Da quel momento la pallavolo mi è entrata nel cuore. Giocare mi fa sentire vivo, importante. Mi piace anche allenare. Stefano mi ha affidato il compito di preparare i ragazzi nella fase difensiva: bagher e copertura degli spazi.

Parlaci del tuo lavoro e del ristorante vegetariano e vegano a Cusano Milanino.
A pranzo servo ai tavoli, ma spesso lavoro in cucina come aiuto cuoco. Cucinare è l’altra mia grande passione, anche se Cristiana, la titolare di Hortus, dice che sono bravissimo in sala. La sera faccio il cameriere e sono anche addetto ai vini. Da qualche mese abbiamo iniziato un servizio di street food. Mi piace tantissimo questo lavoro. Con lo street food c’è stato bisogno di altro personale e sono arrivati Emanuele e Stefano, due miei amici anche loro disabili. Ho il compito di fare da tutor ai miei due amici.

Il tuo sogno?
Sogno un ristorante a conduzione famigliare a Lugana di Sirmione, dove la nonna adesso ha un bar. Anche se non mi dispiacerebbe un bed and breakfast. Lo sogno simile a Hortus, il ristorante dove lavoro. Semplice, pulito, accogliente. Mi piacerebbe unire la cucina vegetariana ai piatti della tradizione gardesana. Quando sono in vacanza al lago, i miei amici dell’U.S. Rovizza organizzano ad agosto una cena vegetariana e io cucino per loro e i turisti che frequentano la piscina gestita da loro.

Ne hai parlato con i tuoi?
Ne ho parlato con la nonna Bruna, ma lei non vuole cambiare. I miei genitori mi dicono di avere pazienza. Devo fare ancora esperienza e mettere da parte i soldi per ristrutturare il locale. Mi aiuteranno? Non lo so. A papà proprio non piace questo mestiere. Mamma, invece, aiutava al bar la nonna Bruna quando c’erano molti clienti.

Ti senti un tipo tosto?
Non mi sento un tipo tosto, ma uno che mette il massimo impegno nelle cose che fa. Al lavoro, nello sport. Con gli amici. La mia forza sono i miei genitori e le persone che mi vogliono bene. Quando si ha un cromosoma in più è importante credere nelle proprie possibilità di migliorare, crescere, imparare. Ma devono crederci tutti: genitori, insegnanti, educatori. A chi è come me dico: Dateci dentro. Non mollate. Si può sempre fare un passo, anche piccolo, per avvicinarsi il più possibile alla normalità.

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