La crisi del sapere e l’utopia della democrazia diretta. Intervista ad Alessandro Barbano

Focus

Parla l’ex direttore de Il Mattino e autore del libro “Troppi diritti”, edito da Mondadori: “Non riusciamo più a distinguere e selezionare il merito”

“La malattia dell’Italia? Si chiama utopia della disintermediazione, ed è l’idea di poter fare a meno della sovranità politica, del suo esercizio di composizione e mediazione tra interessi diversi. È, cioè, il miraggio della democrazia diretta, in cui uno vale uno, e in cui l’ascesa sociale si realizza attraverso un processo di autodeterminazione che può consentire a ciascuno di arrivare nella stanza dei bottoni sulla base dei clic internettiani conseguiti. Quindi è crisi della delega”.

È quanto scrive Alessandro Barbano (Lecce, ’61), ex direttore de Il Mattino, licenziato la settimana scorsa, sul suo nuovo libro, intitolato “Troppi diritti”, edito da Mondadori. Quasi 180 pagine per dire che è stato il cosiddetto dirittismo, l’eccessiva libertà, associata alla tecnica, a portare il Paese al declino.

In passato i diritti individuali sono stati il motore della democrazia contro assolutismi e totalitarismi, ma negli ultimi venti anni si è registrata una loro inflazione. In modo parallelo la tecnica ha offerto al singolo prospettive di vita e potenzialità nuove. Insieme i due fattori hanno spinto alla crisi della delega sia nel campo politico, sia in quello del sapere. Strumenti come Facebook e Twitter hanno scalzato la mediazione della carta stampata e veicolato spesso notizie false, ma funzionali ad un certo tipo di racconto del Paese. Si è arrivati all’autocrazia degli onesti e ugualinon sempre capaci, all’esecutivo che, ponendosi al di là delle vecchie categorie destra-sinistra, tiene a passare per amico del popolo e che, giocando con la buona fede degli elettori e le parole, spaccia un inciucio per un contratto senza alleanza. E in questo non teme di professarsi governo del cambiamento.

Barbano, in Italia la delega soffre più che in altri Paesi?
Da noi la delega si sfarina con l’architettura di partiti e corpi intermedi. Brucia su una pubblica piazza dove tutti vociano per sé, tra i fumi suggestivi della democrazia diretta. Una crisi di fiducia si è impossessata degli uomini e delle istituzioni. La diffidenza è diventata la cifra del rapporto tra gli italiani e il potere. E la nutre una retorica politica che alza una nebbia fitta sulle contraddizioni del suo pensiero.

Ci faccia capire…
In questa grande nebulosa c’è spazio per l’ambivalenza. Nello stesso tempo ci si può ergere a difensori della Costituzione e ignorare ciò che essa prescrive. Alludo, per esempio, all’articolo 67 (Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato), tanto discusso. Quel Senza vincolo di mandato vuol dire autonomia. Autonomia perfino di promettere nel proprio collegio elettorale e tradire a Montecitorio, salvo poi essere ricusati nelle urne alla scadenza della legislatura. E’ la stupenda imperfezione della democrazia, come ci insegna Winston Churchill. E’ la meraviglia della delega. In nome e per conto, ma libera nei fini. In rapporto con gli interessi, ma capace di mediare tra questi, in un esercizio di sintesi. E di sovranità. La delega non piaceva neanche ai comunisti togliattiani che, nel dopoguerra, imponevano ai propri parlamentari neoeletti la firma delle dimissioni in bianco, da utilizzare nel caso fossero mancati al vincolo di obbedienza agli ordini del partito. E non piace a Grillo e ai suoi giovani seguaci, che studiano da tempo contratti e penali con cui trasformare i rappresentanti in mandatari della volontà della Rete e dei loro personali diktat. Ma torniamo alla sua domanda. In Italia la crisi della delega ha infettato anche il sapere. Con un effetto.

Quale?
Non riusciamo più a distinguere e selezionare il merito. Il sapere scollato dalla scala gerarchica è soggettivo. Non più appannaggio del sapiente e non più giustificato dal sapiente. La sua fonte di legittimazione è puramente quantitativa. Coincide con un consenso che somiglia a un consumo. Ha il volto di tanti clic internettiani. Tanti mi piace, ma non so e non devo dire perché. Pensiamo alla querelle sui vaccini. Ma dopo decenni in cui classe dirigente, piazza e media, con un incessante lavoro pedagogico che non ha avuto uguali in altri Paesi, hanno gridato al Fuori tutti, onestà onestà era il minimo che potesse capitarci.

Nel suo libro non risparmia critiche né al centrosinistra né al centrodestra.
In Italia la sinistra riformista è ancora riferita al bisogno. Inseguendo un egualitarismo ideologico e un dirittismo, cioè pretese assolute di libertà e diritti non controbilanciati dai doveri, appartenenti spesso a minoranze ben organizzate, ha fallito l’aggancio con il merito perché lo ha identificato con le regole di una democrazia fatta di procedure e quindi deresponsabilizzata piuttosto che con una gerarchia del sapere, capace di selezionare i migliori. La sinistra ha mancato anche di rimettere in moto un ascensore sociale che riposizionasse i ruoli e le responsabilità rispetto alle mutazioni globali. Non solo. Si è autoprodotta in élite sempre più impermeabile.

Il centrodestra?
Il centrodestra, che ha governato negli ultimi venticinque anni per un tempo più lungo, ha tradito la libertà vera, e ha mancato l’aggancio con i doveri, rinunciando a onorare il suo debito con il pensiero liberale, che è anche dottrina dei modi di riorganizzare la democrazia. Di qui la fragilità di un progetto complessivo: dalla mancata riforma della giustizia al mancato riordino del sistema fiscale, dalla parziale riorganizzazione della pubblica amministrazione, ridotta a una pur giusta lotta contro i cosiddetti fannulloni, alla insufficiente riduzione della mano pubblica nei servizi. Il centrodestra non ha saputo valorizzare le energie presenti nella società, riassegnando allo Stato la funzione di programmatore e regolatore a tutela dell’interesse pubblico e ha assunto una postura di puro menefreghismo.

Chiude il suo libro con un invito ai cosiddetti moderati integrali – che assomigliano ai repubblicani di Carlo Calenda – affinché si adoperino per rilegittimare il potere, far apprezzare la delega come elemento sostanziale e l’autorità come elemento formale”.
Sono un ottimista e penso che riusciremo a rimontare. Serviranno, però, un lungo periodo e un progetto – non certo solo elettorale – che parli nuovamente di doveri sociali e promozione dei talenti. Conto su chi pensa sia arrivato il momento di attivarsi subito per sostituire quanto prima la democrazia dei peggiori, che nega le differenze in nome dell’egualitarismo, ma finisce per sortire una giungla di privilegi non legittimabili, con una democrazia dei migliori, capace di riconoscere le differenze. La competenza deve tornare ad essere una condizione pregiudiziale per assumere la responsabilità politica. Ma parallelo deve essere un racconto nuovo del Paese.

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