Almaviva, la sede di Roma respinge l’accordo. A rischio 1600 dipendenti

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Nella notte il tweet del viceministro Teresa Bellanova: “Sul call center Almaviva Contact è stata raggiunta un’intesa transitoria per evitare i licenziamenti. Rsu Napoli firmano e lavoriamo per intesa duratura. Rsu Roma scelgono di no”

L’intervento del governo e la disponibilità di azienda e leader sindacali nazionali non sono bastati a salvare tutti i 2.511 dipendenti del call center Almaviva Contact: l’intesa raggiunta a fatica nella notte è infatti saltata per 1660 lavoratori a causa del no delle Rsu di Roma.

Al gigante dei call center del gruppo Almaviva era in corso una procedura di mobilità che scadeva ieri a mezzanotte. Una procedura durata 75 giorni in cui azienda e sindacati non sono riusciti a trovare un’intesa. Il governo ieri ha avanzato un’ipotesi per mettere momentaneamente al riparo tutti i lavoratori: si trattava di allungare i tempi per trovare un’intesa fino a marzo, coprendo il periodo con ammortizzatori sociali (cassintegrazione fino al 7 aprile). Ma la proposta avanzata dal ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda e della sua vice Teresa Bellanova, pur essendo stata avvallata dai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, non ha ricevuto il via libera delle rappresentanze sindacali unitarie della sede di Roma che a questo punto sembra destinata a chiudere i battenti.

Adesso l’azienda – a partire da oggi e per i prossimi 120 giorni – potrà far partire le lettere di licenziamento per i 1.660 dipendenti del sito capitolino. Salvi, invece, almeno per ora e per i prossimi tre mesi, gli 845 colleghi della sede di Napoli, i cui rappresentanti hanno deciso di firmare l’accordo.

La viceministro Bellanova ha manifestato il suo rammarico, ribadendo di aver messo “il massimo impegno” per portare le parti a un confronto di merito e arrivare a una sintesi capace di salvaguardare lavoro, redditi e siti produttivi.

È chiaro che la posizione della Rsu di Roma va rispettata, ma è altrettanto evidente che adesso quei 13 rappresentanti dei lavoratori dovranno assumersi la responsabilità di aver rifiutato un accordo (un’intesa transitoria di tre mesi), che avrebbe dato – oltre alla speranza di un accordo definitivo – anche la possibilità ad alcuni lavoratori di scegliere volontariamente la mobilità. Il punto è che i rappresentati territoriali che hanno rotto la trattativa sindacale decidendo le sorti di oltre 1600 persone avrebbero almeno potuto fare – come richiesto anche dal governo – un’assemblea o un referendum per ottenere un ampio mandato. Anche perché in tre mesi possono accadere tante cose, possono arrivare nuove commesse, o magari si sarebbe potuta raggiungere davvero un’intesa tra azienda e sindacati. Prima di buttare via tutte le possibilità forse sarebbe stato meglio lasciarla aperta una porticina.

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