Eppure il problema posto da Serra esiste

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Effettivamente nel nostro Paese esiste un problema legato all’istruzione tecnica e professionale che viene oggettivamente considerata di serie c

Abbiamo letto di tutto in questi giorni dopo l’Amaca di Michele Serra: dall’accusa di classismo per aver sostenuto che molte delle aggressioni avvengono negli “istituti tecnici e nelle scuole professionali”, dove “il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole” è inferiore rispetto ai licei per via di una certa rigidità della società italiana («vanno al liceo i figli di quelli che avevano fatto il liceo»), ai dati sbagliati, alla difesa ad oltranza.

Ora, è del tutto evidente che l’assioma scuole poco qualificate uguale addensarsi di rischi di turbolenza sociale, sia sbagliato nella sostanza. Tuttavia, se ci allontaniamo dal terreno scivoloso prodotto da un’analisi troppo semplicistica, non possiamo fare a meno di dire che la seconda parte del suo ragionamento è corretta: nel nostro Paese esiste un problema legato all’istruzione tecnica e professionale che viene oggettivamente considerata di serie c.

Ed è incredibile che questo accada in un’epoca in cui l’evoluzione dei bisogni e la trasformazione del processi sul lavoro spingono le attività manuali, il “saper fare”, verso una maggiore complessità, con una tecnologia che deve essere sempre più all’avanguardia.

In molti Paesi, tale formazione ha un riconoscimento sociale e viene valutata per ciò che è: un percorso fondamentale che trova il suo compimento anche nei post diploma analoghi ai percorsi universitari, per formare lavoratori in grado di rispondere alle sfide del futuro. Con dignità, perché è il percorso che ti consente di valorizzare ciò che sei.

Credo sia fondamentale porre al centro del dibattito questo: quando abbiamo iniziato a dire ai nostri ragazzi che se hai voglia di studiare fai il liceo e se non hai voglia vai al professionale? Quando abbiamo cominciato ad etichettarli, sostenendo che chi di loro esce con il sei dalla terza media, il liceo non lo può fare perché tanto fallirà? Il nodo sta tutto è qui.

Il successo formativo è strettamente legato alla felicità per ciò che si fa e dopo molti anni dovremmo essere giunti alla consapevolezza per cui l’obiettivo di una buona formazione deve essere la valorizzazione delle intelligenze emotive di ciascuno. Nessuno impara allo stesso modo dell’altro e, dunque, la sfida dovrebbe essere quella di mettere tutti i ragazzi nella condizione di apprendere al meglio possibile restituendo dignità alle scelte di ciascuno. Compresa la decisione di imparare un mestiere.

Il punto quindi non sta nell’educazione che ricevono i ragazzi in base ai contesti sociali di provenienza: caro Serra, è pieno il mondo di figli di papà impuniti e violenti. Il nostro problema, drammatico, è l’ascensore sociale bloccato in un Paese immobile.
Più in generale, oggi assistiamo a un processo di svilimento di tutta la scuola che, al pari di molte altre istituzioni del Paese, viene dileggiata. E quindi, per prima cosa servirebbe restituirle la dignità e il valore che deve avere una delle principali agenzie educative.

Ma per farlo è indispensabile che i genitori tornino ad essere una parte fondamentale dell’alleanza, smettendo di considerare la scuola come una nemica da combattere. In questo contesto è difficile che i ragazzi riescano a maturare un senso di consapevole rispetto nei riguardi dei docenti e, più in generale, dell’autorità. La punizione non è sufficiente se non si coinvolgono le famiglie nel processo di responsabilizzazione dei figli: bisogna cominciare ad ammettere di aver sbagliato e capire che ogni azione ha una conseguenza.

Infine, serve tornare a pensare una scuola davvero inclusiva che sia il centro nevralgico del Paese. Per farlo bisogna ricominciare a camminare insieme per costruire un nuovo patto sociale ed educativo che si fondi su ulteriori investimenti in formazione e innovazione. Senza questi due elementi il Paese è destinato a smarrire il suo futuro.

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