Amazzonia, brucia il polmone del mondo

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Cresce la mobilitazione mondiale. Bolsonaro minimizza e attacca gli ambientalisti. Polemica con Macron. Ogni minuto brucia un’area grande come tre stadi.

L’Amazzonia brucia. Definire la foresta pluviale sudamericana il ‘polmone del mondo’ non è un luogo comune né una esagerazione verbale e neanche un eccesso da fanatici ambientalisti.

E’ la realtà:  l’Amazzonia produce il 20% dell’ossigeno della nostra atmosfera e  gli scienziati temono anche che questi incendi diano un colpo terribile alla lotta contro il cambiamento climatico, che proprio nelle foreste equatoriali ha un alleato naturale contro i gas serra.

Incendi e deforestazione amazzonica tengono banco anche alle Nazioni Unite: Stephane Dujarric, portavoce del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. ha parlato di “grande preoccupazione” per ciò che sta accadendo, aggiungendo che . Lo ha detto  “Le foreste nel mondo giocano un ruolo enorme nel tentativo di mitigare gli effetti del riscaldamento climatico“.

Ieri, lo stesso Antonio Guterres ha scritto su Twitter: “Sono profondamente preoccupato per gli incendi nella foresta pluviale amazzonica. Nel mezzo della crisi climatica globale, non possiamo permetterci ulteriori danni a un’importante fonte di ossigeno e biodiversità. L’Amazzonia deve essere protetta“.

Secondo il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, la colpa è invece delle Ong, ‘sospettate’, a suo dire, di essere responsabili degli incendi in Amazzonia, e della stampa, che danneggerebbe il paese con una ‘psicosi ambientalista’. Insomma, per il populista Bolsonaro gli incendi, se ci sono, sono appiccati dagli ambientalisti, altrimenti sono invenzione dei giornalisti…

Non sarà un caso, quindi, che le multe per deforestazione abusiva sono diminuite di ben il 23 per cento con il governo Bolsonaro.

Poco fa è intervenuta l’ambientalista brasiliana Marina Silva, ex ministro dell’Ambiente del presidente Lula, che ha accusato il governo di destra di Bolsonaro di consentire “un’azione sfrenata” che colpisce un’ecosistema vitale per il pianeta: la situazione in Amazzonia, devastata dalla deforestazione e dagli incendi, è oggi “fuori controllo”  e ciò che avviene è un “crimine contro l’umanità“., ha denunciato l’ex ministro.

Gli appelli per l’Amazzonia. Macron: brucia il polmone del mondo. Bolsonaro: colonialista

La nostra casa brucia. Letteralmente. L’Amazzonia, il polmone del nostro pianeta che produce il 20% del nostro ossigeno, è in fiamme. È una crisi internazionale. Membri del G7, incontriamoci tra 2 giorni per parlare di quest’urgenza“. Lo ha scritto ieri su Twitter il presidente francese, Emmanuel Macron, aggiungendo l’hashtag #ActForTheAmazon, ma stamattina c’è stata subito la risposta di Bolsonaro che ha rimarcato come il presidente francese mostri una “mentalità colonialista“.

Anche il campione portoghese della Juventus Cristiano Ronaldo fa sentire la sua voce su Twitter: “La foresta pluviale amazzonica produce oltre il 20% dell’ossigeno del mondo e brucia da tre settimane. E’ nostra responsabilita’ aiutare a salvare il nostro pianeta. #prayforamazonia“.

In Amazzonia vanno a fuoco ogni minuto aree come tre campi da calcio

In realtà, l’Amazzonia va a fuoco, e non si tratta di psicosi, ma di fatti: ogni minuto qualcosa come tre campi da calcio bruciano nella foresta brasiliana.

L’appello a mobilitarsi arriva anche dal Wwf: “Lo scorso aprile le immagini di Notre Dame in fiamme – scrive il Fondo mondiale per la natura – hanno creato uno straordinario moto d’animo che ha spinto persone in tutto il mondo a piangere e soffrire per Parigi, ma anche a mobilitarsi. Oggi c’è bisogno della stessa voglia di reazione per quello che sta accadendo a quegli ecosistemi unici e irripetibili che non sono stati creati dall’uomo, ma sono fondamentali per la sua sopravvivenza e stanno rischiando di scomparire per sempre. A causa della deforestazione, la foresta amazzonica nel territorio brasiliano sta perdendo una superficie equivalente a oltre tre campi da calcio al minuto e siamo sempre più vicini a un punto di non ritorno per quello che, non solo è il più grande serbatoio di biodiversità del Pianeta, ma rappresenta uno dei pilastri degli equilibri climatici“.

Il fumo degli incendi visibile dallo spazio

Il fumo prodotto dagli incendi è così forte e inteso che in questi giorni può essere visto persino dallo spazio: a catturarne le immagini, il 20 e 21 agosto, sono stati il satellite Sentinel 3, del programma europeo Copernicus dell’Agenzia spaziale europea (Esa), e quello della Nasa, Suomi National Polar-orbiting Partnership.
La foto di Suomi Npp mostra il fumo e gli incendi che si estendono per diversi stati brasiliani, tra cui quelli di Amazonas, Mato Grosso, e Rondonia.

Eppure, anche se la l’opinione pubblica mondiale si sta mobilitando, gli incendi vanno avanti e mangiano, pezzo dopo pezzo, la foresta.

Amazzonia, record di incendi nel 2019

A denunciare il record di incendi è lo stesso Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile (Inpe), lo stesso che aveva denunciato la forte spinta alla deforestazione dell’Amazzonia imposta dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro.

Il nuovo atto di accusa dell’Inpe arriva dopo che, alcune settimane fa, Bolsonaro aveva licenziato il direttore dell’Istituto che aveva appena rilevato il vertiginoso aumento del tasso di disboscamento dell’Amazzonia: il 67% in più rispetto al 2018.

San Paolo coperta dal fumo

Il fumo degli incendi, riporta la Bbc, ha provocato un blackout nella città di San Paolo, dove è arrivato il fumo, portato dal vento, proveniente da un rogo nello Stato di Rondonia, nella foresta amazzonica a 2700 chilometri di distanza. Il cielo si è completamente oscurato per più di un’ora.

Nei giorni scorsi gli utenti dei social network hanno pubblicato molte foto della densa nube nera che ha coperto la città lunedì 19 agosto, e dell’acqua piovana scura e maleodorante che hanno raccolto in seguito al suo passaggio.

A fuoco il bacino del Rio delle Amazzoni

I satelliti dell’Inpe hanno rilevato un aumento dell’84% dei roghi, da gennaio ad agosto 2019, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso: quasi 73 mila incendi, rispetto ai 39.759 registrati in tutto il 2018. Si tratta del numero più alto dal 2013 e segue due anni in cui il fenomeno era in diminuzione.

Le immagini satellitari hanno mostrato 9.500 nuovi incendi, principalmente nel bacino del Rio delle amazzoni. Lo Stato di Amazonas ha dichiarato un’emergenza nel Sud e nella capitale Manaus, e anche nello Stato di Acre, al confine con il Perù, è stata dichiarata un’allerta ambientale a causa degli incendi.

Secondo la direttrice dell’Istituto, nella grande foresta praticamente non esistono nella grande foresta incendi che divampano per cause naturali ed e’ quindi evidente la natura dolosa degli incendi.

Quanta foresta è stata persa nel nuovo secolo?

La parte brasiliana dell’Amazzonia ha perso, tra il 2000 e il 2017, un’area forestale equivalente alla superficie della Germania.

Rispetto all’inizio del nuovo secolo, ci sono circa 400.000 chilometri quadrati in meno di area verde, secondo uno studio condotto da un gruppo di ricerca dell’Università dell’Oklahoma e pubblicato sulla rivista Nature Sustainability.

Bolsonaro: colpa degli ambientalisti

La curiosa teoria complottista del presidente brasiliano Bolsonaro è che dietro gli incendi potrebbero esserci Organizzazioni non governative (Ong) interessate ad “attirare l’attenzione” sul governo.

“Non posso affermarlo con certezza, ma dietro le azioni criminali potrebbero esserci questi gruppi, che vogliono attirare l’attenzione su di me e andare contro il governo del Brasile”, ha detto Bolsonaro, sottolineando che si tratta di una sua “sensazione” e che non ci sono indagini o documenti che provino le sue affermazioni.

Da citare che il deputato del Partito Democratico Ettore Rosato ha ironizzato, in un tweet, sottolineando la somiglianza tra Salvini e Bolsonaro, entrambi populisti: “Per Salvini la causa delle migrazioni sono le Ong, per Bolsonaro sono addirittura responsabili degli incendi in Amazzonia“.

Bolsonaro finge di fare marcia indietro

Dopo un paio di giorni Bolsonaro ha tentato di far marcia indietro, affermando di non aver “mai” detto che sono i gruppi ambientalisti ad accenderli, ma di aver solo espresso “sue congetture“.

In un discorso tramesso su Facebook, dopo che le parole del presidente dell’estrema destra brasiliano hanno fatto il giro del mondo, Bolsonaro ha ammesso che il suo governo non ha i mezzi sufficienti per contrastare gli incendi che quest’anno sono in enorme aumento nella foresta amazzonica. Ed ha assicurato che l’esecutivo sta indagando sulla natura e le cause degli incendi.

In un’altra occasione, proprio ieri, è tornato però ad esprimere i suoi sospetti sulle Ong: ha ammesso che i proprietari agricoli potrebbero essere responsabili dell’ondata di incendi forestali, ma ha nache ribadito che “i sospetti principali” muovono verso le ong ambientaliste, anche se non esistono prove che dimostrino la loro colpevolezza.

Certo che non ho le prove di questo, Dio mio!“, ha aggiunto con tono irritato ai giornalisti, spiegando che “non è che uno lo lascia per iscritto: ‘adesso vado ad appiccare un incendio lì. Quello che si mette a bruciare, se non lo prendi in flagranza di reato e poi cerchi chi lo ha mandato a fare questo, non sai chi è“.

Incendi in Amazzonia, la risposta di Greenpeace a Bolsonaro

Naturalmente le organizzazioni ambientaliste brasiliane hanno reagito con indignazione alle affermazioni del presidente brasiliano.

Queste dichiarazioni di Bolsonaro “sono completamente irresponsabili“, ha detto Carlos Bocuhy, presidente dell’Istituto brasiliano di protezione ambientale (Ibpa), secondo il quale “le ong hanno come obiettivo statutario e prioritario la difesa dell’ambiente, e dunque non ha nessun senso dire che sono loro che stanno dando fuoco alle foreste: è totalmente assurdo“.

Da parte sua, il responsabile per la giustizia socio-ambientale di Wwf Brasile, Raul Valle, ha definito “superficiali e irresponsabili” le dichiarazioni del presidente. “Non si capisce chi sta cercando di ingannare“, ha aggiunto Valle, osservando che “i dieci comuni con il maggior numero di incendi sono gli stessi dieci comuni con la maggior quantità di aree deforestate: questo non lo vede solo chi non vuole vederlo“.

Nel dibattito è intervenuta anche  Greenpeace, denunciando come le politiche attuate dal governo brasiliano stiano distruggendo l’Amazzonia. L’Ong riporta i dati dei rilevamenti satellitari e acquatici dell’agenzia spaziale statunitense Nasa e dell’Inpe.

Il coordinatore delle politiche pubbliche di Greenpeace, Marcio Astrini, ha pesantemente criticato la condotta del governo: “Bolsonaro sta favorendo un progetto anti-ambientale nel paese, che ha eliminato la capacità del Brasile di combattere la deforestazione e favorisce coloro che commettono crimini ambientali. Ora, di fronte alle conseguenze delle sue decisioni, cerca di nascondere la verità e incolpare gli altri. I numeri della deforestazione sono così gravi che parlano da soli. Mentire aumenterà solo il danno al paese“.

Amazzonia, la cacciata degli indios

Direttamente collegata alla deforestazione, è anche la sopravvivenza delle tribù indigene amazzoniche. Lo ricorda ancora il Wwf: “Il saccheggio dell’Amazzonia e delle sue straordinarie risorse – afferma Isabella Pratesi, responsabile di Conservazione del WWF Italia – è accompagnato da un drammatico aumento delle violenze verso le popolazioni indigene che vivono in quei territori. Cacciate dalle loro foreste, assassinate e torturate per il commercio di legna, miniere d’ oro, pascoli o coltivazioni, le tribù amazzoniche sono le prime vittime di un efferato crimine contro l’umanità e il pianeta rispetto al quale i nostri occhi e le nostre orecchie rimangono sigillati”.

A questo proposito è diventato virale, grazie al supporto dell’associazione ecologista americana Sunrise Movement, il video di una donna indigena del gruppo etnico dei Pataxò (2mila individui circa nello Stato brasiliano di Bahia), che grida la sua rabbia disperata contro il presidente Bolsonaro, accusandolo delle politiche di deforestazione che stanno portando alla distruzione dell’ambiente.

Le Ong denunciano il ministro all’Ambiente brasiliano

A ribadire le colpe del governo Bolsonaro, è arrivata anche la denuncia che l’Istituto brasiliano di protezione ambientale (Proam) e almeno 50 Ong attive nella tutela dell’ambiente, hanno presentato alla Procura federale per i diritti dei cittadini, per cattiva condotta amministrativa da parte del ministro dell’Ambiente, Ricardo Salles.

La notizia è arrivata ieri, riportata dal quotidiano brasiliano “O Globo”.  La denuncia è stata presentata “a seguito dell’enorme devastazione della foresta pluviale amazzonica causata delle omissioni del ministero dell’Ambiente“.

Secondo il Proam “la riduzione delle multe per gli speculatori inflitte nella regione da parte dell’Istituto brasiliano per l’ambiente (Ibama) è una delle ragioni dell’aumento degli incendi“.

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