Ancora ombre e nessuna risposta dal Ministro del Lavoro

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Di Maio e la nuova polemica sulla casa del padre: in una foto spunta la piscina

Giggino sta a mollo in piscina. Giggino non sa nulla dell’abusivismo sui terreni di famiglia. Giggino è all’oscuro dei lavoratori pagati in nero dal padre. Giggino è onesto e non è al corrente che la madre non poteva essere titolare della ditta edile del papà. Giggino diventa titolare al 50 % della ditta  e non c’entra nulla il debito del babbo con Equitalia. Tutti brutti e cattivi. Tutti a pensar male. Si chiama accanimento. Fango. Barbarie.

Del resto, Luigi Di Maio non solo è vicepremier e capo politico del movimento Cinquestelle, ma è innanzitutto un cittadino portavoce, onesto tra gli onesti. Puro tra i più puri. E invece gli altri pronti solo ad infangare lo tsunami del cambiamento.

E se è sfuggita alla memoria la piscina, il patio e l’immobile definito “solo una stalla” c’è un motivo. Più che valido. Lui lavora. Per gli italiani. E’ impegnato a far stampare le tessere per il reddito di cittadinanza.

Facciamo così, facciamo un piccolo riepilogo. La casa a Pomigliano d’Arco della famiglia Di Maio è stata ampliata di 150 metri facendo degli abusi edilizi, poi condonati nel 2006.

La Ardima Costruzioni, di proprietà al 50% da Luigi Di Maio, è in causa con un vecchio dipendente che accusa di essere stato pagato in nero da Di Maio senior che in occasione di un incidente, gli avrebbe chiesto di non dire che si era fatto male nel suo cantiere. Poi si aggiungeranno altri due casi di operai pagati per metà a nero.

L’azienda di famiglia ha sede su un terreno di proprietà di Antonio Di Maio e della zia del vicepremier. Quattro immobili su cinque risultano abusivi. Luigi Di Maio parla di una masseria, un magazzino, una stalla risalente alla seconda guerra mondiale. Senonché le Iene, che hanno sollevato il caso, mostrano che, da foto satellitari prese da Google Earth nel 2002,  la presunta “stalla” non c’era, compare solo dal 2008 in poi. E, secondo altre foto che la trasmissione ha mostrato non sarebbe una stalla, ma un patio con mattoni in cotto, pensato per delle serate, dotato di una cucina e una piscina fuori terra montabile.

Sicuramente Luigi Di Maio spiegherà cosa è successo. Intanto Antonio Di Maio, padre del vicepremier, in un video pubblicato su Facebook lo difende: “Chiedo scusa per gli errori che ho commesso, chiedo scusa alla mia famiglia per i dispiaceri che hanno provato, e chiedo scusa anche agli operai che hanno lavorato senza contratto per la mia azienda anni fa”.

Di Maio senior legge una lettera, pubblicata sulla propria pagina del social, nella quale dice: “Luigi Di Maio non era a conoscenza dei lavoratori impiegati in nero nell’azienda”. E ancora: “Sentivo il dovere di scrivere. Mi dispiace per mio figlio Luigi che stanno cercando di attaccare ma, come ho già detto, lui non ha la minima colpa e non era a conoscenza di nulla”.

Tutto sommato sanare un piccolo abuso è poca roba: un piccolo condono non si nega a nessuno. E molti cittadini non lo considerano un grosso reato. Nessuno si scandalizza per questo. Ma a gridare ho-ne-stà-ho-ne-stà sui tetti, coi cartelloni in mano tra i banchi del Parlamento, sono stati i grillini.

Loro hanno portato un apriscatole a Montecitorio per aprire le istituzioni come una scatoletta di tonno. Ora però quella fase è passata. Un rinvio a giudizio non vale più una scomunica. Ed è ritornato di moda il garantismo.

Insomma, si invoca tolleranza: queste sono bazzecole, quisquilie, pinzellacchere. Eppure il Movimento Cinquestelle richiese ufficialmente con una mozione presentata con la Lega le dimissioni dell’allora Ministro per le pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili, Josefa Idem, che aveva subito un accertamento relativamente alle imposte locali da parte degli uffici comunali di Ravenna.

La verità è che i Pentastellati nel tempo hanno fatto le pulci a tutti invocando le dimissioni di chiunque. Ora tocca a loro. Ma Giggino va difeso. Tutto è avvenuto a sua insaputa. Manco fosse un Claudio Scajola qualsiasi.

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